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Quella cultura francese ispirata da Roma
Marco Moussanet
Il Sole 24 Ore, 21 novembre 2005

Lo Stato è anche questo. Decidere, a metà del Seicento, di offrire ad alcuni dei propri migliori, e più promettenti, talenti artistici la possibilità di trascorrere un periodo della loro vita a Roma, culla della cultura classica, con il solo obiettivo di "arricchire" la Nazione. E continuare a farlo oggi. Con lo stesso obiettivo.
Creata da Colbert, il ministro plenipotenziario di Luigi XIV, nel 1666, da oltre 200 anni l'Accademia di Francia a Roma è a Villa Medici, scelta da Napoleone nel 1803. Un luogo strepitoso. Che dal Pincio si affaccia su Trinità dei Monti, Piazza di Spagna e sull'intera città. Un giardino di sette ettari che confina con il parco di Villa Borghese ed è delimitato dal Muro Torto, parte delle stori-che mura aureliane.
Oltre alla villa, alla quale un recente restauro ha restituito il fascino d'un tempo, ci sono 18 abitazioni, quasi tutte dotate di un atelier, di un laboratorio. In queste stanze magicamente silenziose, spesso arricchite di preziosi affreschi, hanno scritto, dipinto, composto musiche personaggi come Derrida e Berlioz, David e Debussy, Deschamps e Fragonard, Gounod e Ingres, Tanguy e Bizet. Ingres è stato anche direttore, di Villa Medici. Così come, per ben 17 anni, Balthasar Kossowski de Rola, più conosciuto come Balthus.
Il penultimo direttore è stato Bruno Racine, ora presidente del Centre Pompidou. Sostituito da Richard Peduzzi, 62 anni, fascinoso scenografo dalle lontane origini italiane. «La Villa — racconta — continua a svolgere il compito che è stato affidato all'Accademia fin dalla sua origine: permettere agli artisti di crescere, di affinare il loro talento immergendoli nel crogiolo della storia, tenendoli nel cuore e insieme a distanza dal tumulto, dallo scompiglio del presente. Per la Francia è un modo per alimentare il suo prestigio».
Inizialmente riservato a pittori e scultori, rigorosamente maschi, l'ambito soggiorno a Villa Medici è stato via via esteso ad artisti di altre discipline. E, dal 1913, alle donne. Dopo i compositori e gli architetti è venuto il turno degli storici dell'arte e degli scrittori, dei restauratori e dei fotografi, degli sceneggiatori e degli scenografi, fino al recente affacciarsi dei rappresentanti del mondo del design e delle "arti culinarie".
I candidati non devono essere studenti, ma «persone già impegnate nella vita professionale, che cercano a Roma un'esperienza per perfezionare la loro formazione». Devono essere francesi o (innovazione abbastanza recente) francofoni tra i 20 e i 35 anni. La durata del soggiorno può variare dai sei mesi a due anni, ma quasi tutti si fermano almeno un anno e mezzo. «Mi sembra la durata minima indispensabile — dice Peduzzi — per poter digerire l'impatto con Roma».
Una volta all'anno gli aspiranti "borsisti" (in media circa 300) presentano richiesta e progetto al ministero della Cultura. Una commissione presieduta dallo stesso Peduzzi ne selezionerà meno di una decina, a seconda delle disponibilità. Borsisti, abbiamo scritto. Già, perché gli artisti prescelti (una volta erano quelli che vincevano il Prix de Rome") oltre a essere ospitati nell'incanto di Villa Medici, ricevono 3.400 euro netti al mese. Che non sono una fortuna, ma insomma, da soli ci si può tranquillamente campare. Anche se non sempre i borsisti di Villa Medici sono soli. Anzi. Dei 18 residenti attuali (con gli scrittori e gli storici a farla da padroni) ben 10 sono al Pincio con la moglie, e sei sono coppie con bambini. Meno numerosi, comunque, dei dipendenti dell'Accademia, una cinquantina. Un tempo gelosa del proprio dorato isolamento, da una quarantina d'anni (grazie alla riforma voluta dall’allora ministro della Cultura Andre Malraux) la comunità di Villa Medici ha cominciato ad aprire Villa Medici ai romani. Tant'è che ormai una porzione importante del budget annuale dell'Accademia (un milione su 5,5) viene destinato a iniziative culturali: mostre, rassegne cinematografiche, incontri. E proprio i borsisti stanno finalmente raccogliendo con entusiasmo l'invito a organizzare delle manifestazioni (magari cercandosi uno sponsor) e a presentare pubblicamente, prima del loro ritorno in Francia, i lavori realizzati durante il soggiorno romano.



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