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TURISMO ARCHEOLOGCIO: Scoperte antiche affari moderni
GIANNI COLUCCI
11/11/2005 iL Mattino



Turismo archeologico, formula complessa che da otto anni a Paestum si riempie di contenuti di valore. Sembrava il vano tentativo di mettere insieme due termini inconciliabili: il turismo come lo conosciamo noi, fatto da schiere vocianti di viaggiatori; e l’indagine sulla vestigia del passato, direttamente sul campo, propria di una piccola comunità di silenziosi studiosi chini sugli scavi. Invece, a Paestum si gioca una scommessa che riesce a coniugare le ragioni del business del turismo, sempre più fiorente anche se di nicchia, e quelle della cultura «alta». Un settore quest’ultimo sempre più fragile, nella penuria generalizzata di finanziamenti pubblici (non oltre lo 0,17% del prodotto interno lordo è destinato ai beni culturali e alle politiche pubbliche di settore) e quindi bisognoso di trovare nuove strade di sostentamento dei piani di protezione e valorizzazione. La Borsa mediterranea del turismo è riuscita a dimostrare che il patrimonio culturale è elemento strategico dello sviluppo del territorio. E i numeri che danno in crescita il numero di frequentatori dei luoghi della cultura (musei, aree archeologiche, ma anche teatri ed esposizioni) dimostrano che accanto al turismo tradizionale, fatto di sole-mare-monti, si affianca una cospicua domanda di cultura in senso ampio. Il tutto nella logica della soft-economy contrapposta all’«hard» spesso invasiva e irrispettosa delle qualità del territorio.In uno studio il Censis auspicava «un’autentica politica di valorizzazione dei beni culturali, descrivibile come passaggio dalla ”strategia sociale” alla ”strategia economica”»; confermando che «manca ancora un significativo mutamento di indirizzo all’amministrazione centrale - rimasta ferma per decenni ad interventi di sterile ”museificazione” del patrimonio». Il Censis segnalava come importante novità, tuttavia, il tentativo delle amministrazioni pubbliche di «abbandonare il ruolo marginale di manutenzione ordinaria dei beni». Insomma, si va verso un’attenzione a tutto campo per i beni culturali, probabilmente segnando come insufficiente la politica conservativa del passato «caratterizzata dalla transitorietà episodica dei ”grandi restauri”». Insomma gli stessi finanziamenti del lotto destinati al restauro saranno stati utili, ma non bastano a coprire le esigenze del vasto patrimonio nazionale, sopratutto in prospettiva, se non accompagnati da altre strategie. A Paestum, completati i restauri dei templi del complesso archeologico, ad esempio, è andata faticosamente sviluppandosi finanche un'attività di merchandising, di risanamento dell’area circostante ai templi, di riuso degli spazi per iniziative culturali (mostre d’arte contemporanea, festival cinematografici) nello scenario greco romano. E ora qualche beneficio in termini economici si comincia a trarre. Le passeggiate notturne a Paestum e Pompei sono ormai una tappa ineludibile per le comitive turistiche di tutto il mondo di passaggio in Campania. Così come le stagioni teatrali di Taormina, le rassegne a Segesta o nei siti archeologici calabresi e lucani. Timidi passi, che il trend positivo degli affari conclusi alla Borsa tra operatori turistici, conferma. Ora bisogna spingere perchè quest’ultima tranche di finanziamenti europei 2000-2006 sia indirizzata a piani di valorizzazione oltre che di tutela dei beni archeologici nelle regioni dell’Obiettivo 1 (quelle meridionali, cioè). Si tratta di spendere bene quel che resta del 3.588 milioni di euro che provengono dall’Europa. Probabilmente è l’unico modo per dar seguito al lavoro di uomini come Zanotti Bianco, l’archeologo che a Paestum rintracciò le vestigia del complesso dell'Heraion nel ’34. Da quella sua scoperta, che Italia Nostra festeggia in questi giorni - così come è accaduto per molti altri ritrovamenti ad opera di illustri archeologi -, possono individuarsi insperate risorse per l’industria del turismo.




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