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Cambia il Codice «culturale»
Ledo Prato
Arena, 22/11/2005

Approvate dal Consiglio dei Ministri le modifiche al testo del 2004. La gestione dei beni, se fatta in forma indiretta, potrà essere affidata esclusivamente a soggetti pubblici o privati senza scopo di lucro. Non sarebbe stato più utile istituire una sede tecnica con Regioni, Province e Comuni per confrontare le opinioni?

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo con cui si introducono correzioni o integrazioni al Codice dei beni culturali.
Come i lettori ricorderanno il Codice dei beni culturali è stato approvato nel maggio del 2004 e prevedeva la possibilità, per il Governo, di apportare delle modifiche entro due anni dalla sua applicazione. In vista della scadenza dei termini il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro Buttiglione, ha approvato le modifiche che ora saranno sottoposte, per il parere, alla Conferenza Stato-Regioni e alle Commissioni Parlamentari. L'iter quindi non si è concluso.
Ma prima di esaminare alcune modifiche approvate, è bene fare un passo indietro e soffermarsi su due aspetti. Il primo. In questi giorni sono circolati documenti predisposti da tecnici della Presidenza del Consiglio, che avrebbero voluto introdurre modifiche più profonde al Codice. In modo particolare era stata prospettata la possibilità che la gestione dei musei fosse "aziendalizzata". In altri termini producessero reddito. Con qualche richiamo all'esperienza americana.
Questi documenti, che non possono essere attribuiti né al Ministro Buttiglione (che aveva licenziato già un testo da portare in Consiglio dei Ministri), né alla Presidenza del Consiglio, avevano giustamente sollevato molte preoccupazioni e non poche perplessità. Soprattutto perché toccavano un nervo scoperto. Una questione di cui molto si è discusso e non sempre con cognizione di causa. Ora questa ipotesi è rimasta tale e non ha trovato accoglienza nel testo approvato.
La seconda. Alla stesura del Codice si era giunti attraverso un complesso confronto tra lo Stato e le Regioni, alla ricerca di un testo che raccogliesse punti di vista condivisi. Il risultato fu che, all'atto della promulgazione del Codice, Stato e Regioni ne sostennero la validità, anche di fronte a critiche che furono avanzate da più parti. Per la individuazione delle modifiche non è stata fatta la stessa scelta e le Regioni, le Province e i Comuni, si dovranno limitare ad esprimere il proprio parere nelle sedi previste.
Vediamo come valutare questi due aspetti. Cominciamo dal primo. Il tema della valorizzazione dei beni culturali è affrontato, in modo particolare, con l'articolo 115 del Codice. La modifica approvata stabilisce, senza mezzi termini, che la gestione dei beni culturali, se fatta in forma indiretta (non cioè direttamente dalle Sovrintendenze), può essere affidata esclusivamente a soggetti pubblici o privati senza scopo di lucro. In altri termini si esclude che il soggetto gestore possa avere obiettivi di carattere economico, perché la valorizzazione culturale non deve ritenersi un'attività economica.
Una precisazione che non era contenuta nel vecchio testo. Ma perché è stata introdotta? Forse per stabilire una volta per tutte che l'orizzonte della economicità della gestione di un bene culturale, di un museo, deve essere definitivamente archiviata, contraddicendo molte realtà culturali importanti. E siamo certi che fosse necessario inserirlo esplicitamente in una norma, visto che il tema può essere affrontato solo senza fare ricorso alle posizioni più estreme? Io ho qualche dubbio e vorrei chiarire perché.
Se al soggetto gestore è assegnata una dotazione finanziaria pubblica con cui provvedere all'esercizio delle sue funzioni, e queste non risultassero sufficienti per assicurare l'ordinaria gestione, è evidente che dovrebbe preoccuparsi di individuare altre strade per procurarsi le risorse necessarie, pena il fallimento della sua attività. Per raggiungere questo obiettivo potrebbe offrire servizi remunerati o promuovere attività che producono reddito, come oggi giustamente fanno alcune Sovrintendenze con i propri musei. Questo testo, o almeno la sua ratio, sembra escludere questa possibilità, e rinvia ad altri soggetti di natura commerciale le attività di impronta economica. Mi domando se non era più corretto lasciare il vecchio testo, visto che non conteneva prescrizioni rigide né in un senso né in un altro.
E veniamo alla seconda questione. Dal punto di vista formale il Ministro Buttiglione ha rispettato le procedure. Ma siamo certi che sia stata la scelta migliore? O meglio. Fermo restando gli aspetti formali, vista la complessità della materia (anche per quanto riguarda le norme sul paesaggio), non sarebbe stato più utile istituire una sede tecnica con Regioni, Province e Comuni, in cui confrontare le diverse opinioni? Insomma si poteva fare di meglio e dobbiamo auspicarci che questa strada non sia preclusa.



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