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PONTE SULLO STRETTO: Il ponte, i poteri forti e la teoria del complotto
CORRIERE DELLA SERA 08-11-2005



Sono uno tra i molti che non condivide per niente l'assurdo progetto del ponte sullo Stretto e ho letto con soddisfazione le lettere dei signori Ajon e Ragaini a lei dirette sull'argomento. Il buonsenso per fortuna non sembra essere scomparso del tutto in questo Paese e speriamo che la battaglia portata avanti contro quest'opera abbia successo. Ultimamente però sono molto preoccupato dal vento che sembra essere cambiato e la dimostrazione è proprio il Corriere che, scettico se non proprio critico circa il ponte sino a poco tempo fa, ora sembra considerarlo un'opera fondamentale. Quali sono le ragioni di questo mutamento? Non vorrei essere banale . nel dire che i famosi «poteri forti» siano scesi in campo dopo che lmpregilo, con una cordata di imprenditori italiani, si è aggiudicata l'appalto, ma francamente mi è difficile immaginare un altro motivo. Speriamo solo che l'EU ancora una volta ci salvi e per favore non vorrei sentir parlare di nemici della modernità e facezie del genere.

Giuliano Rossi Siena

Caro Rossi,
«pensare male» e sospettare che dietro certe opinioni o certi avvenimenti vi sia un potere occulto, capace di manovrare come marionette gli uomini e i mezzi d'informazione, è un diritto democratico di cui gli italiani fanno largo uso. Molti pensano che Kennedy sia stato ucciso da un assassino prezzolato agli ordini di una cabala composta da uomini politici e generali. Altri sono convinti che nell'assassinio di Aldo Moro le Brigate rosse abbiano recitato soltanto la parte degli esecutori e che la strategia del terrore fosse opera di un «Grande vecchio». Alcuni studiosi si sono spinti sino a sostenere l'esistenza in Italia, dopo la Seconda guerra mondiale, di un doppio Stato: il primo visibile e apparentemente democratico, il secondo invisibile e composto da agenti stranieri, servizi deviati, criminalità organizzata.
Questa inclinazione non è esclusivamente italiana. Un gesuita, Augustin Barruel, scrisse un'opera in quattro volumi per dimostrare che la rivoluzione francese fu il risultato di un complotto massonico. Grazie a un falso confezionato dalla polizia segreta zarista, parecchi europei e americani credettero che esistesse un diabolico progetto ebraico per la conquista del potere mondiale. Tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento i socialisti francesi erano sinceramente convinti che il vero governo della 111 Repubblica fosse un grande consiglio di amministrazione composto dai rappresentanti di trecento ricchissime famiglie. Da allora non vi è guerra del Novecento che non sia stata spiegata con i reconditi interessi di qualche gruppo dominante. Alcuni anni fa uno storico dell'Università di Firenze,
Zeffiro Ciuffoletti, scrisse un libro sulla «teoria del complotto» e sull'importanza che essa ha avuto nella storia europea degli ultimi due secoli. Lei non parla di complotti, ma sospetta che l'opinione di alcuni collaboratori del Corriere sia dettata dai «poteri forti» interessati alla costruzione del ponte di Messina. Potrei risponderle che l'insinuazione è poco simpatica, ma preferisco darle un suggerimento. Cerchi di non pensare immediatamente alle possibili ragioni segrete e inconfessabili di una opinione o di un evento. Provi a credere che le parole del suo interlocutore riflettano davvero il suo pensiero e che egli sia sinceramente convinto di ciò che dice. Per contraddirlo cerchi di trovare i punti deboli e contestabili delle sue ragioni, provi a dimostrare che ha torto. Ne verrà fuori una discussione da cui lei potrebbe uscire vincente. Ma se lei sospetterà che ogni opinione sia manovrata da altri o suggerita da inconfessabili interessi, nessuna discussione sarà possibile. E allora, perché scrivere lettere ai giornali?



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