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Assalto alla memoria
Simonetta Fiori
la Repubblica, 15/11/2005

Archivi condannati alla chiusura o al controllo dei governanti
Cosa si nasconde dietro il declassamento del sovrintendente dell'Archivio Centrale
Solo il premier potr decidere quali carte conservare, quando e
a chi farle vedere
Licenziati gli storici della Giunta centrale: ora sar solo il ministro a fare le nomine

La prodigiosa capacit di ricordare pu essere letale, ammonisce Borges. Non meno mortifera l'inclinazione a dimenticare, specie in una dimensione pubblica. Mai come oggi in Italia rischiano definitivo collasso i Palazzi della Memoria, centocinquantotto tra archivi di Stato e soprintendenze archivistiche in cui depositato il nostro passato nazionale. Una sorta di autobiografia collettiva, che insipienza o cattiva coscienza tendono a cancellare. O, nei casi pi avvertiti, a sorvegliare per discusse finalit politiche.
La recente finanziaria per il 2006 s' abbattuta sugli archivi come un caterpillar su uno scenario di cartapesta. Gi negli ultimi quattro anni i fondi erano diminuiti complessivamente del sessanta per cento sulle spese di funzionamento, con conseguenze paradossali che avrebbero potuto ispirare Tot: dai bagni agibili a giorni alterni per inadempienza del contratto con la ditta di pulizia ai telefoni tagliati per bolletta non pagata (in tempi di Internet!). All'Archivio centrale di Stato, scrigno della memoria nazionale, sfiora ripetutamente la chiusura "la sala-studio", prezioso canale d'accesso alla documentazione patria dall'Unit ad oggi. Cos come per mancata manutenzione rischiano di spegnersi i computer preposti ai servizi di consultazione in rete: insieme agli schermi rimarrebbero al buio anche i ricercatori.
Nell'ultimo anno, tra il 2004 e il 2005, l'abbattimento dei fondi destinati agli archivi stato quantificato intorno a 11,5 milioni di euro: pi che un taglio, una sciabolata. Poche settimane fa, con la manovra di fine anno, l'annuncio d'un ulteriore colpo di mannaia nelle spese di funzionamento: un altre dieci per cento polverizzato, oltre al temporaneo blocco dei fondi gi stanziati (circa ventuno milioni di euro). E se per il Fondo dello spettacolo i tagli annunciati sono parzialmente rientrati, nessuno sconto stato concesso ai Beni Culturali. In sostanza c' ossigeno sole per pochi mesi: poi gli archivi rischiano di estinguersi, dice Gianfranco Cerasoli, membro del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e dirigente sindacale della Uil, che per oggi in piazza del Collegio Romano ha promosso una manifestazione di protesta.
Soltanto le cifre possono dai conto di questo "assalto alla me moria" : tra risorse a disposizione e fabbisogno, il rapporto di uno a tre. La somma necessaria per pagare gli affitti condizione che accomuna buona percentuale dei nostri archivi supera i ventidue milioni di euro all'anno: nel 2005 le risorse disponibili arrivano a poco pi di diciotto milioni. E se per la manutenzione ordinaria (restauri, apparecchiature, etc.) a fronte d'una richiesta di oltre un milione e seicentomila euro sono stati corrisposti quattrocentoquarantasei mila euro (ossia un quarto della cifra) , le cose non vanno meglio per le spese d'ufficio (riscaldamento, acqua, pulizia, etc): la somma richiesta era nove milioni di euro, ne sono stati concessi solo sei milioni. Conseguenza: un maremoto di debiti, destinato a crescere. Cerasoli: I nuovi fondi basteranno agli istituti per pagare le inadempienze dell'anno passato. Per il resto, rimarr ben poco: al massimo garantita la sopravvivenza fino a giugno.
La chiusura stata paventata dallo stesso ministro Buttiglione, non reticente sul Sole24 ore riguardo al rischio di porte sbarrate "per alcuni archivi e musei". All'Anai, l'associazione che rappresenta gli archivisti italiani, circola la battuta: la prima volta che, nelle parole del ministro, gli archivi precedono i musei: ma si tratta d'un requiem!. Ferruccio Ferruzzi, combattivo vicepresidente, illustra con efficacia un'eterna condizione ancillare: Se chiudono gli Uffizi, ne parlano al Tg. Se chiude l'Archivio Centrale, se ne discute in un convegno tra storici. Eppure in gioco la memoria nazionale, non meno importante dei capolavori d'arte. "Granai di fatti", li chiamavano gli studiosi delle Annales. Depositi di memoria, che per non sono mai diventati patrimonio condiviso da tutta la collettivit: forse perch "invisibili", condannati alla penombra, come oscuro appare il documento contro lo splendore del monumento. C' anche una ragione storica, illustrata da Isabella Zanni Rosiello in un saggio pubblicato sulla rivista Parolechiave: se nei secoli passati erano considerati "Templi della memoria storica" da esibire trionfalmente al pubblico, nei primi decenni del Novecento prevalsa l'idea del labirinto segreto e onusto di carte, sottratto allo sguardo del visitatore. E qui ancora una volta soccorre Borges: Che cos' un libro se non lo apriamo? semplicemente un cubo di carta e cuoio, con dei fogli; ma se lo leggiamo succede qualcosa di strano: ogni volta diverso. Lo stesso, aggiunge la Zanni Rosiello, si potrebbe dire a proposito dei pezzi d'archivio.
Quella degli archivisti, inoltre, una specie condannata all'estinzione. Il pi giovane, tra coloro che operano nella struttura pubblica, ha oltrepassato cinquant'anni. Ferruzzi: Da un ventennio mancano significativi concorsi per nuove assunzioni. Questo significa che, tra non molto, l'ultima generazione si ritirer in pensione portando con s una tradizione che si trasmette solo con la pratica. I danni saranno irreversibili. Chi sar pi in grado di leggere pergamene medievali e manoscritti antichi o conoscere il contesto in cui furono prodotti anche documenti di solo cento anni fa?.
C chi invoca la digilitalizzazione come panacea di tutti i mali. Iniziative in questo campo proliferano tumultuosamente dappertutto. Siamo o non siamo in una societ cibernetica, un'et che respinge il tempo storico per costruirne uno del tutto diverso? Ma anche sul piano della conservazione futura dei documenti informatici prodotti oggi il nostro paese registra grave letarga. Ferruzzi: All'estero si fanno studi importanti, ma la nostra amministrazione non vi partecipa. Al progetto Inter Pares a cui aderiscono ventuno paesi per l'Italia partecipa l'Associazione archivistica, non il governo. Il rischio che, per l'obsolescenza rapidissima dei media informatici, tra non molto si perder memoria del nostro tempo. Un paese condannato alla smemoratezza? I tagli finanziari accelerano il compimento di un' amnesia collettiva, quasi amorevolmente covata dal governo centrale in questi ultimi anni. Prima il declassamento dell'Archivio centrale, massimo santuario della memoria nazionale, poi una legge recente che ne minaccia lo smembramento con l'istituzione di un inopinato Archivio della Presidenza del Consiglio. Qui il discorso si complica, perch all'ignavia s'aggiunge il tentativo d'un controllo politico dei documenti, e dunque della coscienza storica. Oblio e censura come facce differenti d'una stessa politica della memoria.
Nell'estate del 2004 viene approvato il nuovo regolamento dei Beni Culturali che declassa il soprintendente dell'Archivio Centrale: da dirigente generale diviene un funzionario di classe subalterna. L'aspetto paradossale che nel Ministero dei Beni Culturali i direttori generali sono stati portati a ben trentacinque (innalzabili a quarantuno): ma non c' spazio per il sovrintendente archivista, che pure aveva questo rango quando i direttori erano solo cinque. Un mero contenzioso tra burocrati? Non proprio. Spiega Paola Carucci, l'ex sovrintendente apprezzata per doti di misura e trasparenza: Indebolendo la figura del soprintendente, che in tutte le democrazie europee un personaggio altamente rappresentativo, viene indebolita la sua capacit di acquisire nuovi versamenti da parte dei ministeri. Non pi direttore generale, si trova ora a trattare le nuove acquisizioni da subalterno: i suoi interlocutori, nelle diverse amministrazioni, sono sempre direttori generali. Un altro dato. Dai depositi del Centrale mancano ancora le carte relative agli Affari Riservati del ministero dell'Interno per il periodo precedente e immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale. Il rischio che con lo svilimento del soprintendente centrale un pezzo fondamentale della storia italiana rimanga definitivamente oscurato.
Significativi anche i successivi cambi al vertice in questi tre anni. Pur stimata per non comuni capacit, la professoressa Carucci viene rimossa nel 2002 dal ministro Urbani e sostituita con Maurizio Fallace, un amministrativo infeudato al centro-destra. Lo scorso anno, un'ulteriore successione, con la nomina a soprintendente dell'archivista Aldo Ricci: questa volta un tecnico, per travolto dal declassamento. Ora s'aggiunge un'altra minaccia: la creazione per decreto d'un binario parallelo, l'archivio separato della Presidenza del Consiglio, dove saranno versate le carte del premier con modalit stabilite discrezionalmente: fuori da ogni controllo previsto dalla legislazione archivistica. La sede era gi pronta prima che passasse a luglio la nuova legge: il palazzo della Poste a piazza San Silvestre.
Qui s'arriva all'altro punto: l'archivio ridotto a instrumentum regni del principe. Storici di diversa ispirazione, da Claudio Pavone a Ernesto Galli della Loggia, ne hanno contestato il carattere arbitrario: sia nella selezione sia nell'accesso delle carte, che saranno decisi per decreto presidenziale. Ferruzzi: Sfuggendo alla normativa vigente, saranno i singoli presidenti a stabilire quali carte conservare, quando e a chi farle vedere: la ricostruzione del passato viene cos asservita al potere politico. Con conseguenze nefaste per la ricerca storica. Se poi anche la serie gi conservata al Centrale viene trasferita a Palazzo Chigi, lo smembramento render impossibile uno studio organico della documentazione governativa nel suo complesso. Carucci: come sottrarre dall'Archivio Centrale la sua ossatura portante. Quel che rappresenta un simbolo dell'amministrazione viene come frammentato, a conferma di una pi grave scollatura. S'incrina il concetto d'unit, il senso dello Stato appare perduto. Senza trascurare un dato: che finora da Palazzo Chigi non mai stata versata al Centrale la serie delle carte riservate. Una gestione non certo nel segno delle trasparenza, commenta Carucci Un cattivo auspicio per il futuro Si cancella la memoria del passato per poterne riscrivere un'altra? Il sospetto legittimo di fronte a un altro decreto del governo anche questo estivo che licenzia undici professori, tutti di gran fama, dalla Giunta centrale degli studi storici: una sorta di carta d'identit della nostra storiografia all'estero, con compiti organizzativi (nella preparazione dei convegni internazionali) e finalit scientifiche (la redazione della Bibliografia storica nazionale). Oltre alla liquidazione di studiosi di diverso orientamento da Paolo Prodi ad Andrea Giardina, da Pietro Scoppola a BrunelloVgezzi, da Giovanni Miccoli a Giuseppe Talamo, da Massimo Miglio a Gabriele De Rosa, da Pietro Pastorelli a Luigi Lotti e Franco Bolgiani , inquietano le nuove modalit di nomina dei loro successori: i nomi saranno scelti dal ministro dei Beni Culturali (che non tenuto per larga parte a consultare gli studiosi) per cariche non pi vitalizie, ma "a termine": ossia pi esposte alle onde brevi della politica! Un altro caso evidente di assoggettamento della ricerca storica al potere governativo, denunciato anche dal Consiglio di Stato (il cui parere non per vincolante). Sempre secondo il nuovo decreto, sostenuto da un partecipe Gianfranco Fini, da compiti di coordinamento tra i vari istituti storici quello di storia antica, di storia medioevale, di storia del Risorgimento, di storia moderna e contemporanea la Giunta passer a svolgere un controllo pi stretto. Con rischi naturalmente maggiori per la storia contemporanea, commenta Paolo Prodi, modernista autorevole che da quattro anni guida la Giunta. A nulla sono valse due interrogazioni parlamentari (Ds e Margherita): il viceministro Nicola Bono ha escluso che il meccanismo di nomina possa ledere l'articolo 33 della Costituzione sull'autonomia della ricerca, poi il decreto passato nella versione d'una rigida sorveglianza governativa. Questione di punti di vista?
C' anche chi non si scandalizza, ricordando che la Giunta nata sotto il fascismo proprio come organo di controllo su tutta la scienza storica. Ma la sua lunga storia, nel dopoguerra, pur nello stretto legame con la politica nel segno di un grande prestigio intellettuale. Da Giovanni Spadolini a Renzo De Felice, da Rosario Villari a Paolo Prodi, la Giunta ha sempre annoverato personalit di prim'ordine, appartenenti alle diverse famiglie culturali. Oggi c' la minaccia d'una occupazione partitica in senso stretto, denuncia Prodi. La stessa che ha conquistato il vertice del Cnr nel campo delle scienze storiche. La differenza tra la Giunta e il Cnr che noi oggi disponiamo di fondi irrisori. Domani non si sa. Memorie perdute, liquidate o sorvegliate: ma c' futuro per un paese di smemorati?




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