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Superholding del Tesoro. Tagliare il debito pubblico a spese del bilancio
Massimo Mucchetti:
“Corriere della Sera”, 20 novembre 2005



Al ministero dell’Economia si sta studiando un’entità, finanziata da obbligazioni, alla quale far affluire beni pubblici per 200 miliardi di euro così da alleggerire in proporzione il debito pubblico. Ma riuscirà mai questa entità, che chiameremo per comodità superholding, a venir fuori dal cassetto? Il dubbio è forte e nasce da ragioni economiche e politiche. Se venisse perfezionato a prezzi di mercato e secondo le regole dell’Unione Europea, il progetto sarebbe di difficile attuazione e nessuna convenienza. Facciamo due conti, con l’avvertenza che le cifre non possono essere puntuali in mancanza di documenti ufficiali, ma servono ugualmente a ragionare prima che il gioco sia fatto. Abbattendo il debito pubblico di 200 miliardi, l’Erario risparmia poco più di 5 miliardi l’anno di interessi, essendo il rendimento medio dei titoli di Stato pari al 2,66%.

Ma i beni ceduti dovranno pur dare un reddito alla superholding che li ha acquistati, e questo reddito è un incasso al quale lo Stato rinuncia, mentre oggi lo ha o lo potrebbe avere. Si badi bene: in una logica di mercato, questo incasso finirà per risultare più alto del correlato risparmio sugli interessi del debito pubblico. La superholding, infatti, per raccogliere i denari, con i quali pagare il venditore, emetterà obbligazioni a medio e lungo termine a un tasso che, non potendo giovarsi della garanzia dello Stato, sarà inevitabilmente più alto di quello dei titoli del debito pubblico. La superholding riceverà in dote un po’di tutto: partecipazioni sontuose come Eni ed Enel, altre importanti ma assai meno redditizie come Finmeccanica o Fincantieri, e infine tanti immobili, strade e crediti. A un simile attivo verrà fatalmente attribuito un certo grado di rischio. E dunque sarà difficile collocare i bond della superholding a meno del 4%. E qui sorge la prima difficoltà. Ma poi lo Stato dovrà associare dei privati nella superholding, giusto per non essere accusato dalla Ue di passarsi il portafoglio delle sue partecipazioni da una tasca all’altra dei pantaloni. E i privati vorranno guadagnare. Le fondazioni bancarie, per esempio, sono entrate nella Cassa depositi e prestiti avendo garantito per anni un rendimento del loro investimento superiore al 5%. La superholding potrebbe dotarsi di un capitale non molto alto: c’è di mezzo lo Stato, e ci si deve fidare. Ma un capitale decente lo dovrà pur avere. Insomma, anche immaginando di remunerare solo la componente privata dell’azionariato e di finanziarsi ai prezzi correnti, la superholding avrà bisogno di altri ricavi. E così i conti, che già non tornavano, tornano ancora meno: lo Stato risparmia interessi per 5 miliardi e perde redditi, collegati agli attivi ceduti (e tutti da verificare), in misura ben superiore. Per abbassare i ricavi necessari alla superholding e quadrare il cerchio, bisognerebbe buttarla in politica con il duplice obiettivo di rinnovare alla superholding medesima la garanzia pubblica sul debito, così da poterlo equiparare ai titoli di Stato, e di evitarle l’obbligo di imbarcare privati da remunerare. Ammesso e non concesso che la Ue accordi all’Italia una simile eccezione, rimarrebbe il fatto che la superholding dovrebbe proteggere le sue vere fonti di reddito, e cioè le partecipazioni negli ex monopoli che promettono buoni dividendi (Eni ed Enel hanno dato allo Stato 1,7 miliardi nel 2004, il resto è più improbabile come generatore di reddito). E dunque la superholding, apoteosi della finanza pubblica creativa, sarebbe la tomba delle privatizzazioni e dell’antitrust che può limare i margini degli ex monopoli. Anche questo è meglio saperlo, e dirselo prima. (con la consulenza tecnica di Miraquota)



La scheda autore di Massimo Mucchetti





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