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Beni Culturali, un Ministero che un reperto archeologico
Giuseppe Chiarante
18/11/2005, L'Unit

A che cosa serve un ministero dei Beni Culturali se la sua preoccupazione fondamentale stata, fin dallinizio della legislatura, non gi quella di rafforzare e migliorare la tutela del patrimonio culturale e paesistico del nostro Paese, ma di cercare tutte le strade per trarre reddito da questo patrimonio secondo quella logica aziendalistica e mercantilistica cos bene illustrata, ora, nel documento di indirizzo che sarebbe stato emanato dagli uffici del sottosegretario Letta?

inutile ripercorrere tutte le iniziative messe in atto con questo intento: dalla proposta di privatizzare la gestione dei musei statali allistituzione della patrimonio Spa; dal principio dellalienabilit dei Beni Culturali pubblici inserito per la prima volta nel codice Urbani alla demolizione di tanta parte delle norme di tutela del paesaggio (come la legge Galasso); dai tagli di bilancio anche per la spesa ordinaria di funzionamento e di manutenzione ai guasti irrimediabili prodotti dalla pratica sempre pi frequente delle deroghe e dei condoni. Per non parlare dei danni determinati dal ricorso a Fondazioni prive di qualit scientifica o dallaccanimento nel ridurre i finanziamenti per lo Spettacolo.

Ma inutile ripetere denunce tante volte dette e ripetute. Vale piuttosto la pena di sottolineare che il risultato di questa politica stato soltanto quello di indebolire e mortificare le strutture e limpegno per la tutela, di tagliare sia il personale scientifico sia le spese di funzionamento, senza certamente ottenere, con le meschine misure adottate, di colmare i vuoti nel bilancio statale prodotti da una politica economica fallimentare e dalla cattiva gestione dellamministrazione pubblica.

A che serve, dunque, questo ministero?

In realt proprio uno sviluppo cos negativo della politica dei Beni Culturali e del paesaggio - in contrasto con gli stessi princpi della Costituzione - dimostra che stato un grave errore affidare a una gestione di tipo ministeriale, dominata inevitabilmente da una logica burocratica e dal prevalere degli interessi di chi in un dato momento al potere, un settore cos delicato della vita culturale del Paese.

Non solo, infatti, il burocratismo ministeriale ha portato a un abnorme rigonfiamento del vertice, col passaggio dai tre direttori generali di un tempo agli attuali quasi cinquanta direttori generali al centro o in periferia (con tutti gli inevitabili costi che ci comporta), mentre sono stati bloccati, con largomento della riduzione delle spese, i concorsi per limmissione di nuovi funzionari scientifici e tecnici: tanto che oggi let media di questi funzionari di oltre cinquantanni. Ma nella logica tipica di un ministero stata agevolmente accettata la scelta di far prevalere gli interessi mercantili ed economicistici su quelli scientifici e culturali.
giusto perci domandarsi se non fosse pi corretto - come aveva proposto a suo tempo la famosa Commissione di indagine formata da parlamentari e da esperti e diretta da Franceschini - affidare un settore come quello dei Beni Culturali e del Paesaggio non a un ministero, ma ad una Amministrazione autonoma retta da un Consiglio eletto dai docenti universitari e dai funzionari scientifici del settore, amministrazione sottoposta solo alla vigilanza di unautorit ministeriale.

Sono state istituite in questi anni tante Autorit indipendenti. Perch non ce ne deve essere una per un settore cos delicato e di tanta importanza per la storia e per lavvenire dellItalia come quello della cultura e dellambiente?



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