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Le mire dell'Enel sul Parco del Pollino
ENRICO PUGLIESE
02/11/2005, www.ilmanifesto.it


La mobilitazione della popolazione contro la centrale alimentata a biomasse
Montagne, fiumi e cascate potrebbero fare da sfondo alla mega-centrale per il cui funzionamento bisognerebbe «spremere» i rari alberi del parco. Oppure attivare un inceneritore di rifiuti che distruggerebbe uno degli ambienti più straordinari del Mezzogiorno a cavallo tra Lucania e Calabria

CASTROVILLARI (COSENZA)
Una centrale elettrica a biomasse nella valle del Mercure, nel cuore del Parco Naturale del Pollino,?Che idea bizzarra. E' vero che in comune di Laino c'era una centrale elettrica che andava a petrolio. Ma erano altri tempi. Eppure, non è solo l'Enel a insistere sulla opportunità e sulla fattibilità dell'iniziativa: c'è un vasto coro di sostenitori che trovano spazio su organi di stampa locali e nazionali. La cosa sorprende non poco e ricorda un brano di un celebre racconto di Sciascia dove si parla di una società per la produzione del marmo in una zona della Sicilia in cui il marmo non si sarebbe visto neanche se ce lo avessero portato a bella posta: sarebbe infatti affondato piano piano nella sabbia. Da dove vanno a prendere le biomasse per farci energia nel Pollino, Dio solo lo sa. Le montagne sono belle, anzi splendide, ma non hanno proprio una grande vocazione per la produzione di biomasse. Insomma, di alberi ce ne sono davvero pochi rispetto alle bisogna. Certo, non mancano nella Fagosa splendidi boschi di faggio (lo dice la parola stessa). Ma il patrimonio boschivo non costituisce una ricchezza sterminata, non foss'altro che per le sue ridotte estesioni. E poi, certo non andrebbe destinato a essere utilizzato come biomassa per la produzione di energia.

C'è poi un tipo di albero tra i più noti d'Italia, il Pinus Loricato, che resiste a altitudini significative e a forti venti. E' bellissimo e ha una sua maestosità ma trattandosi, appunto, di un albero proprio di un contesto montano arido, è rado e poco «bio-massificabile». Se penso al Pollino penso alle rocce e a quell'albero. E la loro immagine è la testimonianza di quanto sia balzana l'idea stessa di produrre biomasse dalle montagne del Pollino.

L'oro del parco

Per quanto ancora relativamente periferica rispetto ai grandi circuiti turistici, l'area del Parco del Pollino è davvero molto ricca di elementi interessanti, sia dal punto di vista paesaggistico, sia da quello archeologico. Nel comune di Rotonda, vicinissimo a Laino, è conservato uno degli esemplari più belli d'Italia di «elephas antiquus», il cui scheletro è stato ritrovato quasi integro. La zona è famosa persino tra gli appassionati di Rafting. Per non parlare delle grotte di Raganello. Insomma, c'è una possibilità di valorizzazione turistica e non a caso nel Parco e nei dintorni ci sono zone naturalistiche definite di interesse comunitario.

Man mano che si andava affermando il parco naturale, cresceva l'insoddisfazione per il modo di essere e per l'esistenza stessa della Centrale. E la prima chiusura della centrale, oltre che per il rendimento insoddisfacente, fu determinata anche dalle proteste popolari e le mobilitazioni per l'inquinamento determinato dalla caduta delle polveri che danneggiavano soprattutto il territorio di Viggianello (un comune confinante).

Ma allora, da dove nasce un'idea così stramba? Un motivo c'è. Esso va trovato in errori del passato e in scelte fatte in epoca in cui nella cultura politica e nel senso comune non c'era l'idea che lo sviluppo industriale potesse fare pericolosa violenza alla natura (oppure si riteneva che la cosa non avesse importanza). La centrale elettrica costruita agli inzi degli anni Sessanta era destinata originariamente a funzionare tramite impiego di lignite e poi tramite olio combustibile. Dell'impianto originario si intende ora utilizzare una parte, quella che è stata chiusa nel 1997, convertendola all'utilizzazione di biomasse. L'impianto dovrebbe produrre una potenza netta è di 35 Mw (41 lordi), rappresentando così una delle più grandi centrali d'Italia (la potenza media di questo tipo di centrali è di circa 5-6 Mw).

Con una portata di questo genere, non è certo pensabile che l'impianto possa funzionare a biomasse prodotte dagli alberi locali. Troppo pochi ce ne sono, bastano al loro uso attuale, ed è bene che siano conservati. Comunque, secondo l'Enel per le 360 mila tonnellate di biomasse necessarie ogni anno per il funzionamento della centrale sono stati definiti contratti, per circa 90.000 tonnellate l'anno, a cui vanno aggiunte circa 18.000 tonnellate l'anno da reperire attraverso un accordo con i comuni dell'area.

Va da se che in questa operazione dovrebbero essere coinvolti i lavoratori forestali locali (in modo che il ricatto occupazionale sia ben evidente). Naturalmente, la questione dei forestali calabresi e lucani non si risolve così. Semmai si risolve valorizzandolo l'impiego nel loro specifico, che è quello della protezione e valorizzazione ambientale. Ma non è questo il problema.

L'altro motivi alla base di questa localizzazione sta nel puro e semplice fatto che le centrali da qualche parte bisogna pur installarle, se si vuole mantenere il modello di sviluppo attuale. Il problema è quello della scelta dell'area con minor resistenza sociale. E forse l'Enel - speriamo sbagliando - ha pensato che la zona scelta (questa area dove un pezzo di Calabria si incunea fisicamente nella Lucania) fosse adatta a tale scopo.

Mezzogiorno pattumiera

La scelta di una collocazione assolutamente fuori luogo - con rischi di devastazione ambientale - in un sito di grande interesse naturalistico è una scelta al contempo provocatoria e forzata. Nel nostro paese ci sono due seri problemi che ogni tanto esplodono con violenza, proprio nelle regioni del Mezzogiorno: quello del nucleare e quello dei rifiuti (tossici e non). Non so se l'insistenza dell' Enel - e di tanti mentori, locali e non - sui vantaggi della centrale derivi dall'una o dall'altra questione. O, forse, poco importa perché esse sono strettamente intrecciate. Purtroppo ormai in Italia si va sempre più consolidando un certo neo-nuclearista, anche in ambienti legati alla sinistra. Si scopre con una ventina di anni di distanza che importiamo dalla Francia energia elettrica prodotta in centrali atomiche e si conclude che tanto vale avere le centrali in casa. Inoltre, si va rafforzando la diffusa convinzione relativa alle centrali sempre più sicure. Infine, comincia a far capolino l'idea della immediata disponibilità dell'energia atomica pulita.

Chi scrive non è certo un esperto di questa materia. Sa solo che i luoghi comuni filo nuclearisti sono sempre più frequenti nelle conversazioni dei treni e dei salotti e sui giornali, anche di sinistra. Certo, se vincesse il nucleare ci risparmierebbero la centrale in mezzo al Parco. Ma sarebbe ben magra soddisfazione.

L'altra questione, più attuale e più strettamente meridionale, è quella dei rifiuti cittadini. Già alla proposta di attivazione della centrale erano emerse serie perplessità nella popolazione locale. Ora, con l'avvicinarsi dell'entrata in esercizio le reazioni negative si sono rafforzate, nonostante una campagna mediatica a favore. La principale - quanto legittima - preoccupazione, è che la centrale di Laino, anche a motivo dell'assoluta impossibilità di reperire le biomasse necessarie in zona, possa diventare il terminale dell'incenerimento dei rifiuti della provincia di Cosenza e di aree ancora più estese. Ciò anche grazie all'omologazione in Italia del combustibile da rifiuti a fonte di energia rinnovabile. Le rassicurazioni dell'Enel su questo punto appaiono tutt'altro che convincenti.

Fave, piccioni e diossina

E' noto infatti che con il ricorso al combustibile da rifiuti si prenderebbero due piccioni (e un po' di diossina) da una sola fava. Da un lato si risolverebbe il problema della irreperibilità delle biomasse in loco, dall'altro si risolverebbe l'annosa questione delle difficoltà legate allo smaltimento dei rifiuti.

E' perciò comprensibile la linea piuttosto dura dell'Enel. E naturalmente, quando si tratta di opere con devastante effetto ambientale nel Mezzogiorno, si va avanti con il ricatto dell'occupazione. Su questo versante c'è una notevole vigilanza di gruppi ambientalisti e democratici sorti a livello locale, come le associazioni «Cosa» (Comitato ambiente e salute) e «Il Riccio». Secondo quanto si legge in un documento di quest'ultima associazione, l'Enel agli inizi ottobre ha annunciato la chiusura della centrale e il trasferimento dei lavoratori in altri impianti del gruppo, a motivo di lamentati «intoppi» burocratici che rallenterebbero l'inizio delle attività. Il documento del Riccio ricorda che sulla questione della centrale e sulle irregolarità connesse è intervenuta anche la Procura della Repubblica «che ha ricordato come si stia indagando su ipotesi di reato molto gravi (fino al disastro ambientale) e come, in realtà, i sequestri ancora in atto siano unicamente finalizzati all'accertamento delle responsabilità. Il rinvenimento di sostanze tossiche e pericolose illegalmente smaltite, nelle adiacenze della centrale, in un terreno dell'Enel, un fronte di frana, sempre in prossimità della centrale, nonché aspetti autorizzativi rivelatisi incompleti». Insomma, poca occupazione ma molto inquinamenti. E di cose che non vanno ce ne sono davvero tante.

L'imbroglio occupazionale

La centrale serve all'Enel e al modello di sviluppo attuale ma non serve all'economia locale e alla popolazione. Per quel che riguarda l'occupazione, va ricordato che le centrali elettriche necessitano di pochi addetti, dato l'alto livello di automazione e comunque si tratta di personale Enel già in servizio. Per quanto riguarda poi l'indotto, Il Riccio fa notare che gli addetti delle ditte esterne, per i lavori di adeguamento ormai in via di completamento, sono a fine contratto. L'opposizione politica è anch'essa molto forte ma concentrata nella sinistra oltre che, ovviamente, nei verdi. Rifondazione Comunista, in un convegno a cui ha partecipato Patrizia Sentinelli, ha preso ufficialmente posizione per lo smantellamento della centrale. Nella stessa occasione, i rappresentanti della Cgil comprensoriale della Lucania e della provincia di Potenza si sono espressi criticamente nei confronti della centrale, sia per lo scarso impatto occupazionale che per le modalità di imposizione dall'alto di scelte che spettano alle popolazioni che vivono nel territorio. Infine, sulla vicenda non sono mancate interpellanze parlamentari a livello nazionale ed europeo. In particolare va ricordata quella ben documentata di Nuccio Iovene.

L'Enel insiste sul fatto che riuscirà a recuperare le biomasse a livello locale. E intanto, per i test di avvio della centrale sono arrivati già dal porto di Corigliano Calabro i primi camion con scarti di legno provenienti, probabilmente, dall'estero con costi gravissimi. Gli ambientalisti sono sempre più attivamente mobilitati, nonostante l'assenza di mezzi e di accesso ai media. Le loro documentate denunce sull'inquinamento e le violazioni dei controlli, corredate da ampia documentazione, meritano molta attenzione. Gli va riconosciuto il merito di salvare il Parco e di attivare la democrazia locale.



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