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Nuove frontiere. Rovine e macerie tra Pompei e Manhattan.
Giuseppe Tortora
IL MATTINO, 16-NOV-2005





Un convegno pluridisciplinare intreccia archeologia e storia, sociologia, economia e politica per non perdere la memoria.

QUALCHE ANNO fa appariva in libreria un volumetto di Marc Auge che recava un titolo fascinoso: Rovine e macerie. Non vi sì trattava di archeologia. O meglio: non solo di archeologia. Lui, Auge, è un etnologo. Anzi un antropologo. Ma quel titolo - infedele rispetto all'originale in francese - Le temps en ruines -fece colpo. In quel titolo ognuno dei due termini mostrava la potenza delle grandi metafore. E giustamente. Basti pensare ai tanti diversi contesti in cui si usa il termine rovina: storico, economico, politico, sociologico, psicanalitico, e così via. Di qui l'opportunità di riproporre, con il convegno di Pompei, la riflessione filosofica su quei concetti alla luce delle recenti rovine e con le immagini delle recenti macerie negli occhi. Di qui l'esigenza di esplorarne la latitudine significativa. Di mostrarne l'ampiezza di variazione dei sensi che possono assumere. Di coglierne la profondità nei diversi contesti. E addirittura di scavare nella loro felice e feconda ambiguità semantica. Del resto nell'uso comune spesso sì finisce con il considerarli sinonimi.
Infatti lo stesso termine rovina ha un doppio carattere denotativo. Esso indica sia un processo che l'esito di quel processo. Un evento e, insieme, quel che resta di quell'evento. Il continuo mutamento della realtà si compie sempre abbandonando qualcosa, perdendo qualcosa. Esso può essere più o meno rapido, e può aver luogo non solo nella forma della placida transizione, della tranquilla evoluzione, ma anche attraverso una più o meno violenta distruzione. Talvolta esso si compie attraverso il cedimento franoso di una realtà, il disfacimento della sua integrità. Ma in qualunque ambito si consideri l'evento rovinoso, i resti sono significativi solo per chi abbia consapevolezza della temporalità, della storicità dell'uomo. Altrimenti la rovina resta muta: non rivela nulla, costituisce solo un fastidioso ingombro. Essa è tale solo negli occhi di chi la osserva, di chi il proprio presente lo vive nel profondo, ovvero con la consapevolezza del passato e la responsabilità del futuro.
Solo a queste condizioni ciò che resta costituisce una rovina. Altrimenti è maceria. Quando l'esito del cedimento strutturale, della scompaginazione di una realtà non conserva neppure un'ombra della sua antica unità, allora non restano che informi materiali di risulta. I resti che non conservano neppure un abbozzo della forma originaria, non sono altro che residui ingombranti. Quando non lasciano intravedere neppure con l'immaginazione l'antica unità, quando non si presentano come segni tali da rendere possibile una sia pure approssimativa ricostruzione, essi non sono altro che inutilizzabili frantumi. Ma è sempre nel pensiero dell'uomo il luogo delle rovine e delle macerie. Qui la rovina è un racconto, la maceria un ingombro. La prima risponde a una volontà di ricordare, la seconda al desiderio di eliminare il passato. E dunque, quando chi osserva i resti di un evento rovinoso non è in grado o non ha voglia di considerarli come una testimonianza, perché li ha già posti fuori del proprio passato, della propria storia, allora per lui quelle rovine non sono che fastidiosi materiali di scarto. Inutilizzabili e, se possibile, da rimuovere, perché costituiscono solo un un intralcio, un impedimento. Un ostacolo. È la memoria il discrimine. Le macerie occupano solo, indebitamente, uno spazio. Gli esiti di una radicale disintegrazione rovinosa, in tal caso, son considerati da asportare in funzione di una ri-edifìcazione. Meglio: di una nuova edificazione che assuma l'aspetto di una sostituzione. E certe frettolose rimozioni hanno il solo significato di rottura col passato in modo che non sia più rappresentabile. Bisogna coniugare memoria e oblio. Certo, senza memoria non c'è identità: né personale, né sociale, né storica. Ma talvolta essa rappresenta una gabbia da cui non si riesce a fuggire. E dunque, perdere la memoria è una tragedia che non può produrre che tragedie. Ma neppure si può ricordare tutto. E anche a volerlo, talvolta non è neppure opportuno. Comunque non si deve. Più che rimuovere il passato con la velleità di annientarlo, occorre obliarlo. Nel libro Lete. Arie e critica dell'oblio, Harald Weinrich sottolinea come tutte le testimonianze letterarie insistano sul tema dell'impossibilità di separare memoria e oblio, Mnemosyne e Lete. Dunque all'arte della memoria deve corrispondere l'arte dell'oblio. Amministrare l'una e l'altra con la consapevolezza che non si riesce mai davvero a dimenticare quel che si desidera, né si può veramente salvare dall'oblio quel che si vuole.



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