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I territori della ricchezza. In Italia le città e le regioni non sanno legare il patrimonio d'arte e l'economia della conoscenza
DI SERGIO ARZENI*
Il Sole 24 Ore, 29 nov 2005




Per tanti anni, troppi, la cultura è stata considerata un peso, più che una ricchezza, dell'Italia.

L'accento è stato troppe volte messo sui vincoli delle belle arti, e sui costi di manutenzione del più grande patrimonio artistico dell'umanità.
Vista da Parigi e da un'organizzazione come l'Ocse la posizione dell'Italia non è certo brillante- Non solo e non tanto perché ormai il Bel Paese è scivolato l'anno scorso dal 4° al 5° posto a livello mondiale, in termini di afflusso turistico dall'estero, non solo perché l'Italia ha votato per il taglio dell'attività dell'Ocse per il turismo, ma anche perché ha promosso un referendum per eliminare il ministero del Turismo.
Ma soprattutto perché le città e le regioni d'Italia che sì sono tutte lanciate in disordinati programmi di "marketing territoriale” non sono riuscite a sviluppare una convincente e coerente linea di sviluppo capace di collegare il patrimonio artistico alla nuova sfida dell'economia della conoscenza e dei saperi.

Solo Jacques Chirac, presidente della Repubblica francese capendone l'essenza, fa l'elogio del sistema educativo italiano, che ha ancora una solida base umanistica e universalistica, che offre le basi per cogliere il senso estetico delle cose, cui, non a torto, egli attribuisce la chiave del successo italiano in settori come la moda, l'arte, la musica, il cinema, il design.


Al cuore della società della conoscenza c’è la cultura intesa non come museo, non come retaggio del passato, ma come fattore di civiltà proiettata verso l’intercettazione e la canalizzazione di quei fattori intangibili che rappresentano le fonti della creazione di ricchezza e di occupazione nel mondo post-industriale.

Al centro della nuova scelta economica c'è la creatività e ci sono le industrie creative. Oggi la rinascita economica del Giappone passa attraverso il riconoscimento e la valorizzazione di patrimoni intangibili — ìntangìble assets — che spostano il centro dell'attenzione, per esempio, dall'attrazione degli investimenti alla fidelizzazione e all'attrazione dei talenti (il tema è stato affrontato ieri a Rovereto, nell' ambito della presentazione del Primo rapporto Ocse su cultura e sviluppo locale, organizzato dalla Provincia di Trento e Federculture ndr).

Un Paese come la Svizzera lo ha ben capito e ha messo sotto la stessa direzione la politica del mirino, della cultura e la politica per l'attrazione degli investimenti.

L'idea di base è che la qualità della vita è ciò che determina la localizzazione dei talenti e che questi, molte volte, precedono gli investimenti, come dimostrato dal caso della Silicon Valley.

Quale città o regione italiana ha sviluppato un piano di attrazione dei talenti? Chi ha collegato in modo strategico cultura e industrie creative? Si parla tanto, e con meritato orgoglio, di distretti industriali ma mai di distretti culturali.

Perché? Probabilmente perché tutto ciò che incorpora la parola «cultura» in Italia è destinato a inesorabile fallimento.
Così è stato per i "giacimenti culturali", il petrolio italiano, promossi venti anni fa e così pure, quasi 30 anni fa, per gli itinerari turistico-culturali del Mezzogiorno.
Intanto, mentre in Italia si discute sulle cose da fare e si piange sulle risorse che non ci sono più, la Spagna avanza e ci sorpassa.
Bilbao da lugubre città vetero industriale è diventala meta di pellegrinaggio artistico, culturale e turistico grazie ad archi-tetti formidabili come Frank Gehry e Santiago Calatrava.
Valencia, che ha strappato a Napoli l'America's Cup, grazie agli investimenti culturali, nei primi sei mesi del 2005 ha raddoppiato il numero di turisti rispetto al primo semestre 2004: 2 milioni e mezzo di turisti in soli sei mesi.

Per non parlare di Barcellona, il cui dinamismo ormai non ha eguali. Parigi, che da sola accoglie più turisti di tutta l'Italia, contìnua a investire in eventi culturali e in infrastrutture legate alla cultura. Anche in Italia esistono tuttavia delle eccezioni. E il Trentino, dove il turismo rappresenta il 18% dell'economia, investe molto in cultura. Intanto, dando prova di serietà e di intelligenza lungimirante, ha creato un'università che è fra la più internazionalizzate d'Italia. Investe in innovazione e ha una politica di integrazione degli immigrati fra le più avanzate.
L'imprenditorialità e rinnovazione sociale hanno fatto sì che il credito cooperativo intercetti i tre quarti del risparmio in questa regione, il Mart di Rovereto, disegnato dall'architetto Mario Botta, è un modello di splendido museo dell'arte contemporanea aperto all'economia e alla società locale. Non a caso il Centro dell’Ocse per lo sviluppo locale è stato ubicato a Trento.

*Direttore Ocse per imprenditorialità, pmi e sviluppo locale



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