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Pietre dell’identità
di Salvatore Settis
Il Sole 24 Ore”, 13 novembre 2005




L’esplosione delle periferie francesi è l’identico e il rovescio del non al patto costituzionale europeo di qualche mese fa. Nell’uno e nell’altro caso, come del resto nel maggio 1968, il disagio non si può spiegare in chiave economicistica, ma ha profonde motivazioni culturali. Si può ipotizzare che una componente essenziale di questa crisi di nervi sia la questione dell’identità nazionale, che l’impulso verso l’Europa non fa che rendere più acuta. E in Italia?
Nel nostro Paese la questione dell’identità nazionale si colloca al punto di convergenza (e d’attrito) fra due grandi processi politici, culturali ed economici: la crescita delle autonomie locali (con la continua riconfigurazione dei rapporti di forza fra Stato e regioni e la conseguente instabilità istituzionale) e la crescita dell’Europa, con il trasferimento dei poteri dallo Stato agli organismi comunitari. Ma se lo Stato cede poteri e competenze sia verso il “basso” (a regioni ed enti locali), sia verso l’“alto” (all’Unione europea), che cosa significa oggi parlare di “identità nazionale”? Si tratta forse di un concetto obsoleto, da mettere in soffitta?
Che non sia così, lo mostra il rapporto col nostro patrimonio culturale, la cui unicità è per gli Italiani motivo di identificazione e di orgoglio. L’Italia emerge per la speciale intensità e capillarità della diffusione del patrimonio culturale e paesaggistico sul territorio, per un modello senza pari di conservazione contestuale. Nelle nostre città, una chiesa, un palazzo, è degno di essere conservato in sé, ma soprattutto in quanto appartiene, con cento altre chiese e palazzi, a un’unica, fittissima trama. In questo insieme, prodotto di un accumulo secolare di ricchezza e di civiltà, il totale è maggiore della somma delle sue parti. Ma c’è un’altra ragione di unicità della situazione italiana: ed è che proprio in Italia, ben prima dell’unità, nacquero le leggi di tutela del patrimonio culturale. Famose sono quelle promosse a Roma dai pontefici, a Napoli e a Palermo dai re; ma non meno importanti furono quelle degli Stati più piccoli, per esempio Lucca o Parma. Questa sintonia fra gli antichi Stati italiani è di per sé assai significativa: come mai essi adottarono per la protezione del patrimonio culturale leggi tanto simili tra loro? La risposta sta in una radice comune: la cultura delle città italiane, che a partire almeno dal secolo XII elaborarono un concetto alto e forte di cittadinanza, nel quale i monumenti dell’arte sono elemento di orgoglio, principio di identità civica. La coscienza che l’immagine della città incarna la nozione di cittadinanza generò norme che subordinavano le libertà dei privati al pubblico interesse. Per esempio il Costituto di Siena del 1309 dichiara che chi governa deve avere a cuore “massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”. Il patrimonio culturale ha un’altissima funzione identitaria, è una sorta di lingua della memoria, il cui potere coesivo è pari a quello dell’italiano, unica lingua usata in tutta la Penisola anche quando essa era divisa in tanti piccoli Stati.
Proprio come l’italiano nasce dal latino, così queste regole nascevano da uno stesso ceppo: il diritto romano. Il legatum ad patriam, e cioè il principio giuridico secondo cui quanto venga posto, anche da un privato, in luogo pubblico (per esempio la facciata di un edificio) ricade nella condizione di res populi romani, ispirò l’idea-chiave della “pubblica utilità”, che è dunque un elemento di continuità nella storia nazionale. Se la proprietà giuridica del singolo bene può essere privata o pubblica, i valori storici e culturali sono sempre e comunque di pertinenza pubblica. Il “patrimonio culturale” è l’opposto di ogni individualismo proprietario, e si rifà invece a valori collettivi, a legami e responsabilità che prendono la forma del patto di cittadinanza, rendono possibile la”pubblica utilità”, e dunque lo Stato.
Le norme di tutela si tradussero poi, nell’Italia unita, nelle leggi del 1902 e del 1909, e soprattutto nelle due leggi Bottai del 1939, ossatura portante sia del Testo Unico del 1999 che del Codice dei Beni Culturali del 2004. Ma il punto culminante di questa tradizione è l’art. 9 della nostra Costituzione: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Come ha detto Ciampi, “è questo l’articolo più originale della Costituzione”: tanto è vero che meno di venti Paesi al mondo (solo tre in Europa) hanno dato rilievo costituzionale a questo principio, spesso ispirandosi proprio alla nostra Costituzione.
Ma come possiamo valutare una tradizione tanto radicata rispetto alle due grandi sfide del presente, la crescita delle autonomie regionali e la crescita dell’Europa? È giusto che regioni ed enti locali rivendichino un ruolo nella protezione e gestione del patrimonio; ma questa istanza si è tradotta sul piano giuridico (anche nel nuovo Titolo V della Costituzione) in una distinzione fra tutela (che spetterebbe allo Stato) e valorizzazione del patrimonio (che spetterebbe alle regioni) che si fonda purtroppo su un importante errore tecnico. Le azioni di cura del patrimonio non possono essere segmentate ad arbitrio, ma costituiscono un continuum che si fonda sulla conoscenza del patrimonio e ne include tutela, gestione, valorizzazione e fruizione. Distinguere queste fasi, tutte necessarie, è impossibile: per fare un solo esempio, la funzione di catalogare i beni culturali è al tempo stesso conoscenza, tutela, gestione, valorizzazione. L’attribuzione di competenze separate a Stato e regioni produce duplicazione di progetti, spreco di risorse pubbliche, conflitti di competenza davanti alla Corte Costituzionale. La soluzione del problema non può essere rigidamente centralistica (troppo evidente è il vantaggio di portare la consapevolezza del patrimonio più vicino ai cittadini), ma ancor peggio sarebbe una strisciante devoluzione alle regioni di tutte le competenze. Avremmo in tal caso venti concezioni diverse della tutela, una per ogni regione, ma anche gravissimi squilibri fra le regioni più ricche e più attente al loro patrimonio (come la Toscana) e le altre, specialmente nel Sud, che hanno minor tradizione e minor disponibilità di risorse proprie. È dunque urgente ricomporre l’unitarietà nella cura del nostro patrimonio culturale mediante un grande patto per la tutela che coinvolga gli uffici centrali e periferici dello Stato, le regioni e gli enti locali. In esso dovrà essere riconosciuto il ruolo centrale dei saperi tecnico-scientifici dei beni culturali, a cui dev’essere garantita la piena libertà e professionalità di giudizio, e dunque l’indipendenza dal potere politico.
E rispetto all’Europa? L’identità nazionale italiana si è rivelata ricca e feconda in quanto prodotto di una millenaria ibridazione di genti e di culture di tutto il Mediterraneo. L’Italia da cui nacque l’impero romano era popolata non solo da latini e italici, ma da greci, fenici, celti. L’Italia in cui Dante scrisse la Commedia nasceva da un Medioevo ricchissimo di apporti germanici, bizantini, arabi. L’Italia in cui Machiavelli scrisse il Principe, Tasso la Gerusalemme, Vivaldi e Verdi le loro opere vedeva sul proprio suolo importanti presenze francesi, spagnole, austriache, come vedeva gli italiani attivi in tutta l’Europa nelle arti, nelle armi, nei commerci e nelle scienze. Insomma, la storia dell’identità italiana dimostra, più in generale, che la definizione delle identità culturali non può essere isolazionista, ma deve incentrarsi sulla complementarietà, sugli scambi fra culture, su una geografia variabile di “dare” e “avere”, di reciproca inclusione.
Se questo è vero per l’Italia, lo è a maggior ragione per l’Europa; anzi per l’intera area mediterranea. Mediterraneo non vuol dire solo Europa, vuol dire Africa e Asia; vuol dire cristianesimo (anche ortodosso), vuol dire ebraismo, e vuol dire islam. Vuol dire non tracciare e difendere confini, ma essere consapevoli di un fitto reticolo di comunicazioni, con vitali zone di transizione, come l’Africa settentrionale romanizzata, la Spagna e la Sicilia islamizzate; o una città che è al tempo stesso la Byzantion dei coloni greci, la Costantinopoli degli imperatori cristiani, la turca Istanbul. Vuol dire un orizzonte “europeo” più antico e più vasto di quelli spesso evocati (l’Europa cristiana del Medioevo, quella dei Lumi, l’Unione di oggi): l’impero romano, che si estese dalla Scozia al Mar Rosso, da Gibilterra al Mar Nero.
L’identità culturale dell’Italia deve apportare il suo contributo alla costruzione dell’Europa nella consapevolezza della molteplicità delle proprie componenti storiche, nelle arti come nella letteratura, nelle religioni come nel diritto. Questa definizione dell’identità culturale, storicamente inoppugnabile, ha inevitabilmente una dimensione politica. In Europa, e non solo in Italia, i vari gruppi etnici, linguistici e culturali, presenti da millenni, si sono combinati fra loro con dinamiche di lunghissimo periodo. Le singole identità culturali europee si sono formate mediante processi di osmosi e di interscambio; ciascuna di esse non va definita “per distinzione” dalle altre, ma piuttosto mediante l’analisi degli elementi che la compongono, molti dei quali sono presenti in altre culture.
Perciò è importante ricordarsi dei precedenti storici, comprendere che la propria cultura include elementi significativi che provengono da altre culture, e che ha contribuito a definire l’identità di altre culture, di altri Paesi. Questo dato semplice e incontrovertibile trasmette un messaggio del quale il nostro tempo ha assoluto bisogno: un messaggio di apertura e di tolleranza che viene dal tessuto stesso della nostra storia.



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