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Il distretto culturale evoluto: un nuovo paradigma di sviluppo locale
di Pier Luigi Sacco
11 nov 05 Governare Per INFO


Per quanto importante, la ricerca e l’innovazione tecnologica è soltanto una faccia della medaglia: l’altra, oggi ancora troppo trascurata o semplicemente fraintesa, è la cultura. Ma il suo ruolo non si esaurisce nel passatempo più o meno colto, ma va cercato anche e soprattutto nella sua funzione di attivatore sociale. L'articolo riprende l'antica questione del "distretto", attualizzandola proprio con riferimento alla cultura nell'attuale contesto italiano.


Nella sua intervista rilasciata al Sole 24 Ore martedì 25 ottobre 2005, il commissario europeo all’Industria Guenter Verheugen afferma perentoriamente che la via obbligatoria allo sviluppo futuro dell’Europa sta nell’attuazione della strategia di Lisbona, e che ciò in particolare significa competere “con l’eccellenza, l’innovazione, la creatività, cioè usando i nostri punti di forza”. Qual è allora la strada concreta attraverso cui perseguire una simile strategia? La risposta che viene data, qui come in altre occasioni, è che “non siamo abbastanza innovativi perché non spendiamo abbastanza in R&S”, “non abbiamo abbastanza spirito imprenditoriale per la difficoltà di accesso al capitale e per l’eccesso di oneri regolamentari”, perché “negli Stati Uniti le imprese usano molta più ICT delle nostre”.

Tutte queste risposte sono senz’altro valide e giustificate, ma non affrontano l’essenza del problema. Che è piuttosto la seguente: se un sistema paese (e, a maggior ragione, la UE) intende elaborare un modello di sviluppo fondamentalmente centrato sulla creatività e sull’innovazione, occorre che questa determinazione si rifletta in un modello socio-economico capace di rendere tale orientamento efficace e sostenibile. Occorre in altre parole capire che questo traguardo non si raggiunge soltanto concentrando risorse e sforzi sul lavoro di un piccolo gruppo di ‘cervelli’ che operano nell’isolamento del laboratorio o del centro di ricerca e si collegano alle reti internazionali di eccellenza scavalcando il contesto sociale che li ospita, ma al contrario immergendo la loro attività all’interno di tale contesto, facendo in modo che l’orientamento al pensiero e all’innovazione diventi un orientamento collettivo, voluto e condiviso dall’intera società e dall’intera economia.

Lavorare ai centri di eccellenza dimenticandosi della società vuol dire ripetere ancora una volta, su un altro piano, il vecchio errore delle ‘cattedrali nel deserto’. L’innovazione e la creatività hanno bisogno di complessi meccanismi di trasmissione per permettere ad un sistema paese o ad un sistema locale di divenire fonti stabili di reddito e di occupazione. Hanno bisogno di un ampio bacino di reclutamento di nuove intelligenze e di nuovi talenti, di una società civile capace di interpretarne gli stimoli e tradurli in nuovi stili di vita e orientamenti collettivi, di un bacino di domanda fatto di consumatori consapevoli, attenti alla qualità dei prodotti e della vita e capaci di operare scelte informate e responsabili.

Una simile linea di ragionamento suona abbastanza familiare a noi italiani e in particolare a chi in questi anni ha provato a riflettere con attenzione sul tema dei distretti industriali. Come ci ha ricordato fin dai suoi primi e fondamentali lavori Giacomo Becattini, riprendendo la lezione di Alfred Marshall, non ci può essere vero sviluppo distrettuale senza la formazione di una ‘atmosfera industriale’, ovvero senza una diffusa e capillare socializzazione delle conoscenze e degli orientamenti nei quali si concretizza il ‘saper fare’ di un determinato mondo produttivo. E questa resta ancora la condizione decisiva, se come ci ricorda sul Sole 24 Ore del 1 novembre 2005 un altro dei padri della letteratura distrettuale, Carlo Trigilia, la sfida si sposta oggi sul piano delle ‘città dell’innovazione’, sulla creazione di “ambienti favorevoli per efficaci collaborazioni delle imprese tra di loro e con il mondo dell’università e della ricerca”.

Ma, per quanto importante, la ricerca e l’innovazione tecnologica è soltanto una faccia della medaglia. L’altra, oggi ancora troppo trascurata o semplicemente fraintesa, è la cultura. In Italia, in questi ultimi anni, l’interesse per la cultura è andato aumentando, ma all’interno di una concezione unilaterale e riduttiva: quella del turismo culturale, ovvero di attività confinate nel contesto dell’intrattenimento e del tempo libero. Da questa concezione è maturata una riedizione del modello distrettuale industriale, il cosiddetto distretto culturale, che vorrebbe applicare alle filiere dei comparti culturali la stessa logica che ha fatto il successo delle PMI italiane manifatturiere, con l’obiettivo di trasformare il territorio italiano in una galassia di ‘città d’arte’ che vendano al turista bellezze storiche e prodotti tipici. C’è chi è arrivato a sostenere che questa è in definitiva la prospettiva futura di sviluppo del nostro paese: la valorizzazione dei nostri giacimenti culturali, ‘il nostro petrolio’.

Alla base di questa concezione c’è una miopia fondamentale, dovuta in ultima analisi ad una mancata comprensione di quei processi che hanno reso nel corso dei secoli il nostro paese uno dei più straordinari ambienti sociali e umani per la produzione delle nuove idee, della bellezza, del saper vivere. Il modello della città d’arte del turismo culturale è una sorta di parco tematico offerto allo spettatore pagante, in cui tutto è banalmente musealizzato, immobilizzato, tourist friendly, e quindi in ultima analisi finto. I residenti della città d’arte si trasformano così in veri e propri tenutari-manutentori, incapaci di vivere il senso della propria città, e interessati alla dimensione dell’esperienza culturale soltanto quando si calano, a propria volta, nel ruolo del turista. Gli effetti che ciò produce sulle grandi città d’arte italiane sono purtroppo evidenti: crescente disaffezione ed esasperazione dei turisti, degrado dei tessuti urbani storici, qualità dei servizi in costante declino, proliferazione insensata di mercatini di cianfrusaglie di cattivo gusto che negano i principi della stessa cultura materiale che vorrebbero rappresentare, nonché una crescente minaccia alla sostenibilità del patrimonio culturale e ambientale della città. Questa forma di sviluppo culturale, ammesso che sia davvero interpretabile come tale, è quindi basata sulla rendita e sulla conservazione più o meno intelligente dell’esistente. E’ rivolta al passato, e non può che vedere ogni forma di espressione culturale innovativa come una minaccia. Può una società fondata su questi principi proporsi credibilmente di affrontare le sfide dell’innovazione? Cosa ha a che fare tutto questo con la storia di civiltà che ha prodotto le nostre città più belle? Accade così che un grande studioso americano come Irving Lavin, uno dei massimi esperti mondiali del Bernini, e quindi sicuramente non un pasdaran acritico del contemporaneo, nel ricevere il Premio Galilei a Pisa debba ricordarci che la resistenza di una città come Firenze al progetto di Isozaki per il nuovo ingresso degli Uffizi configura “una amara ironia”, che soffoca “quello spirito di avventura e innovazione che ha fatto di essa la città che tutti noi amiamo e ammiriamo, dove la nozione di modernità è nata! Il Duomo stesso, e specialmente la cupola del Brunelleschi, verrebbero sicuramente proibiti oggi…”.

Il ruolo della cultura nel processo di attuazione della strategia di Lisbona va molto al di là dell’intrattenimento turistico. Come ci insegna la nostra stessa storia, che abbiamo purtroppo dimenticato per ignoranza e per incuria, il ruolo della cultura non si esaurisce nel passatempo più o meno colto, ma va cercato anche e soprattutto nella sua funzione di attivatore sociale, di straordinario momento di catalisi del pensiero e nella sua capacità di trasformarlo in un progetto di senso affascinante, condiviso, capace di creare e di trasmettere senso di identità. Nello scenario della strategia di Lisbona, la cultura diventa uno dei fattori che stanno all’origine della catena del valore, il canale per eccellenza attraverso cui affermare ed attestare un diffuso orientamento sociale verso il nuovo, il diverso, il non previsto. La cultura rientra, con pari dignità rispetto alla ricerca scientifica e tecnologica, nel ristretto ambito della core creativity e della core innovation, ovvero nei ‘fondamentali’ della nascente economia della conoscenza. Per trasformare le nostre città in ‘città dell’innovazione’ nel senso evocato da Trigilia, dobbiamo in primo luogo ritrasformarle in città culturalmente vive, fortemente propositive, internazionali per vocazione, capaci di offrire ai loro residenti e soprattutto ai giovani continue opportunità di esperienze stimolanti, umanamente ed intellettualmente qualificanti, fortemente motivanti all’investimento personale in nuove competenze.

La vera sfida diviene quindi quella di produrre nuova cultura, e di far sì che questa si integri nel patrimonio esistente e gli dia nuova linfa, e che allo stesso tempo essa divenga il terreno di coltura nel quale il nostro sistema produttivo vada a cercare nuove idee che si trasformino, in un complesso ma indispensabile processo di metabolizzazione, in innovazione competitiva. Già oggi questo accade continuamente, sotto i nostri occhi, senza che ce ne accorgiamo. A differenza di quanto avveniva nella fase matura dell’economia industriale, i prodotti hanno cessato di rappresentare per i consumatori insiemi di caratteristiche merceologiche che rispondono a bisogni più o meno predeterminati, ma diventano sempre più luoghi espressivi nei quali la persona si riconosce e attraverso i quali costruisce i propri modelli individuali e collettivi di identità. E la ‘materia prima’ attraverso cui i beni costruiscono i propri modelli identitari è, dichiaratamente o mediatamente, sempre di natura culturale, è una vera e propria rielaborazione di segni e contenuti che sono stati originariamente prodotti nell’arena culturale. Ecco perché nella misura in cui vogliamo continuare a presidiare e possibilmente a potenziare le caratteristiche identificative dei nostri prodotti, spesso riassunte nella formula del ‘made in Italy’, dobbiamo continuare a restare sulla frontiera della produzione della nuova cultura e delle nuove idee, senza le quali la formula stessa si trasforma in una sorta di stereotipo kitsch privo di anima, come sempre più spesso, purtroppo, accade.

L’arena competitiva post-industriale pone dunque sfide inedite alle quali occorre rispondere con modelli organizzativi adeguati. Mentre il noto e familiare modello del distretto industriale trae la sua forza dall’integrazione verticale realizzata dal sistema locale su un’unica filiera di prodotto, le sfide della società della conoscenza richiedono piuttosto forme nuove di integrazione orizzontale tra più filiere, tra loro diverse e spesso apparentemente lontane, ma caratterizzate da forti e spesso imprevedibili complementarità nelle loro strategie di produzione di innovazione. E’ su queste basi che nasce quello che potremmo definire il modello del distretto culturale evoluto: un modello nel quale la dimensione di sistema è ancora più forte e decisiva che nel vecchio distretto industriale, e che richiede una integrazione complessa tra una quantità di attori quali la pubblica amministrazione, l’imprenditorialità, il sistema formativo e l’università, gli operatori culturali e la società civile. Un modello che affronta in pieno le nuove sfide della strategia di Lisbona nel suo fondarsi su forme innovative di coordinamento verso una comune visione strategica finalizzata alla produzione e alla diffusione della conoscenza.

Non si tratta di un modello astratto: negli ultimi anni, in tutto il mondo assistiamo ad un proliferare di nuove esperienze che rispecchiano questa logica e ne dimostrano la straordinaria ricchezza di configurazioni possibili. Sono esperienze che prefigurano un nuovo meccanismo di crescita endogena nel quale l’innovazione culturale si traduce in capacità innovativa di sistema, anche attraverso la complementarità con l’innovazione scientifica e tecnologica, creando nuove risorse per la produzione culturale stessa, e aumentando contemporaneamente la qualità della vita e l’attrattività localizzativa del sistema locale. Esistono essenzialmente tre paradigmi alternativi che danno corpo al modello del distretto culturale evoluto: quello dell’attrazione del talento creativo ‘alla Richard Florida’, quello della riconversione competitiva del sistema produttivo ‘alla Michael Porter’ e quello della capacitazione sistematica della comunità locale ‘alla Amartya Sen’. Con la parziale eccezione di Florida, nessuno di questi approcci è originalmente nato per dare conto del fenomeno dello sviluppo locale ‘trainato’ dalla cultura, ma nonostante questo essi trovano nella nuova fenomenologia della crescita post-industriale un terreno di applicazione particolarmente interessante. A ciascuno di essi corrisponde infatti una ricca casistica di esperienze che ne stando esplicitando le potenzialità nel nuovo contesto. Pensiamo ad esempio al caso di Austin per l’attrazione del talento, al caso di Linz per la riconversione competitiva, al caso di Denver per la capacitazione. Tutte situazioni poco note oggi nel nostro paese, ma che vanno studiate con attenzione per capire quali modelli operativi e quali forme di coordinamento tra attori si rivelano decisive in ciascuno specifico contesto. Tutte e tre le tematiche si rivelano infatti di particolare interesse nel caso italiano. Le grandi città d’arte, oggi come si è detto un po’ ingessate nella celebrazione commerciale del proprio passato, potrebbero conoscere un rilancio straordinario se sapessero giocare con intelligenza la carta dell’attrazione del talento: quale personalità creativa non vorrebbe trascorrere almeno una parte del proprio tempo di lavoro in città come le nostre (ex-)capitali artistiche se queste tornassero ad essere di nuovo luoghi dinamici, aperti, ricchi di opportunità professionali? Le nostre grandi città industriali come Torino, Genova o Milano, che pure, con modalità e velocità diverse stanno già cercando timidamente di muoversi in questa direzione, avrebbero a loro volta un grande bisogno di impegnarsi in progetti radicali di riconversione produttiva mediata culturalmente, utilizzando una parte dei loro grandi spazi ex industriali come incubatori sofisticati di innovazione scientifico-culturale capaci di dialogare con il sistema produttivo, con l’università, con la società civile. Le città del nostro meridione e più in generale quei frammenti del nostro territorio che non sono stati attraversati dall’onda portante dello sviluppo industriale potrebbero fare propria la scommessa della capacitazione, investendo in una strategia ampia e sistematica di creazione di competenze esperienziali e di opportunità per i propri residenti, costruendo così dal basso una base economica che auto-sostiene lo sviluppo locale e allo stesso tempo crea le premesse per lo sviluppo di nuove professioni creative e nuove forme di imprenditorialità. E questi non sono che esempi delle molteplici declinazioni del modello, che nelle espressioni più mature tendono a sviluppare forme di mobilitazione ad ampio spettro nelle quali le dimensioni di attrazione, riconversione e capacitazione si integrano in modo sempre più complesso e sofisticato.

Il successo dei modelli di distretto culturale evoluto si fonda in ultima analisi sulla capacità di governance dei processi di accumulazione delle nuove forme di capitale intangibile: il capitale umano e informativo connesso alla produzione di nuove conoscenze e al loro consolidamento individuale e collettivo, il capitale sociale connesso alla sedimentazione di norme di comportamento che permettano alle persone e alle comunità di realizzare forme di mediazione intelligente tra l’interesse proprio e quello di una collettività più ampia, il capitale identitario connesso alla costruzione di un repertorio simbolico ed ideale che identifica il sistema locale e che è in grado di trasferirsi credibilmente ed efficacemente nei manufatti, nelle esperienze e negli stili di vita che esso produce. Nessuna trasposizione meccanica di modelli sperimentati con successo altrove, compresa quella dei casi di successo di distretto culturale evoluto, può perciò funzionare in un contesto nel quale i residenti non siano messi nella misura più ampia possibile in condizione di accedere a - e di utilizzare efficacemente - informazioni e competenze complesse, di relazionarsi in modo costruttivo e cooperativo anche in presenza di potenziali conflitti di interesse sulla destinazione delle risorse collettive, di identificarsi con convinzione in un progetto di senso condiviso che non soltanto ‘parla’ a coloro che contribuiscono a costruirlo ma anche e soprattutto a coloro che vivono e operano in altri contesti, caratterizzati da altri codici di senso. Il contrario del localismo particolaristico, ottuso e neo-tribale che ha avvolto come una cappa tanti frammenti del nostro territorio.

Bisogna dunque evitare le formule magiche e comprendere i rischi insiti in una accettazione troppo passiva e acritica del paradigma dello sviluppo trainato dalla cultura, che potrebbe, paradossalmente, mascherare una paura del cambiamento e la necessità di esorcizzarla, diventando l’ultimo rifugio di chi vuol far finta di cambiare molto per non cambiare nulla, come rischia a volte di accadere ai ‘folgorati’ dal fortunato paradigma della ‘classe creativa’ di Richard Florida. Una strumentale ‘caccia al creativo’ fine a sé stessa rappresenterebbe qui di fatto la negazione delle condizioni critiche di successo, sarebbe ancora una volta una ricerca della scorciatoia a buon mercato, della retorica del ‘petrolio’ che crea ricchezza per il semplice fatto di possederlo e controllarlo (e che però ci si guarda bene dal trivellare, perché come nel caso dei già ricordati giacimenti culturali la promessa e il miraggio contano più della scarsa sostanza), che assicura la possibilità di essere trendy e innovativi con una modesta cosmesi di eventi, convegni e happening che resta ben lontana dalla ‘sala macchine’ del sistema locale.

La realtà è molto diversa. Occorre mettere in atto una vera e propria strategia sociale di investimento nello sviluppo umano individuale e collettivo. Bisogna cioè investire molto, bisogna rischiare, bisogna avere il coraggio di operare un cambiamento radicale. In un’economia fondata sulla conoscenza, la vera e decisiva infrastruttura consiste nella dimensione dello spazio mentale delle persone. Un esempio a tutti familiare utile per capire questi nuovi meccanismi è quello del vino: se non ho sufficienti competenze ed esperienza per gustare le sue qualità organolettiche, per collegare queste alle caratteristiche e alla cultura del territorio che lo ha prodotto, per immergere l’esperienza stessa della degustazione nel giusto contesto di socialità e di condivisione amichevole, per inserire in modo significativo questa esperienza nella definizione del mio modello di identità e quindi nel mio stile di vita, l’esperienza del bere sarà un semplice tracannare una determinata quantità di alcool, come è spesso avvenuto nel nostro paese per molto tempo, in assenza di una vera cultura enologica diffusa. Solo se acquisisco queste competenze e se le integro nel mio palinsesto comportamentale in modo armonico e sensato sarò in grado di dare all’esperienza di degustazione di un vino di qualità il giusto valore, e sarò a mia volta disposto a riconoscerlo anche in termini di prezzo di acquisto della bottiglia. Viceversa, solo se il pubblico degli acquirenti possiederà in misura sufficiente queste caratteristiche i produttori di vino potranno permettersi di investire nella ricerca costante della qualità garantendosi margini di profitto accettabili. Se tutto questo accade, nasce un circolo virtuoso del talento e della competenza: quella degli acquirenti crea le premesse per una maggiore competenza dei produttori e dei venditori, che a propria volta stimola quella degli acquirenti, e così via. Il circolo virtuoso attrae nuovi consumatori, e spinge nuovi talenti ad esercitare la propria virtù creativa in questo campo ricco di soddisfazioni economiche e professionali, il mercato cresce, migliora la formazione professionale, si acquisisce reputazione, e così via. In ultima analisi: lo spazio mentale dei produttori e dei consumatori si espande, tende a ricercare e ospitare più informazioni e più competenze, a indurre valutazioni e comportamenti più esperti e motivati, e questo pone le premesse per la creazione di maggior valore economico, e così via. Ma se queste competenze non si formano e non si consolidano, gli acquirenti sono interessati soltanto ad avere un po’ di alcool a poco prezzo, i produttori devono abbassare la qualità, soffrire la concorrenza di chi produce male ma a costi bassi, e quella stessa economia che poteva fiorire è condannata al declino. Tutto questo dovrebbe ricordarci qualcosa. Le stesse tre forme del capitale intangibile corrispondono ai momenti di questo ciclo sociale del talento e della competenza: il capitale umano a quello in cui i talenti e le competenze emergono, il capitale sociale a quello in cui danno luogo ad atteggiamenti condivisi e a nuove norme di civiltà sociale, il capitale identitario a quello in cui si codificano e acquisiscono una visibilità e una attrattività sempre più ampia.

La dimensione dello spazio mentale delle persone è dunque la vera e decisiva infrastruttura della nuova economia, che ci porta a misurare il potenziale di sviluppo sulla percentuale dei lettori, dei visitatori di mostre, del livello di alfabetizzazione tecnologica, della diffusione della conoscenza delle lingue straniere, dell’estensione e della qualità del networking delle comunità locali con altri contesti innovativi e aperti alle nuove idee. Come nel caso del vino, in assenza di queste competenze basilari le condizioni stesse per la creazione del valore vengono a mancare. Una società ed un’economia che sono ancora immerse nella cultura ormai superata del consumo di massa, che lusinga il consumatore e lo convince che tutto ciò che deve fare è arrendersi ai propri desideri (ovvero lo re-infantilizza e lo de-responsabilizza) invece di accendere la curiosità verso il cammino di auto-miglioramento, di scoperta delle proprie potenzialità inespresse, della ricerca di nuove forme di esperienza motivanti e appaganti, non hanno nessuna chance di avere un ruolo da protagonista nel nuovo scenario, esattamente come farebbe una nazione vinicola che decidesse di puntare oggi tutto il suo sviluppo sul vino da taglio a basso costo. E’ questo l’errore che noi non dobbiamo fare, convincerci che sia possibile uno sviluppo post-industriale compatibile con, o addirittura fondato su, una strategia di istupidimento collettivo come quella perseguita negli ultimi anni nel nostro paese, con gli effetti che tutti vediamo.

Bisogna cambiare rotta, e farlo velocemente. Il distretto culturale evoluto è nella nostra storia e nella nostra cultura, dobbiamo semplicemente ricominciare a pensare, con coraggio, fiducia ed entusiasmo. Scegliendo questa strada con determinazione e coraggio potremmo ancora ritrovarci, dalle melanconiche retrovie attuali, sulla frontiera avanzata delle esperienze di implementazione della strategia di Lisbona: siamo ancora, malgrado tutto, ricchi di idee, di energie e di talenti, e altri possiamo produrne. Possiamo tornare ad essere un paese amico dell’intelligenza, del rischio imprenditoriale, della ricerca coraggiosa della bellezza. Scommettendo sulla parte migliore di noi, così mortificata in questi ultimi anni di cinica involuzione di ogni possibile sogno collettivo. Ridando a tutti noi una speranza di futuro capace di entusiasmarci, da offrire con orgoglio ai nostri figli e ai nostri nipoti.



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