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Il Satiro torna a casa
Philippe Daverio
GENTE 17-NOV-2005

La bella città di Mazara del Vallo era nota ai più per la flotta di pescherecci che spesso si trovavano a litigare con i vicini tunisini, per questioni di acque territoriali e diritti di pesca. Era nota agli storici sofisticati, per avere dato i natali al ceppo familiare del famosissimo cardinale Mazarino, l'uomo che contribuì non poco alla crescita dello Stato francese per il Re Sole. Mazara del Vallo è, invece, diventata notissima da poco a oltre tre milioni di giapponesi (più i parenti, gli utenti televisivi e i tanti lettori della carta stampata) che hanno visto la "cosa" più intrigante che sulle coste sia stata pescata, il Satiro danzante, divenuto a tal punto simbolo della città, da suggerire il cambio del suo nome da Mazara del Vallo in Mazara del Ballo. Il Satiro è tornato dal Giappone ed è stato accolto in casa sua da una festa popolare che è durata tutta la notte, da ballo e da sballo... Lui, invece, che rappresentava l'Italia all'Expo universale di Aichi, s'è messo finalmente a lavorare.
La storia di questa prestigiosa scultura è assai intrigante: ritrovato per caso un suo piede da un pescatore nel 1997, pochi mesi dopo, già nel '98, fu ritrovato il resto del corpo. Un po' come per fortuna, ma ogni tanto la fortuna esiste, il tutto non finì sul mercato clandestino. La Sovrintendenza ci mise su le mani, iniziò il restauro e apparve anche al grande pubblico questa inattèsa meraviglia: un personaggio dell'antichità ellenica, scultura in bronzo con forte percentuale di piombo, parte di una composizione più vasta di sicura e solida importanza. Lui, il Satiro (o Danzatore che sia), era come una scoperta nell'abituale iconografia della cultura greca. Era molto più espressionista di ciò che si era abituati a vedere; più contorto, più barocco, più siciliano. Era quasi sicuramente parte di una composizione che celebrava i riti dionisiaci, quelli riferiti a quel simpatico dio pagano che portava allegria con un corteo festoso di danzatori, proveniva dall'Oriente forse siriano, ma forse ancora da più lontano, dall'India, dove era nato una seconda volta e da dove ricompariva con un seguito bizzarro di pantere, giaguari, nani e ballerine e molto probabilmente con un bene preziosissimo. Il grappolo d'uva dal quale s'inventa, da allora, la migliore delle pozioni magiche. Il vino fa danzare, si sa, ma ciò che si sa meno, e che hanno scoperto solo di recente i medici, è che la danza prolungata mette in moto la produzione di certe sostanze nei talloni e che queste sostanze, una volta andate in circolo, generano estasi e follie, in greco manie.
Dioniso è buonissimo, ben più buono di Apollo, il cinico che rincorre le fanciulle e scortica il povero Marsia. Dioniso è capace di affetti profondi e sposerà Arianna abbandonata a Nasso (piantata in Nasso, cioè piantata in asso) prima dall'avventuriero Teseo e poi anche da lui medesimo che, però, torna a trovarla, con il corteo appunto, la riempie di bambini e, infine, la trasforma in Stella... Superstar della costellazione omonima.
Nel mare di Mazara è stato ritrovato uno dei suoi compagni di viaggio. La baldoria sarà una specialità della versione tradotta in latino, quella di Bacco, perché i romani amano la crapula e il baccano.
La questione dionisiaca è ben più sofisticata. Il ballo, lo sballo e l'estasi sono percorsi in realtà iniziatici che portano satiri e menadi verso una misteriosa trascendenza. Il vino è un mezzo, non un fine. E se si guarda l'occhio e la faccia del Satiro danzante, si capisce subito di non può avere a che fare con uno di quei simpatici ubriaconi, più vicino ai panzoni etruschi, che appariranno nella pittura del nostro Rinascimento, ma che si tratta di un modello estetico ed etico che con i misteri del sublime aveva rapporti particolari e vie d'introduzione abbreviate.
La Grecia antica, come lo intende la moderna teorìa degli Stati, non è mai esistita, ma i greci sì. Perché le Grecie erano tante, quella del Peloponneso, straziata fra le distinzioni radicali di ateniesi, tebani e spartani, beoti e laconici; quella della Macedonia, che fonderà il tentativo unificatore dell'Egitto alessandrino; quella dell'Asia Minore ma, soprattutto, quella nostra, la più incredibile, detta Magna Grecia, una sorta d'America dell'antichità dove tutto era più grande, più colorato, più ricco, più profumato e, quindi, più folle.
Ecco perché il Satiro danzante si contorce più facilmente in Sicilia che nell'Attica classica. Ecco perché lo stile ellenistico che da Alessandria andrà a invadere il Mediterraneo intero si troverà a cambiare carattere e gusto secondo i luoghi dove attecchisce, proprio come la vigna che viene d'Oriente. Ed ecco, infine, ultimo pensiero che stimola la danza estatica, la scoperta sorprendente che l'archeologia non è affatto un territorio chiuso e definito da ciò che appare sui libri ed è conservato nei musei.
L'archeologia è materia viva e In costante trasformazione. Le scoperte degli ultimi cinquantanni sono state, in realtà, clamorose: quella delle statue del canopo nella villa di Adriano a Tivoli; quella dell'Ulisse di Tiberio nella villa di Sperlonga; quella del misterioso e un poco malizioso efebo, che poi, forse, è un auriga in piedi, a Mozia; quella delle indecifrabili statue ritrovate a Riace e oggi esposte, dopo un primo tour da rock-star, a Reggio Calabria, In realtà una Magna Grecia, che poi sarebbe il nostro Meridione sempre in crisi, che era allora il meglio del mondo e che oggi restituisce una piccola parte dei suoi tesori. Continuerà a farlo anche domani, perché l'archeologia subacquea sta diventando una specialità dei tempi nostri.



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