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L'invasione della pubblicità-restauro. Piazze deturpate, monumenti coperti, chiese incartate
Renata Mambelli
la Repubblica - cronaca Roma 29/10/2005

"Amo la vita». In nero su fondo bianco questo slogan — di una compagnia di assicurazioni — campeggia da giorni su metà di piazza Farnese. Il cartellone pubblicitario magnetizza lo sguardo di chi arriva. La facciata michelangiolesca di Palazzo Farnese, di fronte a un bianco così accecante, svapora. Pochi metri più avanti, la statua di Giordano Bruno si allunga triste tra la pubblicità di un rum — bevuto «nei peggiori bar di Caracas» — e un whiskey da intenditori. Giratol'angolo, in via dei Baullari, marciano su una facciata completamente nascosta modelle scarnificate con indosso vestiti alla page. Dall'altra parte del centro, in piazza del Popolo, una scarpa sportiva molto discussa si arrampica lungo l'obelisco, incartato da tutti i lati. Sulle rampe di Trinità dei Monti i cartelloni si sdoppiano: da una parte un orologio, dall'altra un profumo. I colori e il design delle due pubblicità cozzano tra di loro, e lo scontro di idee e concezioni espressive viene immortalato dai telefonini e dalle macchinette digitali dei turisti, indifferenti a tutto. Non fanno una piega neppure al Colosseo, dove un'auto di dimensioni colossali sbuca dal retro dell'Anfiteatro Flavio, quasi stesse per saltare in pista tra i gladiatori. Ma la galleria degli orrori non è finita: è appena iniziata. Piazza Navona, per molto tempo ingombra di cartelloni che ruotavano da una facciata all'altra, da un angolo all'altro sulle teste di romani e turisti, ora è lambita da messaggi artisticamente costruiti: uno, relativo ad una rivista di architettura, campeggia sulla facciata di un palazzo di piazza delle Cinque Lune, l'altro, la già nota assicurazione, alla fine di via dei Coronari. E l'orrore si allunga verso San Pietro, anche se, per ora, si attesta sull'altra sponda del Tevere: l'abside di San Luigi dei Fiorentini, accuratamente incartata in un telone da ponteggi che ne ripete la sagoma, è attraversata in diagonale da un'auto. È andata peggio alla facciata della Chiesa Nuova, poco più avanti, quasi completamente coperta dalla pubblicità di una play station orgogliosamente bianca e rossa. E su Corso Vittorio Emanuele si dispiega una lunga serie di volti, accessori, borsette, profumi, bigiotteria, moto e quant'altro, tutto rigorosamente di design raffinato e ultramoderno che si accorda con quanto c'è intorno come un cavolo a merenda.
Eppure, solo qualche mese fa, il presidente del primo municipio, Giuseppe Lobefaro, aveva dichiarato che la situazione era migliorata, che i cartelloni erano di meno, meno invasivi e rimanevano per tempi più brevi. «Ora», dichiarava, «C'è un programma che fa sì che l'occupazione della facciata vada di paripasso con i lavori». Ammetteva che c'erano stati abusi ma aggiungeva: «Non possiamo rifiutare la possibilità di avere un aiuto per i restauri».



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