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Il crollo al Palatino un dramma nazionale
Salvatore Settis
la Repubblica 12/11/2005

Il crollo improvviso del muro di contenimento degli Orti Farnesiani al Palatino non è solo un episodio di cronaca. Possiamo anche rallegrarci che sia avvenuto di notte, senza vittime (di giorno sulla terrazza sovrastante ci sono in ogni momento molte decine di turisti). Non per questo l'evento è meno drammatico. Esso è anzi il sintomo di una situazione di fragilità del nostro patrimonio artistico e archeologico, davanti alla quale abbiamo ormai fatto il callo, ci siamo abituati a chiudere gli occhi. Una concezione volgarmente, banalmente aziendalistica vede nel nostro patrimonio, con contraddizione insanabile, ora un fastidioso peso di cui la spesa pubblica dovrebbe liberarsi, ora una risorsa economica da sfruttare, magari mettendo i monumenti in vendita. Ma chi mai comprerebbe edifici che crollano per mancanza di monitoraggio e di manutenzione? O dobbiamo dare per scontato che i siti archeologici, i monumenti, i musei, si autoconservino senza spese come fossero surgelati?
Domina intanto la vuota retorica dell'ltalia che possiede il 50 per cento (in un testo recente, l'80 per cento!) del patrimonio artistico mondiale, sulla base di approssimazioni stolte di cui nessuno si prende la briga di rivelare la fonte (anche perché non c'è). Domina la perpetua litania del turismo portatore di ricchezza, delle patrie bellezze come fonte di orgoglio nazionale. Ma chi ha il dovere di mantenere queste bellezze intatte non dico per le prossime generazioni, ma per i prossimi cinque o dieci anni? Il glorioso sistema di tutela in cui l'Italia è stata all'avanguardia nel mondo è in un crescente stato di crisi per carenza di finanziamenti (cinicamente ridotti a ogni Finanziaria, compresa quella ora in discussione) e per una riforma strutturale miope e burocratica. Le competenze specifiche delle Soprintendenze territoriali sono mortificate dalla totale mancanza di fondi e di autonomia; intanto, la cronica mancanza di assunzioni, che dura da circa vent'anni con minuscole e marginali correzioni di rotta, svuota gli organici e rende eroica, se non impossibile, ogni azione di tutela.
Anziché procedere a un'accurata diagnosi di questa situazione di sfascio generalizzato e cercarvi qualche rimedio, l'attenzione dei politici (di ognipartito) s'indirizza ciecamente alle dispute fra Stato e Regioni per la spartizione del patrimonio culturale, ricorrendo alla distinzione, tecnicamente inconsistente, fra tutela (che spetterebbe allo Stato) e valorizzazione (in capo alle regioni). Mentre il patrimonio langue e si degrada, si avvia in tal modo una devoluzione strisciante, destinata ad aggravare la distruzione del patrimonio e a renderla irreversibile. Che cosa poi accadrà a devoluzione avvenuta e ratificata, lo mostra benissimo l'esempio della Sicilia, dove l'amministrazione dei beni culturali è autonoma da oltre vent'anni. In Sicilia, la scelta dei soprintendenti è esclusivamente politica, senza alcun rapporto conle loro competenze: musei esemplari come quello di Lipari (fondato da Luigi Bernabò Brea), biblioteche importantissime (come la Centrale di Palermo, la maggiore delI'isola) sono diretti da funzionari amministrativi. Architetti dirigono la biblioteca Pirandello di Agrigento, il glorioso museo archeologico di Palermo, il museo di palazzo Bellomo a Siracusa. E si potrebbe continuare.
Il crollo del Palatino è un sintomo della
rovina, nelnostro Paese, di una secolare cultura e pratica della tutela. Tutela non vuol dire correre ai ripari dopo i disastri, vuol dire prevenirli con quella che Giovanni Urbani chiamava "conservazione programmata". Vuol dire monitorare i monumenti, vuol dire avere organi di tutela che siano prima di tutto strutture di ricerca. Vuol dire avere funzionari competenti, e fondi sufficienti. Vuol dire sottrarre i funzionari tecnico-scientifici ai capricci dei politici. Vuol dire capovolgere la politica degli ultimi anni, pensando al nostro patrimonio come a un tesoro immenso ma fragile, meritevole di cure perché è la nostra identità e la nostra anima, e non il terreno di manovre politiche di bassa lega. In questa lunga vigilia elettorale, nessun partito ha ancora fatto proprio questo tema avanzando idee e proposte. Grave, anzi gravissimo, è il crollo del Palatino e la fragilità di sistema che rivela. Ma più grave ancora sarebbe l'anestesia delle coscienze, l'accecarsi della nostra generazione di fronte a una ferita ormai in cancrena.



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