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MODIFICHE AL CODICE: I monumenti chiamano i privati in società
Antonello Cherchi
19/11/2005, Il Sole 24 Ore


Il Governo ha esaminato ieri in prima lettura una serie di modifiche alle norme per i beni culturali


Possibile l'affidamento a soggetti costituiti o partecipati dall'amministrazione pubblica di pertinenza.

ROMA ■ Ha poco più di un anno e mezzo, ma già deve rifarsi, per la seconda volta, il look. Il Codice dei beni culturali, entrato in vigore il primo maggio 2004, deve prepararsi a una lunga serie di modifiche, dopo quelle introdotte di soppiatto lo scorso fine anno con la delega ambientale (la legge 308), attraverso la quale venne inserita nel Testo unico, con un blitz parlamentare, la criticatissima sanatoria paesaggistica.

Questa volta gli interventi di lifting provengono dallo stesso ministero dei Beni culturali e sono mirati, da una parte, a coordinare il Codice con le novità normative intervenute nel frattempo e dall'altra a renderlo più incisivo.

Le modifiche riguardano la parte sui beni culturali e quella sul paesaggio: due distinti decreti ai quali ieri il Consiglio dei ministri ha dato il via libera preliminare.
Ora ì provvedimenti passeranno al vaglio delle commissioni parlamentari e della Conferenza Stato-Regioni, per poi ritornare a Palazzo Chigi per il sì definitivo.

I beni culturali.
Sono i ritocchi che hanno presentato i maggiori problemi. Sulla gestione dei luoghi d'arte si è anche consumato, durante la settimana, un braccio di ferro tra Beni culturali e presidenza del Consiglio, con quest'ultima che spingeva per una visione più aziendalista dell'organizzazione di musei e siti archeologici.
Secondo Palazzo Chigi, i monumenti devono produrre reddito.
Ieri il ministro dei Beni culturali, Rocco Buttiglione, soddisfatto per il via libera del Consiglio dei ministri, ha smorzato i toni della polemica, affermando che quella posizione non coincide con quanto pensa il Governo, ma è solo il punto di vista di un alto funzionario di Palazzo Chigi.
«Ciò che si sta cercando di costruire — ha affermato il ministro — è un modello misto pubblico-privato, ragionevolmente liberista, non ultraliberista».

Si muovono in questo senso le modifiche all'articolo 115 del Codice, attraverso le quali si è inteso precisare l'ambito delle gestioni indirette finalizzate alla valorizzazione dei luoghi d'arte. Dunque, quando la pubblica amministrazione non ce la fa, si può ricorrere ali'«affidamento diretto a soggetti giuridici costituiti o partecipati dall'amministrazione pubblica cui i beni pertengono».

Il ministero dei Beni culturali è sempre parte in causa, nel senso che è rappresentato negli organismi di gestione. Viene, inoltre, specificato che il contratto di servizio, che regola il rapporto tra titolare del bene culturale e affidatario o concessionario, definisce «i contenuti del progetto di valorizzazione e i relativi tempi di attuazione».

Un'altra modifica di rilievo riguarda la procedura del silenzio-assenso — ora presente nel Codice, per esempio in relazione al riconoscimento di interesse culturale di un bene e, in caso negativo, alla sua possibile vendita — e che, invece, viene cancellata.

Il paesaggio. La volontà è di fare in modo che Stato e Regioni collaborino nella predisposizione dei piani paesaggistici. Per questo, anche se il compito rimane di competenza regionale, in vari passaggi l'amministrazione centrale viene chiamata direttamente in causa.

Le modifiche sulla parte del Codice relativa al paesaggio sono più "invasive", nel senso che vengono riscritti interi articoli, in direzione di una maggiore tutela. Per esempio, viene affermato che il parere del soprintendente sugli interventi da realizzare in aree protette è vincolante; ora, invece, il Comune può anche non tenerne conto. Vengono anche resi più stringenti i tempi per il rilascio dell'autorizzazione di compatibilità paesaggistica.
Infine, si sposta alla fine del 2006 l'istituzione, da parte delle Regioni, delle commissioni per il paesaggio.

ANTONELLO CHERCHI



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