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Riemerge il tesoro dell'Elba
Renzo Raffaelli
Il Secolo XIX 29/10/2005

Riemerge il tesoro del Polluce, il piroscafo della compagnia genovese Rubattino inabissatosi al largo dell'isola d'Elba nella notte del 17 giugno 1841. Quel piroscafo portava nelle stive da Napoli a Marsiglia un carico favoloso: 100 mila monete d'oro, 70 mila d'argento, migliaia di pietre preziose, gioielli di grande valore e persino, pare, una carrozza dei Borbone tutta d'oro.Per 164 anni quel tesoro è rimasto in mezzo ai pesci sul fondale a 103 metri di profondità e ha resistito agli assalti di avventurieri e predoni d'arte (solo una spedizione inglese è riuscita ad arraffare qualcosa) ma anche alla sordità della burocrazia statale italiana che non ne voleva sapere di avviare una operazione di recupero che giudicava rischiosa e costosa. Oggi però la tenacia di Gianluca Mirto ed Enrico Cappelletti, i due esperti subacquei e ricercatori, che sulla affascinante storia del Polluce lo scorso anno avevano scritto il libro "L'oro dell'Elba", è stata premiata. Hanno trovato uno sponsor per l'operazione di recupero e al primo rudimentale tentativo, sotto gli occhi vigili di funzionali ministeriali ed emissari della Sovrintendenza, hanno portato alla luce un mare di monete: 4500 d'argento e un centinaio d'oro.
«Vivo come in un film — non sta più nella pelle Gianluca Mirto, genovese, — e non oso pensare che cosa verrà fuori dal fango e dal relitto quando entrerà in funzione la sorbona con una griglia a maglia molto fitte». La società che s'è tuffata nell'avventura è la Marine Consulting di Ravenna, specializzata nella pulizia dei fondali e nelle piattaforme petrolifere, la quale ha dato credito alla storia raccontata dai due sub, protagonisti di una ricerca minuziosa sul drammatico naufragio. Mirto e Cappelletti avevano consultato verbali e documenti, avevano letto testimonianze dell'epoca e avevano frugato negli archivi storici. E s'erano detti convinti che il tesoro fosse ancora là, in fondo al mare. Suscitando però più scetticismo che curiosità.
Le prove che quella nave dalla linea aristocratica, orgoglio e vanto della Rubattino, s'era adagiata sul fondale con la pancia piena di ricchezze ai due sub le aveva fomite la polizia inglese. Che nell'ottobre del 2002 aveva restituito alle autorità italiane un bottino in oro e gioielli illegalmente recuperati da una nave affondata al largo dell'isola d'Elba alla metà del XIX secolo. Era stato un gruppo di avventurieri inglesi a tentare il recupero di quel tesoro: avevano chiesto e ottenuto l'autorizzazione per riportare in superficie un carico di lingotti dì alluminio da un mercantile inglese, il "Glenlogan", affondato durante la prima guerra mondiale. Ma è al "Polluce" che gli inglesi puntavano. Riuscirono solo a mettere le mani su una piccolissima porzione del tesoro e il pezzo più pregiato che riuscirono a trafugare fu una croce con sedici smeraldi. Finì tutto nel caveau di una società d'aste, ma Scotland Yard, allertata da una telefonata proveniente dall'Italia, sequestrò i preziosi prima che fossero battuti.
La notizia della restituzione di oro e gioielli allo Stato italiano fece drizzare le antenne ai due ricercatori subacquei che cercarono allora, inutilmente però, l'elenco dettagliato del carico del Polluce, Gli archivi della Navigazione Italia, succeduta alla Rubattino, erano andati in fumo sotto i bombardamenti di Genova del 1943. Ma ad accreditare la tesi del leggendario carico d'oro c'erano le testimonianze dei naufraghi giunti a Marsiglia e riportate dal giornale locale "II Semaforo" . E poi il comportamento dello stesso armatore che nell'operazione (fallita) di recupero del Polluce aveva investito una somma stratosferica (740 mila lire) mandando la compagnia sul lastrico e che durante i tentativi per issare su il relitto aveva ammiccato al socio parlando dell'"altro carico" che si trovava a bordo. «Aspetto buone notizie come il messia» aveva detto più volte un Rubattino trepidante.
Ma a chi era destinato quel carico leggendario? Nel loro libro Mirto e Cappelletti avanzano qualche ipotesi. La più suggestiva è questa: era un sostegno inglese alla Genova Carbonara, dove i patrioti avevano cominciato ad organizzarsi. Ma è agli storici del filone risorgimentale che i due autori hanno lanciato un appello perché il naufragio del Polluce, tutt'altro che accidentale (fu speronato da un piroscafo napoletano "II Mongibello" che procedeva a tutta velocità), possa essere inserito in un contesto storico-politico più preciso.
Oggi l'episodio resta avvolto in un affascinante alone romanzesco. Tanto romanzesco che potrebbe aver ispirato il "Conte di Montecristo" del grande Alexandre Dumas. Lo scrittore francese disponeva di uno staff di collaboratori che giravano l'Europa a caccia di storie da sottoporre al prolifico scrittore e non è escluso, visto che il "Conte di Montescristo" fu scritto nel 1844, che il tesoro che Edmondo Dantès, su indicazione dell'abate Farla, recupera in una grotta dell'isola di Montecristo, vicino all'Elba, sia frutto proprio del racconto del naufragio del Polluce.



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