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Firenze. Opere d'arte alluvionate senza restauro da 39 anni
Wanda Lattes
Corriere della Sera, 3 novembre 2005

280 dipinti nelle cantine dei palazzi fiorentini Tra gli affreschi «L'ultima cena» di Vasari
FIRENZE — Chissà quali parole troverebbe oggi Giorgio Vasari per raccontare, da cronista, i 39 anni da sfrattata della sua «Ultima cena», un affresco di sei metri per due e sessanta che nel 1966 era nel refettorio di Santa Croce. Lì lo sorprese l'alluvione, da lì lo hanno portato via diviso in cinque pezzi e lo hanno fatto girare in ricoveri umidi e scomodi, in attesa di un restauro che ancora non c'è stato.
Ora «L'ultima cena» di Giorgio Vasari si trova nei labora-tori della Fortezza da Basso e forse, chissà, potrebbe davvero arrivare il suo momento.
Giorgio Vasari, comunque, non è solo in questa incredibile lista di attesa. Secondo dati ufficiali, ma non complessivi, nei depositi fiorentini giacciono 280 dipinti su tavola e tela alluvionati, più decine di affreschi interi o a pezzi, più centinaia di arredi lignei, molti dei quali di provenienza sconosciuta. Sono sparsi, questi tesori, nei depositi di Palazzo Serristori, della Fortezza da Basso, del Cenacolo di San Salvi, del Rondò di Bacco sotto Palazzo Pitti, del Cenacolo di San Salvi, delle Ville Medicee della Petraia, di Poggio a Caiano, nella Villa Corsini di Sesto, nel Laboratorio Piacenti di Prato. E proprio in queste ore si assiste ad un ennesimo sfratto, con scene inverosimili: l'antico Palazzo Serristori, edificio già di proprietà comunale, adesso è richiesto con urgenza dal padrone privato che deve restaurarlo e usarlo. Ben 202 pezzi devono essere portati via al più presto dalle stanze del palazzo, ma non c'è un altro posto dove mettere i tesori che un tempo erano in otto chiese del centro di Firenze.
Per tentare di capire questa vicenda che si snoda lungo i 39 anni che separano il presente dall'alluvione che il 4 novembre del 1966 sconvolse Firenze bisogna raccontare un lungo intrecciarsi di competenze burocratiche capace di scoraggiare chiunque.
Subito dopo l'alluvione, quando gli angeli del fango venuti da tutto il mondo si prodigavano per salvare l'arte di Firenze e arrivavano fondi generosi, soprattutto dall'americano Committee to rescue italian Art, la triade dei soprintendenti (Baldini- Marchini-Procacci) riusciva a coordinare ricovero e interventi, alcuni dei quali furono applauditi come miracolosi, vedi quello sul Cristo di Cimabue.
Poi, dalla metà degli anni Settanta, la competenza che era stata dell'antica Soprintendenza alle gallerie e del suo Gabinetto Restauri, fu ripartita, di volta in volta, tra diversi uffici locali del ministero della cultura e non ha più funzionato un coordinamento severo. Intanto, esaurito l'interesse internazionale e diminuiti in modo drastico i fondi, i locali dei primi ricoveri venivano richiesti e svuotati dalle opere, trasferite in modo casuale, un po' qua e un po' là.
Oggi, mentre il Gabinetto Restauri, diretto da Cristina Acidini, equiparato a Soprintendenza indipendente, può affrontare soltanto singole operazioni di recupero su un numero limitatissimo di pezzi
ultra preziosi, il coordinamento generale della spaventosa massa dei dispersi dell'alluvione è affidato, da poco, alla bravura di un solo responsabile, Maria Matilde Simari, funzionaria della soprintendenza territoriale diretta da Bruno Santi. L'intento è quello di riunire oltre cinquecento pezzi preziosi alla Certosa del Galluzzo, dove peraltro sono tutt'altro che disponibili i locali, ancora pieni dei resti di un altro archivio, il Vieusseux, sgomberato da poco. Le opere «ferite», quindi, dovrebbero andare in un ospedale che non c'è. E le opere di Bernardo Daddi, Ludovico Cigoli, Ja-copo da Empoli, Jacopo del Casentino, Carlo Dolci, Bernardino Poccetti, Maso da Friano, Francesco Salviati, un allievo del Bronzino, aspettano. Come aspettano i 240 affreschi attribuibili a Paolo Uccello e ai suoi allievi, che sono divisi tra una grotta in Boboli e Palazzo Corsini a Sesto.
Intanto gli storici dell'arte Santi e Lìpari non hanno uffici tecnici, sistemi computerizzati, operai, facchini che possano realizzare un piano e l'idea di riunire in ambienti puliti e attrezzati gli affreschi, le cornici, le suppellettili di grandi dimensioni che abbiamo intravisto, resta un sogno, sullo sfondo di sale, scaloni, cantine prive di illuminazione elettrica, con finestre tanto piene di polvere da non lasciar passare la luce.



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