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Rimetti il nostro debito
di Franco Adriano
19/11 /05, Milano Finanza




Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Ma essere virtuosi non basta più, Anzi, non è mai bastato, come hanno toccato con mano uomini del calibro di Carlo Àzeglio Ciampi e Giuliano Amato. Proprio negli anni in cui i due imponevano agli italiani il massimo del rigore (e dei sacrifici) per salvare l'Italia dal baratro, il debito pubblico si impennava toccando «da che era del 100,8% nel 1991 , il picco del 124P8% nel 1994». Lo ha ricordato l'ex ministro Giuseppe Guarino nella sua ormai celebre intervista sulla necessità di abbattere il debito al 70%. Un'impellenza di cui è consapevole anche il ministro dell'economia Giulio Tremonti. A quella cifra record lo stock del debito italiano non è ancora tornato, ma la sua crescita è inarrestabile, avendo raggiunto quest'anno quota
108,2%. In vista dei rialzi dei tassi di interesse, poi, dati ormai per scontati da tutti, è ormai praticamente impossibile trovare qualcuno che giudichi non necessaria una manovra per cercare di limare quella montagna di cambiali dello stato da 1.527,9 miliardi di euro. Per la verità, una persona che sul tema continua a gettare acqua sul fuoco -c'è. Ed è proprio Tremonti: «Per il debito . non c'è bisogno di misure extra», ha tranquillizzato i suoi interlocutori. Salvo, però, poi scoprire che gli ingegneri finanziari di via XX Settembre sono all'opera da tempo. Varie le ipotesi sul tappeto. Su uno di questi studi, secondo quanto ha appreso Milano Finanza^ c'è recata in bella mostra una cifra: 216 miliardi di euro. E un no-
me, per ora assolutamente ipotetico: Fonditalia, L'idea di partenza sarebbe sempre quella della superholdìng di Guarino, ma rielaborata sia per quanto riguarda l'entità che le modalità di attuazione- II serbatoio entro il quale dovrebbero confluire quote di debito (tra le passività), ma anche i beni dello stato (partecipazioni azionarie, crediti, immobili e beni culturali) verrebbe collocato agli azionisti, II portatore delle azioni sarà garantito dagli asset conferiti e lo stato, grazie alla redditività di quegli asset, gli potrà garantire un rendimento ai valori attuali intorno al 2-2,5%. Un autorevole dirigente di via XX Settembre che vuoi restare anonimo ha spiegato a Milano Finanza che, se vuole, Tremonti può partire entro il termine della legislatura. À crederci è perfino il suo nemico dì sempre, Tex ministro Vincenzo Visco, che pure in passato sulla proposta originaria aveva fatto notare che i denari risparmiati sotto forma di minori interessi sul debito, avrebbero rischiato di dover essere spesi come dividendi. Di fronte, invece, alle recenti indiscrezioni dì stampa, ha confidato «In questo modo potrebbero farlo davvero». Andrà a finire proprio così? Difficile dirlo. I problemi maggiori non sono tanto legati all'entità dell'operazione. Quando pochi mesi fa Guarino gettò il suo sasso nello stagno sostenne che la cifra di 430 miliardi, da lui indicata, poteva sembrare enorme, ma che circa la metà di quei soldi, con il pericolo che il debito potesse ricominciare a risalire, sarebbe stata comunque spesa in interessi. Eppoi, i grandi investitori istituzionali e non, italiani e internazionali, non difetterebbero certo in liquidità. Piuttosto, a preoccupare è l'esame UE. Il rischio che le nuove emissioni possano ricadere entro la definizione di debito pubblico è dietro l'angolo. Tremonti avrebbe sempre l'alternativa di rispolverare Patrimonio spa, lo strumento che egli ha creato allo scopo di valorizzare i beni dello stato. Una creatura, tuttavia, che finora non è mai riuscita a spiccare il volo.



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