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Ma la Farnesina sta restaurando il museo di Barn
Il Riformista, 3 novembre 2005

ITALIANI BRAVA GENTE. CHI SONO E COSA FANNO I NOSTRI ARCHEOLOGI A TEHERAN
«Sì, ho appreso che in Italia c'è grande preoccupazione. E i miei familiari non sono da meno. Ma per noi che stiamo qui è cambiato poco o nulla, se non il fatto che per la prima volta dopo tanti anni i telegiornali iraniani hanno aperto con le dichiarazioni di Berlusconi e Fini». Carlo Cereti è iranologo e professore alla Sapienza di Roma. Ma è anche nel Cda dell’Isiao, l'istituto italiano per l'Africa e l'Oriente, che in team con il museo nazionale d'Iran lavora agli scavi di Takht-e Soleiman. Ceretì è a Teheran e ribadisce: «La collaborazione tra noi e le autorità iraniane prosegue tranquilla. Certo, qualche scalmanato davanti alla nostra ambasciata potrà pure capitare, anzi sicuramente capterà, ma da qui a dire che Italia e Iran sono in guerra ne corre eccome. Secoli di amicizia e cooperazione non si cancellano in un attimo».
Senza andare troppo nello specifico, basterà infatti dire che è del 1462 la prima pubblicazione italiana di un testo che tratta dell'Iran, un'edizione della Cosmographia di Claudio Tolomeo. Al 1959 risale invece l'apertura della prima missione archeologica italiana in Iran voluta da Giuseppe Tucd, che decise d'iniziare un'attività archeologica in Iran, d'intesa con l'organizzazione per la tutela del patrimonio culturale persiano, prima nella regione desertica del Sistan, con lo scavo della città protostorica di Shahr-e Sokhta da parte di Maurizio Tosi e del sito achemenide di Dahan-e Ghuleiman, poi con lo studio della Grande Moschea del Venerdì di Isfahan, questi ultimi diretti da Umberto Scerrato, e i restauri dei monumenti safavidi di Eugenio Galdieri. In quegli stessi anni, per la precisione nel 1964, Tucd ottenne il permesso di studiare e restaurare Persepoli, opera condotta magistralmente da Giuseppe Tilia. I primi anni della Rivo-luzione. scollati dalla devastante
guerra voluta da Saddam, portarono ad un'interruzione temporanea della collaborazione, ma non
dell'interesse italiano per l'Iran, come dimostrato dalla fondazione, proprio a Roma, della Societas iranoiogica europaea, di cui fu principale artefice Gherardo Gnoli, oggi presidente dell'istituto italiano per l'Africa e l'Oriente (Isiao).
Il paradosso è che nel peno della tensione tra Roma e Teheran, l'Italia è impegnata in una politica di collaborazione sempre maggiore con l'Iran, in molta parte finanziata proprio dal ministero degli Esteri di Gianfranco Fini. E sono tanti gli italiani che d lavorano. L'attività archeologica in Iran, dopo un periodo di pausa, è infatti pienamente ripresa nel 2003, grazie agli sforzi di Bruno
Genito, con lo studio dei materiali ritrovati nella Moschea del Venerdì ad Isfahan, la cui pubblicazione è ora in COBO, e con il progetto di realizzare un piccolo museo nell'area delia Moschea; parallelamente, è ripresa la collaborazione con la missione nel Sistan, oggi diretta da Mansur Sajjadi, per la quale Lorenzo Costantìni, del museo nazionale di arte orientale, ha impiantato un laboratorio d'avanguardia di bioarcheologia. Di pari passo con l'apertura dell'Iran all'Europa e all'Italia, la nostra attività sul campo si è allargata e altre presenze si sono aggiunte. Raffaele Biscione del Cnr si occupa di studiare l'espansione urartea nel nord-ovest del paese, mentre Kefrancesco CaUieri, per lunghi anni direttore della nostra missione nella valle dello Swat, è stato chiamato dalia Iranian Cultural Heritage andTourism Orga-nization (lento) a collaborare allo scavo per il salvataggio dei siti archeologici dell'area diTang-e Bo-laghi, presso Sivand, che sarà ricoperta dalle acque di una diga. Ancora, seguendo una grande tradizione italiana, il ministero dei Beni culturali è stato tra i primi ad accorrere a Barn dopo il terremoto dello scorso anno, proponendosi per il recupero di questa cittadella unica al mondo. E un progetto finanziato dall'ufficio cooperazione del ministero degli Esteri si propone di ristrutturare la sua prestigiosa sede, dove è conservata la più importante collezione museale iraniana, progettata dal francese Andre Godard negli anni Trenta.



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