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Sguardi sulle ferite di un paesaggio tradito
NICOLE MARTINA
il manifesto 26-NOV-2005



AMBIENTE Oggi una giornata di convegno e l'inaugurazione di una mostra al San Fedele di Milano

ome si sono aggiornate le minacce al paesaggio italiano, devastato da decenni di abusivismo edilizio e dallo sfruttamento indiscriminato del territorio? È questa la domanda dalla quale ha preso avvio il progetto coordinato da Laura Peroni, che sabato scorso è stato inaugurato da una conferenza di Salvatore Settis sul destino del nostro patrimonio culturale, e che oggi prevede una giornata di convegno e l'apertura di una mostra, entrambi titolati 11 paesaggio tradito. Sguardi su un territorio compromesso, al centro culturale San Fedele di Milano.
Come chiarisce Andrea Dall'Asta nel suo testo per il catalogo della mostra, quel che si desidera sollecitare è una presa di coscienza sulla necessità improrogabile di salvaguardare la storia che il paesaggio porta scritta in sé e che determina le condizioni del nostro futuro. È noto, infatti, che soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, una intensa opera di ricostruzione e di urbanizzazione «ha accompagnato in modo disordinato una tardiva rivoluzione industriale», in seguito alla quale il paesaggio italiano è stato letteralmente aggredito da interventi legali e abusivi che ne hanno stravolto l'armonia. Contrariamente a quanto è accaduto in altri paesi europei, dove lo sviluppo si è accompagnato a una progressiva tutela dell'ambiente, in Italia «l'incertezza della pianificazione territoriale», alla quale si sono sommate sciagurate sanatorie delle opere abusive, hanno fatto sì che proliferasse una edilizia selvaggia, violentatrice di un territorio coperto nel tempo da colate di cemento a vantaggio esclusivo di altissimi profitti nelle mani di pochi, mentre inadeguate periferie si sviluppavano nella più totale indifferenza di quei presupposti ecologici, sociali e culturali che costituiscono un patrimonio inalienabile della collettività.
Quel che oggi resta da fare non può limitarsi a una sequenza di denunce, perché più proficuo è invece adoperarsi a studiare «modelli di gestione che sappiano promuovere azioni di tutela ambientale e di responsabilità sociale con una seria politica di sviluppo.» Pensato come luogo «identitario» in cui progettare la propria storia, il paesaggio italiano deve venire sottratto alla logica dello sfruttamento e medicato nelle ferite che lo hanno attraversato, ferite ben documentate dalla mostra allestita alla galleria San Fedele, che evidenzia come oggi si costruiscano forse meno «mostri» di cemento, a fronte, però, di interventi edilizi più pervasivi; spesso distruggendo o abbandonando alla malora quegli esempi di costruzioni del passato più o meno recente, di villaggi di montagna e di insediamenti agricoli, anch'essi costitutivi di una precisa fisionomia culturale.
«In che modo raccontare con un linguaggio visivo coerente e adeguato» problemi tra loro molto diversi? - si è chiesta Gigliola Foschi nell'organizzare la mostra fotografica che documenta, tra l'altro, i danni idrici creati nel Mugello dai lavori per l'alta velocità, l'abbandono delle vecchie cascine nella campagna dell'Emilia, la presenza invasiva di outlet simili a iper-villaggi vacanzieri, come pure l'orrore di costruzioni altoborghesi che si sono annesse via via ruderi e capannoni. La via scelta è stata quella di affidarsi al fiuto dei singoli fotografi - Andrea Abati, Matteo Balduzzi, Nunzio Battaglia, William Guerrieri, Alberto Muciaccia, Claudio Sabatino, Alessandro Vicario, Edoardo Winspeare, Marco Zanta - affinchè rintracciassero, ognuno seguendo i propri itinerari spesso suggeriti anche da Legambiente, i segni del degrado e le cicatrici cementifìcate degli sconquassi, provando a indagare con l'obiettivo fotografico quel che le loro immagini sono in grado di comunicare a ciascuno di noi.
Talvolta, avverte Massimo Venturi Ferriolo nel suo scritto in catalogo, il passo dalla tradizione al tradimento è troppo breve: rendersene conto in tempo è un imperativo etico ineludibile, se si pretende di consegnare i luoghi dell'abitare a chi verrà dopo di noi, contribuendo a contrastare chi infierisce sulla loro riconoscibilità. Tuttavia, come saggiamente avverte Luigi Mazza, uno stesso paesaggio è dotato di «molte identità», precipitate nei suoi perimetri nel corso del tempo, così come molte e diverse sono le memorie che ha inscritte e le cui vicende non possono essere esaurite da una analisi storica che pretenda di restituire il territorio alla sua vera identità. Più credibilmente, la memoria che ne viene tramandata è il collage di tradizioni di volta in volta accreditate da alcune élite, e la conseguenza di questa selezione si traduce in iniziative spesso persino imbarazzanti: come i musei all'aperto in cui si cerca «il recupero di memorie subalterne», nonostante il fatto che chi si vorrebbe evocare a stento si riconoscerebbe, per esempio, nelle collezioni di antichi strumenti o nelle ricostruzioni di spazi deputati al lavoro e all'abitare, così come oggi vengono ricomposti. Tuttavia, conclude Luigi Mazza, se «è possibile qualificare come ingenuamente autoritaria la pretesa storicista di definire la vera identità del paesaggio, è possibile qualificare come ingenuamente populista e politicamente corretto il tentativo di far emergere le altre identità attraverso quelle più compatte e resistenti, consegnate alla storia dai gruppi egemoni.»



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