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Non rovinate Piazza d'Italia
Antonello Mattone
La Nuova Sardegna 13-11-2005

«Piazza Castello segna il punto di divisione fra la città vecchia e la nuova. Continuando, si sbocca subito nella bella e vasta
Piazza d’Italia, quadrata, il ritrovo vespertino preferito.
Nella piazza, il monumento a Vittorio Emanuele II
(scultore Giuseppe Sartorio, di Boccioleto, 1899). A sinistra
il Palazzo Provinciale, sede della Prefettura, moderno,
di buona architettura. Di fronte il bel Palazzo Giordano,
moderno, con decorazioni in trachite, in mattoni, di stile
gotico, con scalone sontuoso e magnifica sala di ricevimento,
frescata dal pittore Bilancioni». Così, nel 1918, L.V.
Bertarelli descriveva Piazza d’Italia nella guida d’Italia
del Touring Club Italiano.
L’autore coglieva assai bene il carattere «moderno», dichiaratamente borghese della piazza che rappresentava la
nuova espansione urbanistica otto-novecentesca della
città di Sassari.
L’origine della nuova piazza è legata al piano relativo alle
«appendici» (cioè i quartieri fuori delle mura), elaborato
nel 1836 dall’ingegnere piemontese Enrico Marchesi,
che prevedeva un’espansione di diciannove isolati a sud, in
prossimità della nuova «strada reale» che collegava Sassari
con Cagliari. Il progetto ipotizzava palazzi alla torinese,
muniti di portici — unico esempio del piano mai realizzato
sono i due tratti di collegamento tra Piazza Castello e
Piazza d’Italia, gli attuali portici Bargone e Crispo — e una
chiesa neoclassica simile alla Gran Madre di Dio.
Nel 1855 Sassari venne colpita da una epidemia di colera
che falcidiò la popolazione. Si rafforzò allora l’esigenza,
sempre avversata dai ceti nobiliari e dagli ordini religiosi
che speculavano sugli affitti nella città vecchia, di un risanamento, abbattendo le mura medievali e favorendo l’espansione
urbanistica in direzione sud-ovest (le attuali via Roma-Emiciclo Garibaldi).
La nuova città «borghese» nacque tra gli anni Sessanta
e Settanta dell’Ottocento, con la demolizione della chiesa di
Santa Caterina e del Palazzo della Reale Governazione, la
conseguente nascita di Piazza Azuni, e con la più dolorosa
demolizione del Castello Aragonese terminata nel 1879. Il
Comune, intanto, nel 1875 progettava la nuova Piazza d’Italia
su cui doveva sorgere il Palazzo Provinciale, disegnato
in uno stile eccletico dall’ingegner Eugenio Sironi (padre
del pittore Mario, che nacque appunto a Sassari), e terminato
di costruire nel 1879.
«Spaziosa, regolare, circondata da bei palazzi e abbellita
prossimamente dal monumento a Vittorio Emanuele II
dello scultore Sartorio, codesta piazza non disdirebbe in
qualunque vogliasi città del continente»: così scriveva nel
1895 Giuseppe Strafforello ne “La Patria. Geografia dell’Italia”.
Il 19 aprile 1899 venne inaugurato, alla presenza dei
Reali, il monumento a Vittorio Emanuele: una foto del
tempo ci mostra la cerimonia inaugurale dove il monumento
di (allora) candido marmo è circondato da un piccolo
giardino con una recinzione in ferro battuto e quattro piccole
palme agli angoli del quadrato.
Col nuovo secolo Piazza d’Italia divenne il centro della
vita politica e civile della città. Luogo di incontro e di
svago. La terrazza del Palazzo Provinciale si affermò rispetto
all’angusta Porta S. Antonio, come la sede ideale per
i comizi e le manifestazioni politiche. Il 10 maggio 1942
Mussolini, in visita in Sardegna, «chiamato insistentemente
dal popolo — come si legge nella nota dell’Agenzia Stefani — che si era tutto accalcato nella piazza immensa», pronunciò un’«alta e vibrante allocuzione» ricevendo «il saluto unanime e ardente
di Sassari fascista».
Dal dopoguerra ad oggi, in Piazza d’Italia, hanno parlato
quasi tutti i più importanti leader della vita politica nazionale:
da De Gasperi a Nenni, da Pertini a Almirante, da Berlinguer a Pannella, da Berlusconi a Fassino. Ha ospitato grandi manifestazioni sindacali, parate militari, concerti rock. Nonostante il degrado di questi ultimi decenni e il commercio della droga, il vandalismo e l’apatia, Piazza d’Italia resta ancora la «vera» piazza dei sassaresi.
Da questa constatazione si deve partire per decidere quale
tipologia di restauro dovrà essere adottata. È indubbio
merito del governo municipale e del sindaco Ganau aver
voluto avviare un grande e partecipato dibattito democratico
sul futuro di Piazza d’Italia e — speriamo — sulle
scelte urbanistiche dei prossimi anni. Certo, non sono mancate
idee strampalate, come quella di spostare il monumento
o di cambiare nome alla piazza. Io personalmente, come d’altronde la maggioranza dei sassaresi che sono intervenuti su questo argomento, ritengo che si debba realizzare un progetto essenzialmente «conservativo», volto a salvaguardare le caratteristiche e la memoria della piazza ottocentesca, ripristinando — grazie anche alla disponibilità
di un’ampia documentazione iconografica e fotografica
— per quanto possibile, l’aspetto originario. Il progetto presentato dallo studio Uneddu e associati non mi convince, proprio perché va nella direzione opposta, quella cioè di applicare canoni neorazionalisti (con un arredo
francamente orribile) ad un contesto diverso.
Purtroppo Sassari è una città che, soprattutto negli anni
Sessanta-Ottanta del Novecento, ha subìto troppe lacerazioni
nella tipologia edilizia otto-novecentesca che hanno
finito per deturpare, spesso con la complicità e la connivenza
della stragrande maggioranza degli studi professionali,
talvolta in modo irreparabile, il suo volto. Il dibattito
su Piazza d’Italia ci conferma che i cittadini intendono voltare
pagina e partecipare alle grandi scelte sul futuro di
Sassari.



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