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ARCHIVIO: L'archivio di stato ora si fa in 7 o 8
DI MARCO BERTONCINI
Italia Oggi 29-OTT-2005


Esteri, Difesa, Quirinale, camera, senato e, in ultimis, Berlusconi. Tutti con segreti da nascondere

Ne esiste uno centrale, ma ogni dicastero ha quello personale

Troppi archivi, decisamente. Nonostante esista un archivio centrale dello stato, in teoria unitario, gli esteri hanno il loro: e va bene, si asserisce che esso serva di consultazione, per le costanti che qualificano sempre la politica estera, lungo i decenni, lungo i secoli. La difesa ha i suoi archivi, gelosamente custoditi: segreti militari, si sostiene, da non diffondere neppure dopo decenni. Il Quirinale ha un suo archivio: vai a capire perché. La camera, e ovviamente il senato, hanno ciascuno un proprio archivio: anzi, ultimamente pare essersi scatenata una concorrenza fra chi dei due riesca a procurarsi più fondi da politici, loro eredi, istituti, privati e partiti dissolti (ovviamente a pagamento). Perfino la Corte costituzionale dispone di un proprio archivio, alla faccia della conclamata necessità di tenere la documentazione accorpata. A coronare un decentramento la cui utilità è avvertita solo, per motivi ovviamente corporativi, dai diretti responsabili dei singoli archivi giunge ora l'annunciata istituzione di un archivio autonomo della presidenza del consiglio.
La vicenda (cfr. ItaliaOggi del 17 agosto.) ha conosciuto nuovi, forse decisivi appuntamenti. Riassumiamo in estrema sintesi la sgradevole faccenda: un emendamento governativo, introdotto durante la ciclopica conversione del decreto legge n. 115 sulla pubblica amministrazione, ha sancito l'istituzione di un archivio della presidenza del consiglio, indipendente dall'archivio centrale dello stato. All'origine del nuovo, superfluo ente stanno, da un lato, il solito interesse clientelare al sorgere di organismi con relativi dirigenti, dipendenti, funzioni, sedi ecc. Dall'altro, la volontà di rendere la presidenza del consiglio quel che oggi non è, ossia un organo costituzionale. Infatti, l'emendamento modifica il recente codice dei beni culturali, inserendo l'archivio di palazzo Chigi sotto la rubrica «conservazione degli archivi storici degli organi costituzionali», dopo gli archivi del Quirinale, delle camere e della Corte costituzionale. Sono anni che la burocrazia della presidenza del consiglio persegue questo obiettivo, al fine di slegarsi dai controlli della Corte dei conti e soprattutto di ottenere autonomia di bilancio, per stipendi, indennità, privilegi, ammennicoli, consulenze e tutto quel che appunto presidenza della repubblica, camera, senato e Corte costituzionale possono già consentirsi (pagamento a pie di lista).

L'istituzione dell'archivio autonomo è stata oggetto di posizioni duramente contrarie: all'inizio Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera, 5 agosto) e Salvatore Settis (la Repubblica, 11 agosto), e poi gli storici Francesco Perfetti, responsabile dell'archivio storico della Farnesina (II Tempo, 18 agosto) e Claudio Pavone (la Repubblica, 26 agosto), e ancora un lungo elenco d'insigni storici, da Carlo Ghisalberti a Pietro Melograni, da Francesco Nello a Salvatore Sechi, da Giuseppe Parlato a Elena Aga Rossi (Corriere della Sera, 20 agosto). Questi hanno sottoscritto un appello a Rocco Buttiglione contro «la proliferazione delle sedi di conservazione», che danneggia la ricerca e intacca l'organicità dei fondi archivistici, e a favore delle competenze dell'archivio centrale. La stampa, anche periferica, si è interessata della questione, e sempre con interventi contrari al nuovo archivio (Avvenire, II Tempo, L'opinione, la Nuova Ferrara, Avanti!, Indipendente...). Come si vede, il ventaglio degli oppositori spazia trasversalmente attraverso le correnti politiche, gli orientamenti culturali, le etichette parti ti che. Recente è, per esempio, l'interrogazione con primo firmatario il senatore Luigi Compagna dell'Udc e altri presentatori Brignone (Lega), Bevilacqua ( An ) e Favaro (Fi), che sollecita un intervento governativo per ricondurre all'archivio centrale il minacciato archivio di palazzo Chigi. Si noti come i sottoscrittori esprimano l'arco di tutti i gruppi di maggioranza.
Sul versante dell'opposizione sono intervenuti i Ds. Come aveva ipotizzato ItaliaOggi, la prima occasione legislativa per intervenire è stata la conversione in legge del decreto legge 164 in materia di beni culturali. In commissione cultura della camera il gruppo diessino ha proposto, con un emendamento con prima firmataria Giovanni Grignaffini, la pura soppressione della novella introdotta per costituire l'archivio autonomo della presidenza del consiglio.
Il presidente Adornato (Fi) ha dichiarato inammissibile il testo proposto, perché non strettamente attinente alla materia del decreto legge, sollevando le proteste del deputato diessino Carli, il quale ha annunciato la riproposizione della proposta abolitrice in aula.
L'atteggiamento del presidente della commissione, noto esponente azzurro, merita un commento. Chiunque direttamente o virtualmente bazzichi i lavori parlamentari sa benissimo che l'inammissibilità per estraneità di materia è una fisarmonica che si dilata e restringe non secondo rigorosi principi regolamentari, che pur esisterebbero, bensì secondo l'opportunità politica del momento e la volontà di gruppi estesa ai due
schieramenti (e al governo). Un esempio recente, incommensurabile per dimensioni, è costituito dal lunghissimo elenco di decine e decine di argomenti estranei introdotti nella conversione del già citato decreto legge n. 115, in una gara senza precedenti fra maggioranza e opposizione a chi si allontanasse dal testo originario. Quindi la ripulsa di Adornato, formalmente corretta, ha ragioni squisitamente politiche.
All'evidenza, la presidenza del consiglio non gradisce che si faccia un passo indietro e condiziona la commissione parlamentare e soprattutto il ministero competente.
Del resto, si sono avvertite, ancora pochi giorni addietro, proteste di archivisti e storici, riuniti sotto le sigle dell'Associazione nazionale archivistica italiana e della Società per lo studio della storia contemporanea. La grande stampa non ha taciuto le doglianze e i pericoli annunciati da Claudio Pavone, Paola Canicci, Linda Giuva: si vedano la Repubblica del 21 ottobre, il Corriere della Sera, l'Unità e il manifesto del 22 ottobre, II Messaggero del 23 ottobre. Due emendamenti, d'identico tenore, entrambi mirati a sopprimere l'articolo istitutivo dell'archivio presidenziale, sono stati depositati alla Finanziaria 2006, anche se travolti dalla rasatu-ra delle proposte emendative compiuta in commissione bi-lancio. Quello di maggioranza era a firma Compagna, Ciccanti e Tarolli (tutti dell'Udc); quello di opposizione era presentato da Monti-cone (altro noto storico) e D'Andrea (entrambi della Margherita).
Solo la chiusura operata dalla presidenza del consiglio spiega il comportamento del ministro responsabile, Buttiglione. E noto che l'archivio di palazzo Chigi è voluto appunto da palazzo Chigi, con l'ostilità silente del dicastero competente, quello per i beni culturali. Buttiglione, cui si erano rivolti gli appelli sulla stampa di storici e uomini di cultura, aveva infatti precisato con chiarezza il suo pensiero: «Una scelta di grande coraggio e intelligenza potrebbe essere quella unitaria: tutti gli organi costituzionali nell'unico archivio dello stato» [Corriere della Sera, 21 agosto).
Nella stessa intervista riconosceva le difficoltà, a cominciare dalla volontà della presidenza del consiglio di emulare «altri organi costituzionali» (ma questo aggettivo, «altri», è improprio, non spettando alla presidenza del consiglio tale qualifica) e annunciava incontri «con gli storici e i responsabili di settore del ministero» per «trovare una soluzione che sia soddisfacente per tutti».
Quest'accenno a una mediazione aveva generato un annuncio di «emendamenti messi a punto dall'ufficio legislativo» dei beni culturali (Ansa, 6 settembre). Tali emendamenti si sono poi limitati al solo cambiamento del titolo della legge di conversione, esteso dalle attività cinematografiche ai beni culturali e quindi aperto appunto all'integrazione di una norma come quella di riforma dell'archivio autonomo. Difatti Buttiglione. pur intervenuto di persona alla prima seduta della commissione (fatto non quotidiano per un ministro), ha rinunciato a presentare proprie proposte, rinviandole al passaggio al senato, secondo quanto indicato da un quotidiano economico (8 settembre). Si è trattato di un palese cedimento alla burocrazia di palazzo Chigi. Se infatti Buttiglione avesse presentato un emendamento sull'archivio autonomo, Adornato ne avrebbe dovuto trarre le conseguenze politiche: assommando la proposta di Buttiglione a quella dei diessini, avrebbe dovuto, con logica decisione politica, dichiarare ammissibili le proposte di modifica. Il fatto che Buttiglione non abbia agito indica che ha ricevuto un veto da palazzo Chigi, superabile forse sol-
tanto al senato in nome di una maggior elasticità regolamentare di palazzo Madama; e soltanto in parte. Del resto, dopo la sua presenza iniziale il ministro in commissione non si è più visto: addirittura, l'opposizione ha lamentato la mancanza di un sottosegretario purchessia alle successive riunioni.
Il ministero per i beni culturali ha presumibilmente già individuato la pasticciata mediazione. Consisterebbe nell'istituire sì un. archivio autonomo della presidenza del consiglio, limitato però ai soli documenti legati alle riunioni del consiglio dei ministri. In questo modo si verrebbe incontro alle esigenze clientelari, consolidate fin dai tempi della presidenza di Giuliano Amato, il primo a propugnare l'archivio autonomo (sarebbe curioso sapere se oggi egli serbi identica posizione). Infatti, un archivietto, pur prosciugato di fondi, verrebbe in qualche modo istituito, e quindi chi aspira a dirigerlo sarebbe accontentato (o accontentata, al femminile, se fosse vero che già da tempo sarebbe stata identificata la responsabile). Le ragioni degli storici verrebbero in parte accontentate: soltanto in minima parte, tuttavia, nei limiti del riconoscimento della prevalenza dell'archivio centrale.
Tale soluzione resterebbe un pessimo esempio di compromesso fra burocrazie che s'impongono ai politici. La soluzione vera sarebbe una sola, cioè quella indicata da Buttiglione: un solo archivio, e non tanti archivi per altrettanti organi, costituzionali o meno che essi siano. Tenere in piedi un piccolo archivio per gli atti del consiglio dei ministri significa in ogni caso sprecare fondi pubblici, perché una struttura, per ridotta che si voglia, ha un minimo di spese ineludibili, a partire dal vertice, con un posto elevato anche se i sottoposti sono più limitati. Anzi, lo spreco è proporzionalmente maggiore: diremmo perfino stupido e immotivato ancor più di un archivio autonomo esteso a tutti gli atti della presidenza del consiglio. A questo punto, se veramente si arrivasse a un così avvilente compromesso (ma il tempo che scorre la fa ritenere perfino impossibile), azzerando le ragioni tanto della cultura quanto della spesa pubblica, proporremmo una modifica in un'intitolazione. Suggeriremmo di mutare la dizione «archivio centrale dello stato» (dal quale troppi archivi già oggi sono esclusi e un altro ancora verrebbe sottratto) in «archivio centrale di spizzichi e bocconi dello stato».



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