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Cagliari, Sant'Elia. Del Favero, ecco cosa vuole la gente
Fabio Manca
L'Unione Sarda 25/11/2005

Qualcuno sognava l'orto, altri il garage, chi il giardino, chi la cantina, il riscaldamento, l'illuminazione, magari una stanza in più. Mentre la gente elencava, gli architetti abbozzavano la loro casa ideale. Dopo qualche mese di lavoro -supportato da docenti del dipartimento di sociologia dell'Università - i desideri dei residenti dei casermoni Del Favero erano chiari, fissati nei layout degli architetti e nei questionari distribuiti dal Comune, che vennero compilati dal 98% delle 265 famiglie, pronti a essere tradotti in progetti. La gente non voleva andare via da lì ma vivere meglio.
Quello che nel '98 fece la giunta Delogu per cambiare il destino al Del Favero fu il primo esempio in città di Progettazione partecipata, oggi rivendicata da movimenti, associazioni e partiti. Un progetto con il quale, non a caso, l'amministrazione vinse un concorso del Ministero dei lavori pubblici per il "Contratto di quartiere 1" battendo la concorrenza di decine di Comuni e incassando per realizzarlo 30 milioni di euro tra fondi propri e di Ministero, Regione, Iacp, privati. Quello cagliaritano, infatti, è diventato un caso di studio in Europa.
Per dire che i ragionamenti, gli studi approfonditi, i percorsi di partecipazione e burocratici per i quali oggi la Regione è disposta a spendere 800 mila euro sono stati già compiuti, «la gente non sogna la demolizione, ma quelle stesse case divise in cinque palazzine con ingressi indipendenti che saranno grigie, brutte e ci piove dentro, ma che hanno una vista sul mare, un panorama diverso da quello di via Castelli o di San Michele», spiega Francesca Orrù, uno degli architetti che faceva parte dell'équipe multidisciplinare capitanata dal veneziano Andrea De Eccher (progettista del Lazzaretto) e che comprendeva anche docenti di sociologia e undici artisti di prestigio il cui compito era di dare un senso estetico, un'anima,di tradurre i sentimenti in opere da integrare ai lavori. Parteciparono Rosanna Rossi, Mirella Mibelli, Pinuccio Sciola, Lalla Lussu, Gianfranco Pintus, Gabriella Locci, Tonino Casula, Carla Orrù, Lidia Pachiarotti e Anna Marceddu. Coinvolsero tutti, senza guardare il certificato penale. Volevano contribuire a cambiare il destino di quel pezzo quartiere, il peggiore. «La nostra sembrava un'utopia, ma gente imparò a fidarsi di noi, faceva la fila per partecipare ai seminari che organizzavamo, fantasticavano su come sarebbe stata la loro casa dopo gli interventi. Ci dicevano che però avevano imparato a diffidare dei politici. Noi demmo la nostra parola che tutto si sarebbe concretizzato». E riuscimmo a fare un'operazione di coinvolgimento che poche città in Europa sono riuscite a portare a termine. Quel Contratto, è diventato un appalto che sta dando forma alla trasformazione dei piani pilotis, ricettacolo del peggio del quartiere, in garage o cantine, in una piazza rialzata con giardini. I lavori ora sono interrotti perché l'impresa è in sofferenza. Ma sono solo una parte di ciò che era stato progettato, un'applicazione parziale di quel lavoro di architetti, ingegneri, sociologi, parrocchia, insegnanti,volontari e degli abitanti. «Allo Iacp non piacque, non cercarono nemmeno di capirlo». E così ne realizzarono un pezzo. Per questo sono amareggiata. La gente si è sentita illusa e tradita, ha pensato che per l'ennesima volta erano stati presi in giro, che quello che gli avevamo fatto sognare non si realizzerà», conclude delusa Francesca Orrù. «Vogliono quello che avevano concordato con il Comune, non demolizioni». Per questo oggi è più difficile coinvolgere i 1300 residenti del Favero in un nuovo progetto. Di demolizione, poi. «Per andare dove?», si chiedono quelli dei casermoni, che amano Sant'Elia e chiedono solo più dignità.



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