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Pompei stato d’assedio
Francesco Erbani
la Repubblica, 17 novembre 2005

A chi fa gola l’industria degli scavi

Contro il soprintendente Pier Giovanni Guzzo sono state presentate due interrogazioni parlamentari per rimuoverlo. Una lunga storia di conflitti fra l'attuale gestione e i tanti traffici intorno al sito archeologico. E c'è chi chiede: via la Soprintendenza

Pompei
Ha legato il suo nome alla prima legge cantra personam del nostro ordinamento, per impedire a Gian Carlo Caselli di concorrere alla Direzione nazionale antimafia. Ora Luigi Bobbio, senatore di An, ha un altro bersaglio: Pier Giovanni Guzzo, archeologo di fama, soprintendente a Pompei dal 1994, designato a quell’incarico dall’allora ministro Domenico Fisichella (anche lui di An), la qual cosa non lo emenda dal torto di essere, lamenta Bobbio, «un'emanazione bassoliniana». Contro Guzzo, che prima di Pompei ha diretto il Museo Nazionale Romano e il Colosseo, e vanta una ricca bibliografia, il senatore ha scatenalo fulmini in due interrogazioni parlamentari, chiedendo un'ispezione, l'apertura di procedimenti penali, l'immediata rimozione, e non solo la sua ma anche del capo dipartimento del ministero per i Beni Culturali, Giuseppe Proietti, il quale non sarebbe persecutore sufficientemente spietato di Guzzo.
Una dichiarazione di guerra. Che si aggiunge alle tante ingaggiate contro un soprintendente mai molto amato dai vertici ministeriali, e spigoloso come erano spigolosi Adriano La Regina, Elio Garzillo o Francesco Scoppola e altri ancora, spediti in pensione oppure infilati in qualche ufficio dove non possono nuocere. Guzzo guida il più importante sito archeologico italiano, visitato nel 2004 da quasi 2 milioni 300 mila persone (erano un milione e settecentomila nel 1995), ma assediato da una realtà sociale fra le più complicate d'Europa, ad alta densità camorrista, e poi da custodi riottosi, posteggiatori invadenti, "bancarellari" che espongono patacche, ristoratori che si contendono i favori degli autisti di pullman perché gli scarichino torme di turisti.
Gli scavi sono una delle grandi industrie di Pompei e dei suoi ventisettemila abitanti. Settecento dipendenti, tre quarti dei quali custodi non assunti direttamente dalla Soprintendenza, che pure ha un'autonomia regolata da una legge del 1997, ma dipendenti del ministero e organizzati in cordate familiari, clan di zii, nipoti e cugini, oltre che da sindacati spesso sconfessati dalle segreterie nazionali.
Guzzo non è un mediatore, come invece qualche suo predecessore. Appena arrivato ha stabilito che gli incarichi sarebbero stati affidati solo con gare d'appalto. Poi ha aperto Pompei ai ricercatori internazionali (ora sono impegnati quindici gruppi di studio). E ha scelto di percorrere una strada innovativa. Pompei escavata per due terzi della sua superficie. Si sarebbe potuto indagare quel terzo mancante, ma poi sarebbe stato molto dispendioso tutelare un'area cosi vasta. Meglio concentrarsi sugli strati più profondi della parte già scoperta. Pompei è una città romana solo per un centinaio di anni, dall'89 avanti Cristo fino all'eruzione del 79 dopo Cristo: prima di allora era un centro sannita, come hanno attestato i ritrovamenti di materiali dal VI a! XTV secolo avanti Cristo.
Ma è stato soprattutto con i custodi e il vasto mondo che traffica intomo a Pompei che si è aperto un baratro. Trascorsi pochi giorni dall'insediamento, si presenta a Guzzo il gestore di una delle bancarelle che fuori dall'ingresso vendono, fra ninnoli eMadonnedel Rosario, anche qualche volumetto sugli scavi: «Che dice, professore, perché non scrive una bella guida, gliela pubblichiamo noi». Per tutta risposta, Guzzo apre il primo bookshop, gestito, dopo una regolare gara, dall'Electa: il giorno dell'inaugurazione hanno dovuto chiamare un fabbro, che ha sfondato la porta perché qualcuno aveva infilato una zeppa nella serratura. Una guerra costata ore e ore di assemblee, ingressi chiusi e visitatori infuriati, venne poi scatenata quando furono affidati a una cooperativa i servizi di biglietteria e di guardaroba, sui quali si concentravano lucrosi appetiti.
Non è solo storia, ma anche cronaca. Almeno quattro edifìci sono stati appena restaurati (la casa del Labirinto, quella di Sirico e quella di Sallustio, oltre al Lupanare), ma la loro apertura al pubblico è difficile perché manca chi possa custodirle. Una bufera è scoppiata nel marzo scorso, quando è stato inaugurato un terzo ingresso: ha favorito una migliore distribuzione dei visitatori, ma ha sconvolto equilibri che si reggevano sulla spartizione di guide e mance. E ora un'altra tempesta si annuncia. La Soprintendenza ha progettato di allestire fuori degli scavi, lungo la cancellata a semicerchio di piazza Anfiteatro, una struttura per sistemarci servizi: Il progetto è stato approvato. Ma il grande semicerchio è occupato dalle bancarelle e dal chiosco di un bar, che più volte la Soprintendenza ha chiesto al Comune di far sloggiare, perché abusivi. L'adozione del progetto era l'occasione buona. Ma invece nell'agosto scorso il Comune, governato dal centrosinistra, ha denunciato la Soprintendenza: l'attuale bookshop non avrebbe una regolare licenza commerciale. Inoltre la Soprintendenza avrebbe commesso un abuso edilizio: una portata in faccia a chi da anni vigila su un territorio devastato da urbanizzazioni selvagge e illegali.
Eccolo qui l'abuso commesso da Guzzo: una gettata di calce, quattro metri per tre, in uno spiazzo dietro all'ingresso, con due coppie di tubi Innocenti che reggono una tettoia. Serve a ricoverare l'ambulanza. Ma per un assessore è illegittima.
È in questo clima guerrigliero che piombano le interrogazioni di Bobbio. La prima è di settembre. L'esponente di An rilancia le accuse dell'amministrazione comunale, denuncia il degrado delle strutture (è sotto gli occhi del più superficiale visitatore che gli uffici della Soprintendenza sono costretti in un prefabbricato allestito dopo il terremoto del 1980 e lì è rimasto), e aggiunge una stoccata: il bookshop è gestito da Electa e nel consiglio di amministrazione di Electa siede Rosanna Cappelli, moglie di Guzzo. Replica Guzzo: mia moglie è una dipendente di Electa, gruppo Mondadori, e, in quanto tale, siede nel cda di Electa Napoli, la società che gestisce la vendita dei libri. Non ha, insomma, nessun interesse azionario.
L'interrogazione scatena un'ispezione. Due funzionari del ministero arrivano a Pompei, ma non sembra trovino nulla di illegittimo. A fine ottobre parte il secondo affondo di Bobbio. Non se ne deve andare solo Guzzo, ma anche Proietti, il dirigente dei Beni Culturali che ha disposto l'ispezione, ma che, a detta del senatore, avrebbe già assolto il soprintendente.
Un'altra colpa avrebbe Guzzo agli occhi di Bobbio: quella di aver tenuto congelati 130 milioni di euro. Risponde Guzzo: a Pompei il soprintendente ha competenze solo scientifiche e di tutela, l'amministrazione fa capo a un'altra struttura, guidata prima da Giuseppe Gherpelli, un esperto manager culturale, poi da Giovanni Lombardi, generale dell'aeronautica in pensione, e quindi, dalla primavera scorsa, da Luigi Crimaco,
un archeologo la cui nomina, caldeggiata da An e dal sottosegretario ai Beni Culturali, Antonio Martusciello (Fi), non è stata ancora registrata dalla Corte dei Conti per carenza dei titoli necessari. Crimaco ha incontrato più volte Bobbio (e il senatore si riferisce a lui nell'interrogazione con grandi apprezzamenti) , ma ora giura di non avergli mai dato la notizia dei 130 milioni. Non è vero che quei soldi sono inutilizzati, aggiunge. C'è stato un ritardo in alcuni pagamenti dovuto alla gestione che lo ha preceduto, ma le pratiche sono in via di smaltimento.
Il contrasto fra Guzzo e la direzione amministrativa è di vecchia data. E il copione è sempre identico. Il soprintendente ricorda spesso il naso arricciato del generale Lombardi davanti a un progetto di scavo. «Costa troppo», diceva il direttore amministrativo. Ma di contrasti Pompei sembra non poterne fare a meno. Nell'ultimo mese quattro assemblee, piazzate in orari strategici, hanno bloccato gli scavi, lasciando fuori dai cancelli centinaia di visitatori. E sullo sfondo si profila una minaccia, quella di abolire l'autonomia della Soprintendenza, che per la verità è stata già prevista nel nuovo ordinamento del ministro varato nel 2004, ma rimasta sulla carta in attesa di un regolamento d'attuazione che nessuno sa quale fine abbia fatto.
Pompei potrebbe perdere il soprintendente, conservando solo il direttore amministrativo, ed essere accorpata alla Soprintendenza di Napoli (la cui titolare, Maria Luisa , Nava, pare che guardi con angoscia all'ipotesi). Il rischio è paventato da Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil Beni culturali, che denuncia «operazioni di malversazione» e tentativi «per truccare gli appalti o per fare affidamenti a cupole vecchie e nuove». «Di fronte al muro di legalità alzato dall'attuale gestione si tenta di aggirare l'ostacolo proponendo lo smantellamento della Soprintendenza», conclude il sindacalista.
E così il progressivo indebolimento delle Soprintendenze proseguirebbe, sacrificando i presidi di tutela e di conoscenza scientifica del patrimonio distribuiti sul territorio a vantaggio di un corpaccione ministeriale le cui strutture dirigenziali si sono nel tempo moltiplicate.



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