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Sant’Elia nuovo, il progetto si farà in piazza
Alessandra Sallemi
la Nuova Sardegna 24 novembre 2005

CAGLIARI. L’idea è buttar giù le case caserme di Sant’Elia che compaiono alla vista appena si imbocca l’asse mediano direzione
stadio. Un muro fisico che tiene lontana la città e delimita il nulla di un quartiere senza ristoranti, palestre, giardini,
negozi. Neppure la farmacia e neppure il posto di polizia, come ben si sa. Non che tutte queste cose non fossero state previste,
semplicemente non sono state fatte. In quei palazzi anche di dieci piani dove riescono ad abitare fino a 200 persone la manutenzione è estremamente costosa, come ben documentò la commissione consiliare ai lavori pubblici negli anni 1997-1998. Fu
allora che venne espresso un concetto: la demolizione gestita in tutti i suoi delicati passaggi è la meno costosa delle soluzioni.
Il problema, evidentemente, è cosa fare sulle demolizioni.
L’idea perseguita dalla giunta regionale è chiara: si ricostruisce, ma in modo diverso.
In queste settimane la Regione emanerà un bando
di prequalificazione per le figure professionali che dovranno
studiare il futuro di Sant’Elia. La macchina s’è
mossa già nel marzo scorso, quando la giunta regionale deliberò
di spendere 800 mila euro ottenuti dal Cipe proprio
per «studiare la riqualificazione urbana di Sant’Elia». L’assessore regionale ai lavori pubblici, Carlo Mannoni, spiega
che Sant’Elia non è stata l’appendice di un progetto,
ma che anzi la giunta ha la precisa consapevolezza dello
sforzo necessario perché il quartiere esca da una condizione
non accettabile. Adesso l’operazione comincia a entrare
nell’operatività. «La procedura che verrà seguita per capire
cosa è fattibile a Sant’Elia, per ragionare sull’ipotesi
di demolire i palazzi del Favero, quelli che dal centro città
vediamo come un muro, sarà innovativa, almeno per la nostra
regione. In due mesi, i professionisti dovranno consultare
il Comune, la popolazione residente, le categorie
affinché ciò che verrà stabilito essere fattibile, sia il risultato di un coinvolgimento pieno e partecipato di chi poi dovrà uscire da quelle case e trovarne altre. Adesso siamo nella
fase dell’approfondimento, l’operazione riguarda circa
trecento famiglie. La procedura scelta è quella del convegno-
gara: i professionisti che partecipano al bando — spiega
ancora l’assessore — lavoreranno in grande trasparenza,
i risultati del loro lavoro verranno presentati subito alle
parti che comunque, al momento del risultato, avranno
già avuto la loro fetta di attenzione e tutto verrà portato in
pubblico e inserito nel dibattito». La scelta spetterà alla fine
a una giuria che deve essere ancora nominata. «La nostra
idea è che con questo metodo — continua l’assessore
— la soluzione ai problemi del quartiere sarà condivisa
dalla popolazione: per capire cosa fare e come farlo ci vuole
il pieno coinvolgimento degli abitanti che devono stare
a Sant’Elia, certo, ma, ripeto, con un’edilizia diversa». Il
contratto di quartiere promosso dal Comune e finanziato
dallo Stato non è «un impedimento»: «Sta andando a rilento
— spiega ancora l’assessore regionale — si tratta di
un progetto finalizzato al miglioramento edilizio del quartiere,
rinegozieremo con lo Stato la destinazione di quei
fondi, a Sant’Elia c’è molto da fare».
Il tema «cosa facciamo a Sant’Elia» tenne banco tra il
1997 e il 1998. Ricorda bene quel tempo Gianni Agnesa, ingegnere,
allora consigliere comunale Ds e vicepresidente
della commissione consiliare ai lavori pubblici. Diverse, alla
fine, furono le proposte che vennero presentate in sede di
approvazione del bilancio: bisognava rimediare al grande
problema dei costi causati dalle manutenzioni di edifici
prefabbricati quindi molto meno resistenti all’usura e all’incuria, però si doveva anche cogliere l’occasione per
togliere pressione al quartiere portando gli abitanti degli
edifici da abbandonare e demolire in complessi ex industriali
allora prossimi alla riconversione in zone edificabili.
La ricetta giusta doveva venire fuori da una mescolanza
di edilizia popolare pubblica e edilizia borghese privata. In
quegli anni c’erano in ballo le destinazioni di Pirri, l’ex cementeria e Tuvixeddu: l’idea valutata in commissione fu
quella di spostare in queste zone un 30 per cento di edilizia
pubblica ed eventualmente «attraverso le permute —
ricorda Gianni Agnesa —, di promuovere l’edilizia privata
a Sant’Elia». Agnesa illustra le tappe che portarono la commissione a proporre un travaso di abitanti e non invece
una ricostruzione sul posto.
«Come commissione ai lavori pubblici ci trovammo a esaminare
il problema delle manutenzioni. Facemmo vari sopralluoghi,
era evidente che gli edifici prefabbricati diventavano osoleti più in fretta.
Ma durante i sopralluoghi — continua l’ingegnere — ci rendemmo
conto dell’invivibilità di quel quartiere, provocata
anche dal tipo di costruzioni.
Ce n’erano di 10 piani, condomini di 200 persone: ingestibili.
Il progetto originario era imcompleto. Avevano previsto
un piano negozi: mai fatti.
Sulla carta c’erano scuole, impianti sportivi, biblioteca,
giardini: nulla di tutto questo si vedeva. Inoltre il quartiere
era mal collegato con la città.
Tra il 1997 e il 1998 si stava chiudendo il percorso del nuovo
piano urbanistico generale e c’erano aree ex industriali
da riconvertire in zone edilizie: ci sarebbe stata la possibilità
di decongestionare Sant’Elia, troppo abitato, e nello
stesso tempo di portare nel quartiere tutti servizi della
città. L’emarginazione nasceva anche dal fatto che lì non c’era
nulla dei luoghi che contraddistinguono una città».
Ma se Agnesa oggi resta perplesso di fronte all’idea di demolire
per ricostruire esattamente a Sant’Elia, non lo è assolutamente
su un altro punto: in questo quartiere la demolizione
non è un costo ma un investimento. «E’ concettualmente
sbagliato — va avanti l’ingegnere — considerare
la demolizione un costo.
Per fare i conti occorre pesare i costi delle manutenzioni,
che nel caso di Sant’Elia sono enormi e poi i costi sociali diretti e indiretti pagati dal quartiere, enormi anche questi.
Per risolvere i problemi di Sant’Elia occorrono volontà,
organizzazione, denaro, un programma attento. A
Barcellona, in quattro anni, un quartiere popolare è diventato
il villaggio Olimpiadi».
Mannoni: in due mesi lo studio di fattibilità
da 800mila euro Agnesa: «Demolire non è un costo
ma un investimento».



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