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La cultura tagliata
Ledo Prato
Arena, 15/11/2005

Il «compromesso» raggiunto dal ministro Buttiglione a proposito della finanziaria ora all'esame della Camera non fa diradare le preoccupazioni per i rischi che verranno al settore nei prossimi mesi dai tagli indiscriminati

Tagli alla cultura: seconda puntata. Si potrebbe definire così il "compromesso" raggiunto dal Ministro Buttiglione a proposito della finanziaria approvata in questi giorni al Senato e ora all'esame della Camera.
Cosa c'è dentro il paniere del Ministro? E' stato ridotto il taglio al Fondo Unico per lo Spettacolo (ora mancano all'appello circa 75 milioni di euro); è stata approvata, con la partecipazione del centrosinistra, la legge sul cinema; sono state recuperate risorse per i beni culturali (mancano ancora circa 50 milioni per il funzionamento dei musei, delle aree archeologiche, delle biblioteche e degli archivi) ma sono stati fatti tagli al Fondo Unico per gli Investimenti per circa 100 milioni di euro.
Una valutazione obiettiva ci porta ad esprimere vive preoccupazioni e a segnalare grandi rischi per i prossimi mesi se la Camera non introdurrà qualche sensibile modifica. Vediamo perché.
Il taglio al FUS interviene in una difficilissima situazione in cui versano le Fondazioni liriche ma anche il teatro e in generale il settore dello spettacolo. Abbiamo scritto e ribadiamo che nessuno può sottrarsi al dovere di gestire in modo più oculato ed efficiente le risorse pubbliche. Ma così "si fa di tutt'erba un fascio". Si mettono cioè tutti sullo stesso piano, senza tener conto di chi ha già avviato una seria politica di rigore e chi invece su questa strada ancora non si è messo. L'errore continua ad essere il taglio indiscriminato.
E se la legge sul cinema consente di riaprire un capitolo che sembrava compromesso, per quanto riguarda i beni culturali la situazione resta molto grave. Vediamo perché. Il taglio alle risorse destinate al funzionamento mettono in serio rischio l'apertura dei musei, delle biblioteche, degli istituti culturali. Ora se questi tagli arrivassero dopo anni di incremento o sostanziale stabilità dei finanziamenti pubblici, l'impatto sarebbe comunque di rilievo ma non pregiudicherebbe la vita delle istituzioni culturali.
Il fatto è che già da qualche anno si registra un taglio ai finanziamenti pubblici e non ci stancheremo di ricordare che l'Italia destina a questo settore lo 0,16% del proprio Prodotto Interno Lordo (PIL) contro una media europea che è dello 0,50%. E il nostro è il Paese con la più alta densità di beni culturali! Da questo patrimonio, attraverso il turismo culturale, traggono risorse importanti città e imprese diffuse in ogni dove. Senza contare che il brand dell'Italia nel mondo è legato proprio ai suoi beni culturali.
Ed i tagli al funzionamento fanno il paio con quelli effettuati al fondo investimenti. In questo caso assisteremo al ridimensionamento dei cantieri di restauro, della manutenzione del patrimonio, con evidenti riflessi sui prossimi anni. Nell' immediato si ridurranno gli spazi dell'economia del restauro che rappresenta ancora una delle attività per cui godiamo di un prestigio internazionale.
In un simile contesto ci si domanda che senso ha che la manovra finanziaria destini poi qualche milione di euro per la "libera iniziativa" dei parlamentari. In altri termini lasci risorse a disposizione delle mille proposte fatte solo per dare "qualche mancia" qua e là, senza alcun disegno programmatorio, senza alcuna verifica sull'efficacia di una tale spesa.
Il rigore è una cosa seria ed il Paese, quando è stato chiamato a fare la sua parte, non si è sottratto. Ma deve essere applicato senza deroghe dal sapore vagamente elettorale.
Ai cittadini spetta il compito di segnalare ai propri rappresentanti in Parlamento che un Paese che non investe in cultura non ha un futuro. E' destinato, in questo caso davvero, al declino senza ritorno. Perché l'arte accompagna l'ambizione di tutti ad una vita più felice.



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