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Veltroni sgombra Piazza Navona. Pittori sfrattati, ma la gente raccoglie firme contro l'editto del Comune. Difficile immaginare se adesso la trasformerà in un tempio della pace o in un deserto
Mattia Feltri
LA STAMPA, 02-NOV-2005






«Se mi mandano a ponte Sisto», dice Mirko, il nonno, «io ci ho due alternative, democraticamente parlando. O me butto de sotto, o lascio perde', me ritiro». Lo chiamano il nonno perché è il più anziano della combriccola, a piazza Navona. «Io modestamente te so di' quanti sampietrini ce so' su 'sta piazza». Qui espone e vende i suoi quadri dal 1970. «L'ho venduti pure a Al Pacino e a Bettino Craxi, l'ho venduti. E ora mi vogliono mandare via per questione de' decoro».
Sono infatti questioni di decoro quelle che hanno persuaso la giunta di Walter Veltroni a fare pulizia. Venerdì notte è stata approvata la delibera con cui si
stabilisce il «divieto di occupare lo spazio centrale di piazza Navona con qualsiasi tipo di attività commerciale». Secondo il progetto, la piazza verrà ricondotta alle forme di due secoli fa, di modo che siano esaltati i vecchi palazzi e i monumenti barocchi. Il più celebre è quello di Gian Lorenzo Bernini, la grande fontana centrale, la Fontana dei Quattro Fiumi, da cui sgorgano simbolicamente il Nilo, il Danubio, il Gange e il Rio de la Piata a rappresentare i quattro angoli del pianeta. E poi ci sono le altre due fontane, quella del Moro e quella del Nettuno. E tutte e tre le fontane sono adesso leggermente affondate dentro l'esteso marciapiede costruito nel mezzo della piazza dopo la presa di Porta Pia. Servì per delimitare la corsia riservata alle carrozze, poi alle automobili. Ora che tutto sarà isola pedonale, il marciapiede non ci sarà più.
«Vogliamo restituire a piazza Navona il prestigio che compete a uno dei luoghi più belli del mondo», ha detto il sindaco. E così, cancellato il marciapiede, si cancelleranno anche gli occupanti. Di giorno, oltre agli artisti per cui piazza Navona è stata ripetutamente e pomposamente chiamata la Montmartre romana, i pakistani e i cinesi, soprattutto, stendono grandi foulard sopra cui espongono cinture, braccialetti, collane e ogni genere di chincaglieria. I senegalesi vendono occhiali da sole. I cingalesi le pistole per le bolle di sapone. Donne orientali transitano con borse e camicie. E di notte spuntano altri immigrati con strani giocattoli che sparano cerchietti luminosi nel cielo buio.
Da qualche giorno, nella parte meridionale della piazza, c'è un'imponente tenda bianca dentro la quale si tiene una ridotta esposizione del libro. La scorsa settimana, sotto la stessa tenda, o una simile, c'era la rassegna del pollo italiano, e così tutto, il precario degli artisti e degli ambulanti, l'illegale degli extracomunitari e l'istituzionale degli editori e degli allevatori si mischia negli stessi metri quadrati a ridare fiato a quella che Gioacchino Belli definì «un teatro, una fiera, un'allegria». E' qui che, a Natale, si stendono decine di bancarelle con lo zucchero filato, le caramelle, i balocchi, ed era qui, ai tempi dell'impero romano, che ci si svagava col vino nelle bettole, o con le prostitute, e pure loro dipingevano, e precisamente figure che illustrassero ai clienti le specialità in offerta. E sempre qui le schiave nude e costrette alla gogna aspettavano di essere acquistate.
«Così si rischia di cancellare la componente caravaggesca e popolare della piazza», ha detto Vittorio Sgarbi al Corriere della Sera, mentre l'architetto Paolo Portoghesi sogna di rivedere la piazza «a disposizione solo delle nonne, dei nipotini e delle rondini, come accadeva quarant'anni fa». E' anche vero che quarant'anni fa la piazza era un parcheggio, e c'era giusto qualche castagnaro e c'era Giggetto, con la bombola del gas sul triciclo a gonfiare palloncini. Ma dentro questo suq formicolante, oggi, è difficile immaginare la piazza di domani, se sarà un tempio della pace, o soltanto un deserto.
Intanto, però, i pittori e i ritrattisti non si rassegnano. Hanno messo su il banchetto delle firme e uno degli artisti, Franco Di Carlo, dice che ne sono state raccolte già diecimila. In effetti il viavai è costante. I cartelloni attaccati sul selciato attirano i turisti: «Pueblo de Espana y latino, los pintores de Plaza Navona...», «Aidez les artistes...», «...the major wants to send us home». Ora, dice Di Carlo, intendono commissionare un sondaggio alla Doxa, o qualcosa del genere, per dimostrare a Veltroni che la gente li ama. Se non basterà, si incateneranno alla fontana del Bernini. E comunque su ponte Sisto o a Castel Sant'Angelo, dove gli sarà riservato uno spazio, non ci vogliono andare.
Del resto questa è una piazza che ne ha viste. Marco Pannella che spacciava provocatoriamente hashish, Francesco Rutelli che si candidava sindaco augurandosi di vedere Craxi consumare il rancio nelle patrie galere, Nanni Moretti furente con i leader imbelli della sinistra, e infine Silvio Berlusconi colpito in testa col treppiedi da un turista. Ora vede la guerra fra gli artisti e gli abusivi. Sabato pomeriggio, gli artisti hanno cacciato fra urla e minacce gli abusivi dalla loro porzione di piazza. Vogliono dimostrare di saperla tenere pulita e decorosa, dicono. Dicono di non entrarci nulla con quelli e si zittiscono a vicenda, «che poi ci dicono razzisti». Dicono che è ingiusto far pagare anche chi è in regola. E di nuovo indicano la tenda con l'esposizione del libro e si chiedono quanto altro spazio ci sarà, per le tende, quando «verrà fatta pulizia». E per mettere le tende si paga salato. Finché non torna nonno Mirko e dice: niente insinuazioni. «Non ce l'ho con Veltroni, l'ho votato, è il mio sindaco. Non è colpa sua, non voglio crederci. Tutti ci vogliono bene. Quando capirà, ce ne vorrà anche lui».



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