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Debito pubblico: vendere davvero per ridurlo al 60% del Pil
Il Sole 24 Ore, 16 maggio 2005



Bene ha fatto il professor Giuseppe Guarino, già ministro dell’Industria e delle Finanze, a sollevare così perentoriamente il problema del debito (intervista al Sole 24 Ore del 24 maggio). Comincia a farsi strada l’idea che fra debito e crescita si confonda la causa con l’effetto. Si dice infatti: non cresciamo e quindi non ci sono avanzi per diminuire il debito. Forse la questione sta esattamente all’opposto: abbiamo un debito che non ci consente di crescere. Il nostro debito sta oggi al 106,6% del Pil, quindi sfiora i 1.500 miliardi di euro. Secondo le regole di Maastricht dovrebbe progressivamente avvicinarsi al 60% del Pil. Questo debito ci costa (dati del 2003) circa 70 miliardi, quasi il 5%, l’equivalente di tre manovre, come spesso si sono attuate con la legge finanziaria. In compenso il patrimonio dello Stato, dice Guarino, è di circa 1.770 miliardi. Quindi l’Italia è solvibile ed è per questo che ha un buon rating. Se l’Italia fosse un’azienda, diremmo che non ha elasticità finanziaria. Ma un’azienda, in questo caso, venderebbe una parte consistente del suo patrimonio per alleggerire il debito. Così hanno fatto molte grandi imprese, ad esempio, con il loro patrimonio immobiliare e con altre attività estranee al “core business”.

Certamente i governi italiani, in questi ultimi 15 anni, hanno compiuto varie mosse verso una parziale alienazione del patrimonio (privatizzazioni di imprese pubbliche, vendita di immobili, ecc.), ma la misura è largamente insufficiente per creare elasticità. E’ vero che abbiamo avuto un debito fino al 124% del Pil, ma il 60% di Maastricht è assolutamente irraggiungibile. Se fossimo al 60%, avremmo 30 miliardi di meno di interessi passivi e acquisteremmo una discreta elasticità, dato che la spesa in conto capitale dello Stato è di poco superiore ai 50 miliardi (dati 2003). Potremmo aumentare gli investimenti pubblici e stimolare quelli privati, per uscire dalla spirale della stagnazione.

Se questo è il punto, come riuscire a attuare una manovra di questa portata? Guarino propone di mettere in un’immensa scatola 400 miliardi tra immobili, crediti e partecipazioni e di vendere la scatola agli italiani, ma anche a stranieri, mantenendo il 10% nelle mani dello Stato. Con un colpo di bacchetta magica scenderemmo al 70% del Pil, vicini a Maastricht. Si sa che 946 miliardi del patrimonio pubblico sono cedibili, secondo uno studio Kpmg, e 375 sono concretamente disponibili. Più o meno quello che Guarino vorrebbe mettere nella scatola. Ma come convincere i risparmiatori a investire una cifra così immensa, dato che tutta la Borsa italiana capitalizza 600 miliardi? Attraverso dividendi adeguati. Ma allora non è come pagare tanti interessi passivi? Rientreremmo nei parametri di Maastricht, ma senza goderne i benefici.

Credo che l’analisi di Guarino sia del tutto condivisibile, ma la pezza è forse peggiore del buco. Per uscire dalle strette del debito bisogna vendere realmente, non garantire rendimenti. Continuiamo a erigere barriere tricolori su tante aziende di servizi come Alitalia, Poste, Ferrovie, Enel, Eni, pensando che, in primo luogo, si debba mantenere il controllo pubblico su imprese cosiddette strategiche. Ma chi ha detto che altrettante “public companies” non cercherebbero di servire i clienti nel miglior modo possibile? Si dice che la ricerca se ne andrebbe altrove, ma che ricerca fanno le imprese di servizi? Molte di queste partecipazioni si annidano nelle amministrazioni locali. Ma anche qui si potrebbero mettere vincoli patrimoniali con sanzioni applicate ai trasferimenti dallo Stato alla periferia. O vendi le aziende o ti blocco i quattrini. E si potrebbero fare dei blocchi immobiliari cui siano interessate società immobiliari e banche estere, come molte grandi aziende italiane hanno fatto da tempo. Tremonti aveva parlato di spiagge e forse non aveva tutti i torti. Insomma la scossa di cui parla Guarino potrebbe essere molto più efficace, anche se per far questo si deve cozzare contro tanti interessi corporativi e locali. Ma non è questo il compito della politica?



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