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Galleria Borghese e il suo doppio
Lidia Lombardi
Il Tempo, 29/11/2005

Per la prima volta in mostra anche i dipinti «in soffitta»
Da domani porte aperte nei depositi. Con capolavori di Carracci, Peruzzi, Ribera, Sebastiano del Piombo. Sfida all'expertise di Strinati: «Vedere certe opere potrebbe risolvere gialli di attribuzione» Come quello su un Raffaello

Non chiamatela «Galleria Borghese Secondaria». È invece Galleria Borghese Seconda quella che da domani si squaderna ai visitatori. A tagliar corto sulle polemiche sul Bel Paese dei capolavori in cantina - la raccolta del cardinal Scipione si rivela dopo 400 anni al completo con un'operazione che ha avuto bisogno di 100 mila euro da uno sponsor, il Credit Suisse, e che sembra l'uovo di Colombo. Sotto il tetto della nobile e candida palazzina, nella luce lattiginosa che viene dal lucernaio, sono esposte per la prima volta tutte insieme le 263 cosiddette «opere dei depositi», quelle che per opportunità d'allestimento, spazio, condizioni dei dipinti non compaiono nei piani nobili.
Certo, non sono tutti capolavori assoluti, come i tanti delle sale tutte ori e marmi del piano di sotto (dall'Amor Sacro e amor profano di Tiziano, alla Sibilla del Domenichino, dalla Danae del Correggio alla Deposizione, appena restaurata, di Raffaello). Ma accanto a pezzi di pregio, come una Venere assai lasciva di Baldassarre Peruzzi o un Cristo Portacroce di Sebastiano Del Piombo, accanto ai Carracci e ai Bassano, ci sono opere importanti dal punto di vista documentario, capaci di illustrare il gusto del cardinale Scipione e la storia stessa della raccolta. Come i piccoli dipinti del tedesco Baur, un compendio di com'era Roma a metà del '600. Quattro piazze - il Foro Traiano, il Quirinale, il Campidoglio e piazza Colonna - con gli edifici tutti bianchi, una scelta coloristica che ora, anche in virtù di questi documenti, è stata ripresa nella ridipintura dei palazzi storici, come sottolinea una delle due direttrici della Borghese, Cristina Herrmann Fiore. «Anche la palazzina che ospita la Galleria, al termine dei lavori durati dall'84 al '97, ha scelto questa tinta pei ripresentarsi ai visitatori».
E che di opere maiuscole si tratti lo dimostrano anche i tanti vuoti di questo «reparto depositi». Un Mendicante di Ribera è a Milano, in prestito alla mostra «Caravaggio e l'Europa», altri lavori hanno seguito la stessa sorte. Intrigano poi le «pietre paesine», quelle che rivelano appunto paesaggi nelle venature, attorno alle quali artisti hanno giocato a sistemare figure: ecco una presa di Gerusalemme dal poema del Tasso firmata da Antonio Tempesta.
Altri lavori, in pessime condizioni e in procinto di restauro, sono conservati al chiuso, «ma possiamo mostrarli a chi ce lo chieda», promette la Hermann. È il caso di una grande «Sacra Famiglia» attribuita alla scuola di Raffaello o a una Madonna del Francia.
Il tourbillon di grandi nomi, nella visita in anteprima della «Borghese Seconda», si intuisce anche dalle targhette di legno dorato sistemate alla rinfusa su un tavolo: Bernini, Mola, Lotto, Veronese, Guercino... «L'apertura dei depositi offre anche l'occasione di sfide di expertise», dice l'altra direttrice della Borghese, Anna Coliva. «C'è una cinquantina di dipinti dalla dubbia attribuzione. Poter far accedere esperti e i loro allivri nei depositi per analizzare opere mai viste permette di rimettere in moto questioni irrisolte. Per esempio, quale dei quattro San Giovannino di Raffaello è autentico: il nostro, o quelli di Napoli, del Quirinale o degli Uffizi?». Oppure, è una copia o un originale la Santa Caterina di Dosso Dossi?
L'idea dei confronti è del sovrintendente Claudio Strinati. Che s'infervora alla possibilità di risolvere gialli: «La Galleria Borghese è per eccellenza una raccolta in cui le attribuzioni si rimettono continuamente in gioco. Ad ammassare tanti capolavori fu un privato, il cardinale Scipione, che nella sua febbrile ricerca di questo o quell'artista fu parecchie volte indotto in errore dai venditori. Del resto oggi in qualunque asta ci si accorge che il 50 per cento delle attribuzioni è opinabile. Ma peggio ancora quando un'opera è di ignoto: se ne perde la memoria».
Così, se il prodigo Scipione ammassò tante copie del Corteggio prima di portarsi in villa la Danae, che dire della imitazione, ad opera di sconosciuto di un «San Giovanni Battista» di Raffaello mai più rintracciato? E se il giallo si risolvesse in occasione della rassegna sul Sanzio che la Borghese inaugurerà in primavera?



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