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Infrastrutture, l'Italia degli stop
JACOPO GILIBERTO
08-11-2005, Il Sole 24 ore


Centrali e inceneritori i più contestati dai comitati locali
II comitato del no. Con la raccolta di firme, lo striscione appeso al cavalcavia, le petizioni. Con il forum sul web. Con i consigli comunali roventi, le serate passate in piedi nell'aula consiliare a seguire l'intervento dell'assessore. Con le riunioni sul tavolo della trattoria alla ricerca delle parole giuste da mettere nel volantino di protesta. Nella palestra delle medie, il professore incita i ragazzi a coinvolgere i genitori. L'amico avvocato s'impegna nel ricorso al Tar, il coordinatore del comitato interviene al microfono della radio locale. In qualche caso, c'è il blocco della statale (a Scanzano Jonico, a Susa, a Rapolla) o della ferrovia (ad Acerra). Queste cose, molti-plicate sempre simili per centonovanta volte, sono l'Italia del no agli impianti.
Centonovanta: tante sono le contestazioni censite in tutta Italia (di cui 104 da maggio a settembre) dal Nimby Forum, l'osservatorio dei contenziosi locali promosso da Allea di Milano e al quale aderiscono le aziende e le istituzioni più coinvolte dal "no" ai progetti: ministero dell'Ambiente (in veste di patrocinatore), Fs, Impregilo, Assoelettrica, aziende di nettezza urbana e imprese del trattamento dei rifiuti, Tav, Terna e così via. La sigla Nimby è ormai un simbolo: significa "not in my back-yard", non nel mio giardino. Lo studio è stato illustrato ieri dall'assemblea del Nimby Forum che si è svolta a Milano.
Sono 40 i casi di contestazioni e comitati contro gli inceneritori, una decina le discariche, 26 le centrali elettriche, una dozzina le infrastrutture, sette gli elettrodotti. Qualche vicenda fra le quasi duecento, scelte a titolo di esempio: l'alta tensione dall'Austria lungo la valle del Piave (Terna), il Mose di Venezia, il Ponte di Messina, gli inceneritori di Roma e di Trento, il rigassificatore di Brindisi (British Gas), la centrale di Lodi (Energia Spa), la superstrada Brebemi fra Milano e Brescia. «Il fenomeno Nimby esprime una crisi delle forme della democrazia, una separazione fra i cittadini e un certo modo di fare politica», commenta Fausto Giovanelli, senatore Ds. Aggiunge Alessandro Bianchi, analista di economia dell'energia al Rie di Bologna: «Questi fenomeni sono segnali di una sintassi sbagliata».
Le aziende e la politica cercando di rispondere a modo loro. A volte inciampano sulla sintassi della comunicazione con i cittadini («Non ci impressionano le fiaccolate di quanti non sanno come passare il proprio tempo», ha detto ieri in modo infelice il ministro Pietro Lunardi a proposito degli abitanti di Susa). Più spesso sbagliano il linguaggio; a sostegno dei progetti contestati danno risposte razionali (dati scientifici, analisi, studi) a una domanda che esprime invece un bisogno emotivo. Confermano alla Tav: «Le nostre controparti si chiedono perché il loro territorio debba pagare con un'infrastruttura per interessi che sono nazionali o addirittura internazionali».
Per questo motivo Francesco De Luca, direttore dell'Assoelettrica, si chiede: «Chi deve risarcire il disagio prodotto dagli impianti? Forse chi subisce l'impianto deve essere risarcito da tutti coloro che ne godono i soli vantaggi». Così nascono quei progetti, come una centrale nel Piacentino, che cominciano il dialogo in modo contrario: «Si chiede al territorio quali strumenti vuole per crescere — racconta Bianchi del Rie — e si propone la centrale come strumento per finanziare questi progetti di crescita. Questo è un dialogo che funziona».



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