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Il Polluce restituisce un tesoro
Dino Frambati
Avvenire 29/10/2005

Dopo oltre un secolo e mezzo di permanenza a 103 metri di profondità, sta riemergendo un tesoro il cui valore si aggirerebbe addirittura intorno ai 17 milioni di euro. È il prezioso carico di una nave, mitica e leggendaria, affondata sei miglia a Est di Porto Azzurro, nell'Isola d'Elba, in seguito alla collisione - che si suppone sia stata volontaria - con l'imbarcazione napoletana «Mongibello». Si tratta del «Polluce», il piroscafo postale ottocentesco che al momento dell'incidente stava raggiungendo il porto di Genova e dalla cui stiva una ditta specializzata di Ravenna, ingaggiata dalla soprintendenza archeologica toscana, sta recuperando pezzi d'inestimabile valore: migliaia di monete d'oro e d'argento, pregiati monili, orologi da taschino, calamai, posate d'argento... Ci sarebbero anche lingotti d'oro e una carrozza. L'operazione di recupero, iniziata a metà ottobre, è stata affidata a quattro tecnici-sommozzatori che usano coime base d'appoggio una campana iperbarica, da cui escono a turno per andare a estrarre dalla stiva i reperti. Dodici ore di lavoro al giorno sotto l'occhio vigile dei carabinieri subacquei del comando nazionale di Genova-Voltri. Sono stati proprio loro a localizzale il relitto dopo quasi quatuo anni d| indagini e il fondamentale intervento di Pluto, un piccolo sottomarino munito di telecamera capace di
raggiungere notevoli profondità. Un recupero, quello in atto al largo dell'isola d Elba, su cui aleggia ancora quell'alone di «giallo» che avvolge, fin da quel lontano 1841, l'affondamento del «Polluce». Certa la causa, ma forse pilotata da un movente; recenti ricerche storiche non escludono il dolo. Sembra che il piroscafo, su cui viaggiavano ottanta persone tra passeggeri ed equipaggio (tutti salvi tranne un marinaio), trasportasse aiuti finanziari forniti dagli inglesi ai patrioti italiani: un carico ad alto rischio collisione. L'armatore genovese portò in tribunale i napoletani, li fece condannare, ma non ricevette mai i risarcimenti; la nave non era assicurata e la legge non contemplava gli incidenti in mare. Mentre il tentativo di recuperare il relitto riuscì solo a ridurre la compagnia sul lastrico. Il «Polluce» scomparve così dalla cronaca. A farlo riemergere dall'oblio fu una società inglese che comprò da un sub francese la copia degli atti del processo di Livorno. Dichiarando di voler recuperale una nave inglese affondata non lontano dal «Polluce», la compagnia riuscì ad avviare le ricerche del piroscafo indisturbata e a mettere insieme un bottino di oltre un milione e mezzo di euro (monete, monili, vasellame, cristalli, orologi). Portò il malloppo a casa dicendo alla Capitaneria di porto italiana che aveva trovato il relitto dell'imbarcazione inglese, ma con sopra poca roba. Alle autorità britanniche dichiarò l'esatto contrario; la carcassa era anonima e si trovava in acque internazionali, mentre il carico era ricco e venne affidato a una casa d'aste. Ma quei pezzi risultarono subito sospetti sia per il valore che per la provenienza. Scattarono i controlli incrociati, intervennero Scotland Yard e i carabinieri fiorentini del reparto Tutela patrimonio culturale. E alla fine la vendita fu bloccata. La società inglese consegnò il malloppo ed evitò il processo. Rivelò anche i retroscena del recupero e così le indagini proseguirono sott'acqua. Il resto è cronaca di questi giorni anche se, nel frattempo, i carabinieri di Firenze sono riusciti a identificare e denunciare altri ladri dei fondali. Si tratta di sub che erano riusciti a localizzale il relitto e a portar via monete e preziosi.



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