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POLEMICA: Le virtù civiche del Settecento romano
di Adele Cambria
Unità Roma venerdì 11 novembre 2005

«SE VUOI conoscere gli uomini, questo è il vero sito, uomini di straordinari talenti e di nobilissimi requisiti…» Le parole di Winckelmann, ripetute con emozione da Angela Negro, una delle due curatrici della grande Mostra sul Settecento a Roma, inaugurata ieri a Palazzo Venezia, mi fanno venire in mente, quasi come eco modesta ed affettuosa dell' innamoramento per Roma espresso nel 1765 dallo storico e teorico dell'arte prussiano, un libro di suo padre, il vaticanista Silvio Negro: «Roma non basta una vita ». «La libertà - scriveva Winckelmann - in altri stati e in altre repubbliche non è che un'ombra rispetto alle libertà di Roma…».
Possibile? Ce lo chiediamo forse in molti, tra i non-addetti ai lavori. Ma è questo l'intento della impresa storico-artistica realizzata, in quattro anni di tenace lavoro collettivo, e da oggi, e fino al 26 febbraio 2006, aperta al pubblico nelle sale del primo piano di Palazzo Venezia: far immaginare che è esistito anche un Illuminismo romano, di nobili e borghesi, Papi e intellettuali e, naturalmente artisti, italiani ed anche, in gran numero, stranieri e, specialmente, francesi.
«Questo progetto - sottolineerà ancora Claudio Strinati, il Soprintendente al Polo Museale Romano - ha una lunga storia. Abbiamo ritenuto che erano maturi i tempi di una ricognizione storico-artistica del Settecento ». E ci ritroviamo, con Angela Negro, davanti al quadro- clou della Mostra: un'opera mai esposta prima in Italia, anche se fu commissionata dal marchese Nicolò Pallavicini al pittore Carlo Maratti: e la curatrice della Mostra ci spiega che Strinati ha intrattenuto uno scrupoloso rapporto, prolungatosi per quattro anni, con il National Trust britannico, per re-importare, ovviamente in prestito, il dipinto di proprietà di un collezionista privato e collocata in una dimora patrizia di Stourhead.
Il grande quadro segna la transizione armoniosa, veicolata dall'Arcadia, tra il Seicento e il Settecento: e raffigura il marchese Pallavicini, mecenate dell'artista,(che si rappresenta anche lui, sulla destra del dipinto), accolto da un Apollo giovinetto che lo incorona accogliendolo sul Monte della Virtù.

«Naturalmente si potrebbe obiettare - avverte Strinati nel suo testo per il catalogo - che nessuno, se non in una dimensione di favola arcadica, desidera salire al Monte della Virtù e che tanta arte del Settecento si basa invece sull' affettazione, la finzione, la separazione comunque da una realtà concreta, quale che sia…»

«Ma - insiste il Soprintendente - è nel Settecento che l'arte figurativa assume le forme dell'educazione civica….»

Il percorso della Mostra è specialmente godibile nelle sue "curiosità": per esempio il bozzetto ligneo della tomba di Papa Odescalchi, realizzato dal Monnot, che gli eredi Odescalchi utilizzarono come armadietto-sècretaire: o i banchi di frutta e verdura di Piazza Navona(solo nell'Ottocento il mercato si trasferì a Campo de'Fiori). E dopo aver meditato sul pallore espiatorio della Maddalena pentita di Francesco Trevisani col suo bel teschio in mano( come direbbe Alberto Arbasino), contrapposto al florido suicidio di una Cleopatra paciosa, che conduce un aggraziato serpentello sul proprio seno sinistro(sempre del medesimo artista), mi ritrovo davanti ad una "divina mondana" dell'epoca a grandezza più che naturale: è il ritratto diGiacinta Ruspoli Marescotti, dipinto da Benifial. La signora è ammantata in una voraginosa cappa nera a fiocchi bianchi, e potrebbe suggerire qualche riflessione alle "divine mondane" contemporanee, ove volessero esibire, rifiutando lifting e botulini, una dignitosa vecchiaia. Lascio le sale espositive per ritornare alla Loggia oggetto, nei giorni scorsi, di una accesa polemica a causa dell'installazione, per altro temporanea, delle c.d. vetrate: che, come chiarisce un minuzioso comunicato delle due curatrici della Mostra, Angela Negro ed Anna Lo Bianco, sono in realtà «schermi di policarbonato la cui struttura è ancorata alle arcate della Loggia in modo che non se ne intacchi la superficie marmorea ». «La soluzione - sottolineano le due curatrici - era necessaria per lo svolgimento delle numerose attività che accompagneranno la Mostra: incontri, conferenze, didattica per le scuole…»
E, dal canto suo, Claudio Strinati, alludendo alle polemiche «che hanno scagliato accuse infamanti contro di me», ha ironicamente indirizzato l'attenzione dei presenti alla conferenza-stampa al poster della Mostra: «Vi si vede un barbiere romano di oggi - ha spiegato - che taglia qualche ricciolo della parrucca del pittore Pannini… E forse qualcuno, per scagliarsi contro le vetrate, un'installazione temporanea, ripeto, ha voluto o dovuto cambiare parrucca… » Il riferimento, che peraltro è poi chiarito con tanto di nome e cognome, è ad Adriano La Regina, Presidente di Zetema, (l'agenzia, ora interamente del Campidoglio, che è fra i promotori della mostra) ma anche Direttore dell'Istituto Nazionale d'Archeologia e Storia dell'Arte, che fa parte del complesso di Palazzo Venezia.
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