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GRANDI OPERE: La carica dei piccoli veti mette in crisi 190 opere
Luca Paolazzi
08/11/2005, Il Sole 24 Ore


"Non rubateci il futuro», si legge su uno striscione contro la Tav in Val di Susa. Ultima di una lunga serie di opposizioni locali alla realizzazione di infrastrutture: il Nimby Forum ne ha contate 104 soltanto tra maggio e settembre 2005 e 190 dall'inizio del 2004.
In quello slogan i manifestanti piemontesi hanno usato parole forti e accattivanti, che rimandano alla voglia di partecipazione e autodeterminazione del proprio destino. Aspirazioni più che legittime sulle quali è particolarmente sensibile il centro-sinistra, soprattutto in alcune sue componenti. Ma di quale futuro si parla?
Mettiamo da parte per un attimo (il tempo necessario ad arrivare in fondo a questo articolo) il domani della Val di Susa e dei suoi abitanti e adottiamo pure l'ottica "unionista", nella quale le pulsioni verso la solidarietà e l'equità fanno premio sulle regole della meritocrazia e dell'efficienza e dove la difesa degli interessi collettivi (identificati con le priorità egualitaristiche) batte la tutela dei diritti individuali (considerati egoistici). Si possono immaginare due scenari per il sistema economico e il tessuto sociale del Paese.
Nel primo scenario vincono i veti alle grandi opere, di cui la Tav è diventata in questi giorni simbolo. Non occorre grande fantasia per delineare ciò che accadrà all'economia italiana: se oggi raccogliamo così magri frutti in termini di aumento del Pii, è anche per la deficienza di infrastrutture accumulata negli ultimi trent'anni. Un ritardo a monte del quale ci sono stati la disastrosa gestione della finanza pubblica prima (usata per la miope ricerca di un facile consenso sociale) e il risanamento dei conti poi (sacrificando anche qui, però, gli investimenti più di altre spese).

A ben vedere, poi, i problemi di bilancio nascono da una cultura e da comportamenti poco attenti alle esigenze della crescita di lungo periodo (bollata come «Pilmania») e molto più solleciti a raccogliere le rivendicazioni immediate di ogni segmento sociale. Con il localismo che lega trasversalmente partiti e schieramenti, vero collante bipartisan, perfetto emblema di una nazione frazionata dalle spinte particolaristiche che vengono contrabbandate come massima espressione della democrazia, perché provengono dalle rappresentanze dei Comuni. Non a caso, è a livello locale che si sta riproponendo il controllo pubblico diretto di attività economiche.
La politica ha assecondato e inseguito i sentimenti diffusi nel Paese. Talvolta esasperati da corruttela, scempi paesaggistici, tempi interminabili tra apertura e chiusura dei cantieri.
In questo scenario si reiterano i comportamenti del passato e ci si condanna a un futuro di bassa crescita. Perfino più lenta di quella del recente passato, perché intanto si amplia la distanza con gli altri Paesi che meglio di noi sanno fissare e perseguire gli obiettivi nazionali di ampio respiro. In ciò abbiamo molto da imparare da quella Francia dove dilaga la protesta di gruppi di emarginati, e da quella Germania che fatica a formare un governo bicolore, per affrontare meglio le sfide della globalità e modernizzare lo stato sociale.
Ma siamo sicuri che in tale scenario vincerà la solidarietà? Staremo cioè davvero tutti un po' peggio? Al contrario. Lo dimostra quello che è accaduto proprio negli ultimi anni di crescita quasi inesistente. I divari economici e sociali si sono ampliati. Non tra categorie (lavoratori autonomi meglio dei dipendenti) e settori (commercio meglio dell'industria) e non perché qualcuno ha approfittato della confusione generata dall'arrivo dell'euro e si è arricchito. Le disuguaglianze sono aumentate all'interno delle categorie e dei settori a favore di quanti sono stati meglio in grado di cogliere le opportunità internazionali e di quanti sono stati capaci di sfruttare di più le protezioni do-mestiche. Cioè, a beneficio di
quelli che sono riusciti a sganciarsi dall'arretratezza del Paese, per loro divenuta indifferente, e di quelli che su questa arretratezza prosperano, e la difendono.
Nel secondo scenario, invece, si rompono gli schemi e si torna a puntare su un maggiore sviluppo. Nulla si può dare per scontato e sarebbe ingannevolmente illusorio annunciare che infrastrutture più moderne e potenti basteranno a spalancarci le verdi vallate del benessere. Sono però una precondizione. Offrono al Paese l'opportunità di conquistare una crescita più elevata. Che moltiplica le risorse per migliorare la qualità della vita anche di chi non ha avuto i mezzi, o la buona sorte, per cogliere direttamente i vantaggi del più rapido aumento del Pii. Compresi, e forse prima di tutti, i luoghi dove le nuove infrastrutture sorgeranno. Qui il futuro degli abitanti della Val di Susa
torna in gioco ed è legato a quello del Paese intero; non viceversa.
Senza le infrastrutture, e senza i sacrifici che esse possono comportare (che vanno limitati e compensati), ci confiniamo nel ristagno economico. A danno dei più deboli. Perché impoverimento generale non vuoi dire affatto di tutti. È un esempio da manuale in cui il solidarismo colpisce come un boomerang chi si vorrebbe difendere e dove, invece, l'efficienza si tramuta in un sostegno per l'equità.
Da troppi anni il Paese si culla nel falso dilemma tra efficienza ed equità, brandendo la seconda come alibi per distribuire favori e garanzie. Il vero discrimine, invece, è tra una società che si rinchiude nell'immobilismo, non solo economico, e una società che gioca le carte che ha per essere dinamica e pronta al cambiamento. Con più spazio, non meno, per proteggere i diritti degli esclusi. Senza rubare il futuro a nessuno.



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