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Sicilia. La Regione rivuole la sua Venere
Paola Nicita
La Repubblica, ed. Palermo, 16 novembre 2005

Tornano in Italia tre preziosi reperti archeologici, provenienti da scavi clandestini ed esposti fino a poco tempo fa al Getty Museum di Malibu. Tra questi c'è anche un reperto siciliano, una stele funeraria lapidea del VI secolo a.C, alta mezzo metro e trafugata negli anni Cinquanta, proveniente da scavi illeciti condotti a Selinunte.
E se è vero che l'Italia da un recente rapporto internazionale sul traffico di opere rubate ha il triste primato di essere uno dei Paesi in cui viene compiuto un numero molto alto di furti, è anche vero che la Sicilia è in assoluto uno dei luoghi d'elezione per tombaroli e trafficanti d'opere d'arte.
Alcune volte, però, è possibile rintracciarle attraverso esposizioni e collezioni private: è questo il caso di un centinaio di reperti italiani, trafugati e acquistati illecitamente, esposti un po' in giro per il mondo, monitorati attentamente in attesa della loro restituzione.
Così è avvenuto per esempio per la preziosa Phiale d'oro di Caltavuturo, anch'essa trafugata, esposta illecitamente e finalmente tornata in Sicilia. «La restituzione di questi tre beni — dice il generale Ugo Zottin, comandante del Nucleo Tutela Patrimonio di Roma — segna un passo importante per tutti coloro che hanno collaborato a questo successo».
Ed è grazie a questo meccanismo di controllo che oggi l'ex direttrice del Getty Museum di Malibu, Marion True, si dovrà presentare presso la sesta sezione del Tribunale di Roma, per rispondere ad una serie di accuse: associazione a delinquere e ricettazione, oltre ad una lunga serie di reati specifici relativi al commercio illecito di beni archeologici. Marion True—che sarà difesa dallo studio Coppi, mentre il ministero dei Beni culturali sarà assistito da Maurizio Fiorilli — è stata responsabile degli acquisti del Getty fin dal 1996. Insieme all'ex direttrice, in tribunale arriverà Emanuel Robert Hecht, intermediario svizzero che viene indicato dall'accusa come uno degli organizzatori e promotori del traffico. Attraverso società internazionali, infatti, si sarebbe provveduto alle acquisizioni clandestine. Il passaggio svizzero sarebbe servito a "ripulire" i pezzi prima di immetterli sul mercato.
Tra i beni di cui si attende con ansia la restituzione — tra questi figura anche un'opera niente-meno che di Lisippo, raffigurante un atleta e di provenienza partenopea — c'è anche la grande statua di due metri datata V secolo a.C, la Venere di Morgantina: anche questa visibile nelle sale del Getty, che ha il triste record di esposizione di opere provenienti da acquisti poco chiari. La statua di Morgantina venne acquistata dal museo nel 1988, per una cifra pari a 20 milioni di dollari.
Proprio in relazione alla richiesta di restituzione di questo bene trafugato, la Regione siciliana si è costituita parte civile al processo romano. Occorre dire che la Venere è al centro di un vero e proprio giallo, perché, al di là del fatto della sua oscura provenienza e di conseguenza dell'illecita esposizione, molti dubbi insistono comunque sulla veridicità dell'ope-ra. Infatti, secondo alcune indiscrezioni — provenienti addirittura da alcuni tombaroli—la Venere di Morgantina sarebbe una sorta di "falso", una "ricostruzione". Il termine tecnico è "aerolite": si tratterebbe cioè di un'opera che ha le mani, la testa e i piedi di marmo, autentici ma "scomposti". Le rimanenti parti della statua vennero probabilmente realizzate adoperando alcuni pezzi di calcare recuperati vicino al tempo di Selinunte: in questo modo si sarebbe ovviato ai problemi di datazione e al dubbio sui materiali adoperati, facendoli provenire dalla stessa area. In poche parole, il carbonio 14 generalmente adoperato per la datazione avrebbe "segnato" la stessa età delle altre parti della statua. Le parti in calcare, assemblate, erano destinate a torace, stomaco, gambe. Intanto, si attendono notizie sulla restituzione, poi la parola passerà agli archeologi che potranno dire la loro sulla statua.
Intanto, Morgantina — l'attuale Aidone, piccolo centro dell'Ennese che detiene il singolare primato di botteghe che realizzano copie di reperti archeologici, ma questa volta è tutto legale — sarà ancora al centro di un altro caso. Questa volta ci spostiamo al Metropolitan Museum di New York, diretto da Phlippe de Montebello (e sempre al Metropolitan, l'intermediario svizzero che domani comparirà al tribunale di Roma ha venduto un prezioso vaso, anche questo proveniente da scavi clandestini). Il direttore del Montebello è stato proprio in questi giorni in visita in Italia, per diri-mere la questione del «tesoro di Morgantina». È infatti ormai assodato che la collezione di preziosi manufatti d'argento —15 in tutto, anche se oggi il museo ne espone solo due — provengono da scavi illeciti siciliani. Il tesoro venne acquistato dal Metropolitan in due franche: nel 1981 e nel 1982, per poco più di due milioni di dollari. Potrebbe essere questa una nuova restituzione per la Sicilia, senza però questa volta arrivare al banco degli imputati.
Intanto, una delegazione di esperti italiani si trova in questi giorni in America, a caccia di antichità rubate.



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