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Come tradurre in limba l’architettura dell’Isola
WALTER FALGIO
l'Unione Sarda 24 novembre 2005

Antonio Simon Mossa: si riparla di un personaggio che ha precorso i tempi, soprattutto per l’ambiente sembrava che di Antonio Simon
Mossa nessuno volesse più parlare. Dalla sua morte, avvenuta nel 1971, poco o nulla era stato detto e scritto su di lui. Personaggio dificilissimo da raccontare, l’architetto aveva
lasciato tuttavia segnali tangibili e inequivocabili del suo sfaccettato impegno professionale e politico. I trent’anni di imbarazzante silenzio erano stati interrotti nel 2003 da un convegno internazionale organizzato a Sassari dalla Consulta per la promozione della lingua e della cultura sarda. Qualche giorno fa a Cagliari l’associazione Shardana ha presentato gli atti di quell’iniziativa.
Cinquantatre interventi ordinati in seicento pagine dagli
storici Federico Francioni e Giampiero Marras: “Antonio Simon
Mossa. Dall’utopia al progetto” (Edizioni Condaghes, 18
euro). Un’esplosione di testimonianze a dimostrare che l’aver
taciuto per diversi lustri non ha portato all’oblio. Anzi.
Nato nel 1916 a Padova, documentarista, regista, pioniere
di Radio Sardegna, giornalista tagliente sul Solco, sulla Nuova,
su Ichnusa. Architetto della Costa Smeralda ma non solo, leader
del Partito Sardo d’Azione, poliglotta e internazionalista.
Sebbene sia molto arduo sintetizzare il poliedrico impegno di
Simon Mossa, l’accademico dei Lincei Giovanni Lilliu isola un bel
ritratto dell’uomo politico: «Sembra di poter vedere in lui un eroe romantico di un partito giovane.
Di uno di quelli descritti da Tocqueville: “Quando nascono i partiti politici hanno per qualche tempo gli attributi della giovinezza. Nelle loro passioni e nei loro eccessi vi è generosità, tensione, dedizione”». La politica era indubbiamente
al centro della vita di Simon Mossa. Il suo anelito
verso l’indipendentismo nasceva da un interrogativo molto
chiaro: «Si chiedeva se l’autonomia così come è stata concepita
S sino ad oggi avesse risposto ai desideri dei sardi», riette Bachisio Bandinu. Secondo l’antropologo la strada indicata dall’intellettuale porta coerentemente a uno stato sardo basato su una forte coscienza linguistica. Concetto su cui insiste il docente Francesco Casula e il leader di Sardigna Natzione Bustianu
Cumpostu.
Ma il carattere marcatamente identitario del pensiero di Simon
Mossa si coglie soprattutto nella sua architettura. «A partire dal
Museo delle tradizioni popolari di Nuoro e dalla Escala del cabirol di Alghero, le sue opere riflettono il legame con la cultura sarda, con i suoi materiali, con i suoi luoghi», spiega lo storico dell’architettura Franco Masala.
Straordinaria la sua attenzione per l’ambiente: «In questo come
in tanti altri aspetti precorreva i tempi», continua Masala. La vertiginosa scalinata che da Capo Caccia porta alle Grotte di Nettuno costruita nel 1954 è uno dei primi interventi di valorizzazione di un percorso naturale con finalità turistiche. Il progetto era stato pensato dall’architetto senza
sconvolgere la parete rocciosa, mimetizzando pietra su pietra,
esaltando l’ardita verticalità del paesaggio. È nella sua Alghero
che l’intellettuale coglie le notevoli potenzialità di uno sviluppo turistico sistematico. «Era contrario all’improvvisazione e credeva in un coordinamento delle diverse realtà territoriali», dice Masala. La volontà precorritrice
di realizzare un programma turistico a lungo termine per
la Sardegna, la sua inconfondibile architettura identitaria e sostenibile fatta di archi catalani e latte di calce, portano Simon Mossa al soglio del principe. L’Aga Khan lo vorrà nell’equipe dei suoi consulenti per l’ideazione della Costa Smeralda. Si trattava di un Comitato di Architettura
composto da nomi prestigiosi come Martin, i Busiri Vici, Couëlle,
Rohan, Vietti, Rastrella. «Il compito di Simon Mossa in questo
gruppo era quello di tradurre in limba il progetto, immettere un
valore aggiunto costituito dai richiami alla tradizione», aggiunge
l’architetto Giovanni Pigozzi, «il tutto lontano dai gigantismi
applicati alle coste sarde che nulla hanno a che vedere con il paesaggio dell’Isola». L’intellettuale algherese «era profondamente contrario al folklore banalizzato
e irridente, al dileggio mediatico della lingua sarda, alla riduzione a macchietta della cultura tradizionale», argomenta lo scrittore Alberto Contu.
Di questo “poeta di armonie territoriali, urbanistiche, umane
e politiche”, come amava definirlo il leader sardista Mario Melis,
resta ora un documento ordinato.
Un primo passo per comprendere il pensiero frastagliato
di Simon Mossa, per penetrare il suo schietto e ruvido linguaggio
politico, come emerge dalla lettura di una corrispondenza inedita
riscoperta da Federico Francioni. Per individuare la
geografia del suo impegno internazionalista ben descritta da
Giampiero Marras. In fondo Simon Mossa «era un po’ come i
fantaccini della Brigata Sassari nelle giornate del giugno sul Piave », scrive lo storico Manlio Brigaglia: «Li caricavano sui camion, e dove gli austriaci aprivano le falle loro si precipitavano a turarle. Lui era così: appena qualcosa andava storto, subito “metteva lingua”».



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