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Precari da anni, i cococò diventano «Beni Culturali»
SARA FAROLFI
il Manifesto 10-NOV-2005

«Siamo solo 97 ma pare creiamo un sacco di problemi». Novantasette co.co.co. attualmente impiegati (diretti e periferici) presso il ministero dei Beni Culturali Assunti cinque anni fa come precari e con la prospettiva, allo scadere dei cinque anni, della pensione. Oggi, con il posto di lavoro a rischio. Senza i contributi sufficientì alla pensione, né l'età per trovare facilmente un altro lavoro.
Elsa, che ieri era davanti al ministero insieme a un'ottantina di colleghi, era una cassaintegrata Iri fino al '92. Quattordici anni e si «licenzia dalla cassa integrazione» per diventare lavoratrice socialmente utile (Lsu) presso il ministero dei Beni Culturali. Cinque anni fa viene inquadrata come co.co.co. I contributi? Neanche a dirlo. Versamenti ventennali e oltre all'Inps, poi accantonati perché per i co.co.co. c'è la gestione separata. La malattia poi «lasciamo perdere»: «le tre operazioni che ho affrontato in questi anni, le ho dovute pagare di tasca mia».
Una storia simile a quella degli altri lavoratori che ieri erano davanti al ministero, per chiedere la stabilizzazione del posto di lavoro. Cosa che potrebbe essere fetta, secondo quanto prevede la finanziaria di quest'anno (stabilizzazione di settemila tempi determinati del pubblico impiego), se quelle 97 persone passassero da un contratto di collaborazione a uno a tempo determinato.
Conviene fare qualche passo indietro. Nel 1991 circa 1800 lavoratori provenienti dalle crisi aziendali degli anni '80, vengono assunti, dopo una formazione «ad hoc», come Lsu dal ministero dei Beni Culturali Così restano fino al 2000, quando con una convenzione tra ministero e sindacati si decide di dare «stabilità occupazionale» a questi lavoratori
La cosa viene fetta in diversi modi. E il grosso del personale viene «spacchettato» in tre parti: una parte confluiscono nei «giubilari», custodi cioè di musei e aree architettoniche. Un'altra parte (circa un migliaio) viene dirottata verso società pubbliche e private (Ales e Ari) che lavorano in appalto per il ministero e campano con i soldi pubblici. Infine, 97 persone impiegate direttamente al ministero come co.co.co..
E ritorniamo a ieri mattina. Per i lavoratori oggi mancano i fondi E d'altra parte non possono neppure essere stabilizzati (come i giubilari) perche, «pur essendolo di fatto», «non sono a tempo determinato». Allora - dice il ministero - riversiamoli nelle Ales. E loro non ci stanno. Primo perché - spiega Tea Galandruccio, delegata Nidil Cgil - ancora una volta perderemmo cinque anni di contributi. Poi perché la società Ales che, come spiega Libero Rossi della Cgil, è interamente pubblica, pare avere in qualche cassetto, una lettera di messa in mobilità per tutti i dipendenti dal prossimo anno.
I lavoratori chiedono di passare ad un contratto a tempo determinato, con una procedura simile a quella utilizzata per lo stesso motivo dal ministero della Salute. Ieri il ministro Buttiglione ha mostrato disponibilità, incontrando i lavoratori che manifestavano al ministero. La scadenza per il «passaggio» però è il 31 dicembre. «Speriamo che alle parole seguano i fatti», dicono loro.



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