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Perché si continua a scavare senza pietà il marmo della Pietà
Luigi Bignami
IL VENERDI di REPUBBLICA, Supplemento de LA REPUBBLICA, 28 OTTOBRE 2005, n. 919, 106-109

Articolo segnalato e inviato da un lettore alla Posta della Redazione


Italia Nostra denuncia: del prezioso materiale vengono estratte cinque milioni di tonnellate l'anno, contro le 300 mila di mezzo secolo fa. E il bello è che non servono per fare statue, ma per filtrare i fumi delle ciminiere.
Perché si continua a scavare senza pietà il marmo della Pietà
Pietà per il marmo della Pietà. L'invocazione arriva da Italia Nostra: «Nell'ultimo ventennio è stato estratto più materiale dalle Alpi Apuane che nei duemila anni precedenti. E la crescita sembra non avere fine» dice Mario Venutelli, presidente della sezione Apuo-lunense dell'associazione ambientalista. Ma non è il solo a preoccuparsi, gli appelli per una maggior tutela dell'area da cui si ricava il celebre marmo di Carrara sono stati sottoscritti anche dai premi Nobel come Rita Levi Montalcini e Mikhail Gorbaciov. D'altra parte, l'accelerazione dell'attività estrattiva sta modificando radicalmente il paesaggio. «La Focolaccia, il più alto valico delle Apuane, tra il monte Cavallo e la Tambura, è stato "abbassato" di oltre 50 metri» spiega Elia Pegollo, presidente dell'associazione Pietra Vivente. «Non solo, il monte Serrone, che domina Carrara, non è più quello ritratto nelle cartoline di qualche anno fa e i carraresi non lo chiamano più, come facevano un tempo, il piccolo Cervino. Il Carchio ha perso la sua caratteristica cuspide e sul monte Altissimo, la montagna cara a Michelangelo, certe sorgenti ormai sputano fango anziché acqua». I dati raccolti da più fonti parlano chiaro: nell'arco di un cinquantennio si è passati da trecentomila a oltre cinque milioni di tonnellate di marmo estratte l'anno. Tanto per farsi un'idea: una quantità sufficiente a pavimentare, con piastrelle di marmo spesse un paio di centimetri, un'autostrada di otto corsie lunga quanto l'intera Penisola. La frenetica attività di scavo è testimoniata anche dagli oltre mille camion che ogni giorno, stracolmi di pietra, lasciano Carrara. Ma cosa ha reso così ricercata una roccia apprezzata in passato soprattutto dagli artisti, da Michelangelo al Bernini, da Canova a Thorvaldsen e Moore? A sorpresa, la risposta non ha molto a che fare con pavimenti, rivestimenti o fregi, insomma con gli usi classici del marmo. Ma piuttosto con gli usi industriali del carbonato di calcio, la sostanza di cui è composto il marmo. Da alcuni anni lo si usa infatti per «patinare» la carta, per assorbire i fumi acidi che si formano nelle centrali elettriche a combustibili fossili e come sbiancante in vari processi chimici. Con la crescente richiesta di carbonato di calcio, prima si è iniziato con il portare a valle i massi di scarto, poi, vista la resa economica, si è deciso di estrarre direttamente marmo a questo scopo. «Il risultato è che oggi due terzi dei camion che passano per le città non trasportano marmo statuario, bensì blocchi per fini industriali» dice Venutelli. Per soddisfare questo aumento esponenziale della richiesta la tecnologia ha dato forma a macchine che, affondando nel marmo le loro catene diamantate, estraggono in un'ora ciò che solo venti anni fa richiedeva un giorno di lavoro. «Un'altra causa dell'insulso smantellamento delle Apuane è la spietata concorrenza di altri Paesi, come Cina e India, che ormai hanno imparato dagli esperti di Carrara come estrarre e lavorare il marmo». Le conseguenze? Se nel passato a Massa e Carrara era attiva una fiorente industria della lavorazione del marmo estratto all'estero, ora questo non succede più. In ogni Paese dove sì estrae marmo si è imparato a lavorarlo, quasi sempre grazie all'aiuto delle industrie italiane che fabbricano le macchine. La spietata concorrenza su tutti i versanti, sempre secondo Italia Nostra, ha portato i proprietari delle cave a svendere il marmo di Massa e Carrara come fosse una roccia comunissima, pur di essere competitivi sul mercato. Ciò obbliga a estrarne quantità che venti o trent'anni fa sembravano inimmaginabili. La conferma viene dalla Omnia, una multinazionale che da quarantanni prende il marmo sulle Alpi Apuane. «Per i diversi scopi estraiamo circa duecento tonnellate di marmo a settimana» ammette Wasim Accardo, responsabile della società. Ciò significa che la Omnia da sola preleva diecimila tonnellate l'anno. Una così gigantesca macchina estrattiva avrà almeno creato occupazione... «Macché, sta avvenendo il contrario» spiega Venutelli. Gli addetti alle cave, infatti, sono scesi dai 14 mila del primo Novecento agli attuali 1000-1500 e continuano a diminuire. Lo sviluppo di nuove e tecnologie per l'estrazione ha infatti portato a un notevole aumento della produttività per addetto: si è passati dalle cinquanta tonnellate l'anno di cinquant'anni fa alle seicento tonnellate annue negli anni Ottanta fino alle attuali mille tonnellate. Accanto alla distruzione del paesaggio, con le montagne che cambiano forma perdendo le loro cime, c'è il rischio di vedere compromesso il patrimonio ecologico delle Apuane. Le precipitazioni e le grandi altezze hanno consentito l'insediamento di piante nordiche, tipiche dell'Artico o della Siberia, mentre la vicinanza del mare ha permesso la crescita di piante mediterranee. Delle 5.599 specie floristiche d'Italia, poco meno della metà sono presenti nelle Alpi Apuane. «È un patrimonio di enorme significato scientifico, che non può essere amministrato con sufficienza» conferma Fabio Garbari, biologo dell'Università degli Studi di Pisa. Ma ci sono soluzioni a tutto questo? «Ci sarebbero» risponde Venutelli. «Bisognerebbe chiudere le cave che oggi sono all'interno del Parco delle Apuane e che, invece, continuano a ottenere proroghe. Inoltre sarebbe necessario salvaguardare alcune aree che raccontano la storia di duemila anni di estrazioni. Vi sono ancora cave romane, le poche a non essere state distrutte, che andrebbero trasformate in siti archeologici, allontanando da esse le cave attive. E poi bisognerebbe ridare il giusto valore al marmo di Carrara, reso immortale della Pietà o dal David e ora svenduto per filtrare il fumo delle ciminiere».

Note aggiuntive nell’articolo
DUE MILLENNI DI ESTRAZIONI
DALL’APPENNINO AI FORI - Furono i Romani i primi a sfruttare industrialmente il marmo delle Alpi Apuane. Avevano operai specializzati nelle diverse fasi della lavorazione e carri con ruote dentate per il trasporto dei blocchi.
MATERIA D’ARTISTA - E’ stato il marmo preferito dai grandi scultori di ogni epoca. Michelangelo saliva lui stesso sul monte Altissimo per scegliere i blocchi da cui “estrarre” i suoi capolavori.
SI VOLTA PAGINA - Il carbonato di calcio (di cui è fatto il marmo) è una delle sostanze utilizzate per rendere più lucida e più bianca la carta «patinata» di libri e riviste.
BLOCCHI ANTINQUINAMENTO - Il carbonato di calcio abbatte l’inquinamento perché reagisce con l’anidride solforosa (emessa dalle centrali termoelettriche e causa delle piogge acide) dando gesso e acqua.
MONTAGNE FERITE - Sopra, una cava di marmo sulle Alpi Apuane. A fianco, la riforestazìone di una cava abbandonata
Un progetto recupero a fini teatrali – QUANDO LA CAVA DIVENTA CAVEA.
Da qualche anno alcune amministrazioni locali si impegnano per il recupero delle cave che hanno esaurito la loro fase produttiva. Ma come si possono far rimarginare le ferite che l'uomo ha inferto alla montagna? Ripristinando i versanti distrutti dalle ruspe, avendo però cura che il deflusso delle acque piovane non aggravi il dissesto idrogeologico e coltivando alberi ed erbe tipici dell'area. Interventi che richiedono una seria progettazione, tanto che il «recupero» andrebbe pianificato ancor prima di cominciare a estrarre materiale dalla cava. In alcuni casi, però, si sceglie di non nascondere le voragini dovute all'attività estrattiva: a Pusiano, in provincia di Como, per esempio, una cava di carbonato di calcio, aperta nel 1932 e chiusa negli anni Settanta, è stata riconvertita in un suggestivo teatro all'aperto. Le scavatrici che per anni hanno lavorato lì sono esibite come reperti di archeologia industriale, pneumatici di grandi dimensioni sovrapposti formano totem (chiamati anche archeogomme) e delimitano le diverse zone dell'anfiteatro. E qui oggi, sfruttando la naturale acustica delle pareti di calcare, si mettono in scena opere e rappresentazioni teatrali, (l.b.)


Luigi Bignami



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