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Il Louvre faceva Napoleone ladro
Ernesto Ferrero
La Stampa 29/10/2005

Ogni guerra è una guerra civile». L'ha scritto Cesare Pavese ne La casa in collina, ma prima di lui l'aveva detto, a sorpresa, un eroe guerriero, Napoleone. Il suo lato civile di costruttore e statista illuminato è quello che oggi ci affascina di più: l'uomo del Codice Civile, del Louvre e di Brera, lo scopritore dei tesori archeologici dell'antico Egitto durante la semi-fallimentare spedizione del 1798-99.
Non s'era mai visto un condottiero che si comportava da geniale ministro della cultura, né dopo di lui è nato qualcuno che abbia pensato la cultura così in grande. Aveva le idee chiarissime, il giovane generale di un'armata di riserva che nel 1796 tentava una diversione in Italia tra lo scetticismo generale. Le opere d'arte sottratte al nemico vinto sarebbero confluite in un grande contenitore museale che avrebbe dato al Paese la misura delle sue ambizioni e della sua grandeur. Portando a Parigi la grande arte, Napoleone non voleva soltanto farne la più bella città del mondo : intendeva promuovere l'educazione estetica di un popolo, dargli una migliore idea di sé, spronarlo a nuovi traguardi. Dirà qualche anno più tardi: «Le vecchie vittorie, vedute di lontano, non stupiscono più. Un governo neonato come il nostro ha bisogno di stupire per rafforzarsi».
Gli «effetti speciali» di Napoleone erano calcolati accuratamente e organizzati scientificamente. La predazione era pianificata da veri professionisti, come il pittore Lebrun o Jacques-Pierre Tinet, che s'era fatto le ossa a spese dell'Olanda, ma anche architetti e scienziati come il sommo chimico Berthollet e Monge, pioniere della geometria descrittiva. Appena firmato l'armistizio di Cherasco con il re di Sardegna, Napoleone scrisse da Acqui al suo plenipotenziario Faypoult di procurargli un elenco dei principali gabinetti artistici e gallerie dell'Italia del Nord.
Tra il maggio e il giugno di quel 1796, occupate in rapida successione Milano, Modena, Parma e Bologna, furono 110 i quadri che presero immediatamente la via di Parigi, senza contare gli oggetti grandi e piccoli, sculture, manoscritti, monete e reliquari. A Milano gli scontri erano ancora in corso, che già Tinet s'era fiondato all'Ambrosiana, e metteva da parte il disegno preparatorio di Raffaello per la Scuola di Atene, dodici manoscritti di Leonardo e il Codice Atlantico, il codice delle Bucoliche di Virgilio con le miniature di Simone Martini, cinque paesaggi di Brueghel, e due Bernardino Luini. Senza dimenticare le chiese: L'incoronazione di spine del Tiziano, furata a Santa Maria delle Grazie, sta ancora oggi al Louvre.
Non andò meglio a Parma (vari capolavori del Correggio), a Bologna (la Santa Cecilia di Raffaello, i Carracci, Domenichino, Guido Reni), a Verona (la Madonna in trono del Mantegna in San Zeno), Mantova (un altro Mantegna, la Madonna delle Vittorie poi rimasta anch'essa al Louvre). Dopo la pace di Tolentino imposta al Papa, i pezzi sottratti al Vaticano costituiranno il nocciolo forte del Louvre. Le spoliazioni artistiche erano cinicamente previste nei trattati di pace come «contribuzioni» e risarcimenti per danni di guerra.
Furono le prede belliche a far lievitare quello che si chiamava Mu-séum Frangais, fondato nel 1791 con l'intento di valorizzare l'arte francese, soverchiata da italiani e fiamminghi. Ma la vera svolta è del 1802, quando Napoleone ormai prossimo imperatore, nomina alla direzione del museo, con poteri amplissimi, imo straordinario personaggio che gli aveva fatto conoscere Giuseppina e s'era distinto in Egitto: Dominique-Vivant Denon. Ex-diplomatico, scrittore libertino, incisore, pittore, gran talento organizzativo, temperamento salottiero, sanguigno e godereccio, Denon aveva vissuto a lungo in Italia, e in particolare a Firenze, paradiso dei collezionisti dove con cinque franchi potevi portare via dei pezzi straordinari. In Egitto, Denon aveva accompagnato le squadre di Desaix a caccia di mamelucchi. Una volta direttore del Louvre, Denon amplia le collezioni con prelievi mirati, in cui ha modo di esercitare il suo gusto sicuro: Rembrandt, Rubens, Raffaello, Michelangelo, Tiziano, Perugino, Del Sarto, Caravaggio, il Guercino, Tintoretto... E i cavalli di San Marco. Ma si procede anche a restauri importanti, come il Raffaello arrivato da Foligno, opportunamente magnificati, come a dire che le sole mani capaci di una buona gestione pubblica dei capolavori artistici erano quelle francesi. L'ingresso è gratuito, Napoleone impone il rispetto degli orari e si occupa della sicurezza. Ogni due anni vengono allestiti dei Salons di arte contemporanea.
Dura dieci anni il sogno di un «museo universale» a gloria della Francia imperiale. Quando cade Napoleone, i governi alleati non dedicano molta attenzione ai furti d'arte. Denon va avanti Der anni con acquisizioni e mostre come se niente fosse. Ma l'effetto Louvre va ben oltre Napoleone. L'esempio di un grande e prestigioso museo nazionale si impone anche a regnanti di non eccelsa cultura, che fino allora avevano tenuto per sé le loro collezioni. I Borboni di Napoli, il re di Prussia, la corte viennese, i re di Spagna, Baviera e Sassonia si decidono ad aprire le loro raccolte al loro sudditi. L'esempio del Louvre favorisce la nascita di nuovi musei e di un moderno spirito storico-critico. Tornando lentamente in patria, le opere trafugate contribuiscono a creare la coscienza di un patrimonio artistico e nazionale che prima non esisteva. Nulla sarebbe stato più come prima. L'uomo di Sant'Elena vinceva in campo artistico l'ultima e forse più importante delle sue battaglie.



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