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Ad alta velocità contro la Val Susa
FULVIA BANDOLI
l'Unità 08-11-2005




Gestire i conflitti ambientali risulta sempre più complesso perché è aumentata la sensibilità delle popolazioni, perché il territorio è sempre più scarso e ferito da vari dissesti, ma anche perché ,a volte, si saltano importanti passaggi nella mediazione politica. Nel caso della Val di Susa andrebbe precisato che fino ad alcuni anni fa, in quella valle erano previste due infrastrutture molto pesanti dal punto di vista dell'impatto ambientale: il raddoppio della attuale autostrada e la tratta ferroviaria prevista dal progetto Tav. Era ovvio, per noi, che le due cose non potevano stare insieme, e che, se c'è da scegliere tra ferrovia e autostrada, noi in genere scegliamo sempre la ferrovia.
Ma sul progetto Tav le perplessità sui tracciati, sulle pendenze, sui chilometri da fare o no in galleria sono sempre state tante, e su tutte le tratte. Vogliamo forse negare che la tratta Roma-Bologna rispetto al progetto originale abbia subito nel corso degli anni cambiamenti radicali? Così come quella Roma-Napoli? Questi cambiamenti sono stati il prodotto di analisi serie,confronti ravvicinati con i sindaci e le popolazioni, valutazioni di impatto ambientale che spesso hanno portato a scegliere altre soluzioni tecniche. Questa in sintesi estrema è la storia di ciò che abbiamo alle spalle sulla Tav, mentre per il futuro ancora non è chiaro se e in quale misura questa infrastruttura consentirà di liberare altri bi-nari per le merci su ferro che sono invece un elemento strategico per modernizzare il sistema trasportistico italiano. E veniamo alla Valle Susa. Dopo avere manifestato le loro perplessità i sindaci della valle e le comunità montane hanno chiesto alla regione e al governo di poter riaprire la discussione. Io ho lavorato perché il confronto si riaprisse e la commissione Rivalta era ed è la sede nella quale la trattativa doveva e deve svolgersi.
Mi pare di poter dire che qualcosa, nel percorso democratico concordato, non ha funzionato. Governo e impresa di costruzione hanno voluto forzare le tappe e da qui sono nate le proteste delle ultime settimane. L'ordigno inesploso ritrovato due giorni fa nulla ha a che vedere con quei sindaci e con quelle popolazioni, anzi esso è prima di tutto un atto contro di loro perché apre la strada alla criminalizzazione di una protesta che si è sempre svolta in modo civile e democratico e il più delle volte dentro i consigli comunali. Collegare la protesta o coloro che protestano democraticamente agli atti di intimidazione di matrice «terroristica» o «anar-co-insurrezionalista» o «anarco-servizisegreti» è operazione pericolosa e inaccettabile. Oltre che non vera.
Sarebbe come dire che il vescovo di Acerra che non vuole l'inceneritore nel suo comune e che ha partecipato a decine di scioperi e manifestazioni era ed è contiguo a quelle frange minoritarie che spesso si insinuano all'interno di movimenti spontanei e li utilizzano a scopi ben diversi di quelli originari.
A parte il fatto che ogni protesta andrebbe analizzata rispetto all' opera che viene proposta, alla sua utilità e fattibilità. Nel caso di Acerra, ad esempio, io credo che sia sbagliato opporsi, in Campania, alla costruzione di qualsiasi impianto di trattamento dei rifiuti, ma dire che gli impianti forse si possono fare di taglia media e non tutti concentrati nella piana di Acerra (una delle aree più inquinate della Campania) o nelle immediate vicinanze... forse questi sono argomenti più seri che andrebbero discussi. Ma ora vorrei porre a tutti noi un quesito. Se i sindaci e le popolazioni del Vajont avessero protestato contro la costruzione di quella maledetta diga - presentata come una delle sette meraviglie della modernità- forse alcuni giornali li avrebbero tacciati di essere antimoderni ma forse le imprese costruttrici e gli enti di controllo, sotto gli occhi attenta dei media, delle istituzioni e dei cittadini, avrebbero studiato con attenzione l'impatto della diga sulla valle, avrebbero messo tutto il cemento che serviva e il ferro che invece mancò ad armarlo, e noi non saremmo inorriditi davanti ad una delle stragi civili più tremende del dopoguerra. Insomma non si possono criminalizzare sindaci, amministratori locali e popolazioni ma solo trattare e trattare ancora... senza farsi male.
I sindaci e i cittadini della Valle Susa si sono dissociati chiaramente da questi atti intimi datori e li hanno stigmatizzati con una ferma condanna. Ora non si può usare quell'ordigno messo da mani ignote per dire... «basta discutere, si facciano i lavori» come vanno dicendo esponenti di Forza Italia e di An in Piemonte. Ne andrebbe della democrazia che non può saltare alcun passaggio e che non deve farsi scavalcare dalle intimidazioni.
Un ultima riflessione su alcune «grandi opere pubbliche» e su di un malinteso concetto di modernità e di progresso. Che il Ponte sullo Stretto di Messina e le dighe mobili nella laguna di Venezia (Mose) siano due opere simbolo della modernità è argomento discusso da moltissime parti in causa: quando inizieremo a discuterne seriamente tra noi, nel centro-sinistra? Oppure devo pensare che per le opere sbagliate di questo governo non vale ciò che vale per altri provvedimenti? Le nostre priorità quando andammo al governo erano altre: riassetto idrogeologico, perché non affrontarlo ci costa cifre enormi e tante vite umane; il 20% in più di merci su ferro e mare, perché dobbiamo risparmiare energia;
il rifacimento della rete idrica nel centro-sud, perché disperdiamo il 30% dell'acqua. La situazione ci chiama a scegliere: per attuare le nostre priorità mettiamo in discussione Ponte e Mose... oppure siccome sono opere già in itinere (anche se lontane ancora anni luce) portiamo a termine noi due opere discusse e discutibili e che non sono tra le nostre priorità? La modernità non c'entra nulla e questa parola viene spesso usata a sproposito. Per il mezzogiorno sarebbe moderno aprire i rubinetti e vedere scendere l'acqua tutti i giorni, avere ferrovie efficienti e strade praticabili accanto a reti di servizi al territorio e alle città finalmente funzionanti. Un ponte mirabolante che congiunge due pezzi lenti e morenti del sistema trasportistico italiano non modernizza nulla. La presunta incapacità degli ecologisti a proporre alternative concrete è una menzogna con le gambe cortissime: noi ci assumiamo sempre l'onere della proposta quando contestiamo un' opera, noi non siamo ambientalisti fondamentalisti e la dimostrazione sono le tante battaglie fatte e vinte in tante parti d'Italia. Quasi sempre dietro i principali interventi sul territorio si intravede una ipotesi di sviluppo per il paese: che salvare le coste della Sardegna fosse un'idea diametralmente opposta all'ipotesi di sviluppo che per quell'isola aveva il centro destra è stato così chiaro che anche i cittadini della Sardegna hanno capito e fatto vincere chi gli proponeva uno sviluppo duraturo e serio senza mettere a rischio la loro principale ricchezza.
Oggi coloro che ritengono che la Tav in Valle Susa sia necessaria hanno loro l'onere della proposta rispetto a quale potrà essere il futuro modello di sviluppo per quelle popolazioni interessate dai lavori per quindici anni, e dovranno essere proposte convincenti perché il loro consenso non è un dettaglio.
Così come rispondere alle domande sul tracciato e sulle eventuali alternative, sull'amianto, sulla sicurezza e sulla salute spetta sempre a coloro che sostengono il profilo strategico dell'opera.
Con i trucchi e con le forzature non si costruisce nulla di buono.



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