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Nel cantiere del Maxxi- I lavori avanzano ma i fondi scarseggiano. Sarà pronto per il 2007?
Renato Pallavicini
28 OTT 2005 L'Unità




SI CHIAMANO SUITE ma non sono stanze di un albergo. Sono invece le «gallerie» espositive, quella serie di lunghi corridoi, quei serpenti di cemento, acciaio e vetro che s'intrecciano nella fluida macchina architettonica del Maxxi, il Museo nazionale delle Arti del XXI secolo, progettato dall'architetta anglo-iraniana Zana Hadid e che sta sorgendo in via Guido Reni, al quartiere Flaminio. Tra qualche intoppo e più di un ritardo (l'opera, la cui prima pietra fu posata il 20 marzo del 2003 e che doveva essere terminata quest'anno, non sarà pronta prima della fine del 2007) a causa dei fondi che scarseggiano (l'edificio è finanziato con la legge 237 del 1999) e tardano ad arrivare (costo finale previsto una novantina di
milioni dì euro), il cantiere comunque va avanti.

Terminate le fondazioni, una delle parti più complesse dell'opera, si stanno gettando le pareti delle «suite» su cui poggeranno le trasparenti coperture in vetro e acciaio: un grigliato frangisole con lamelle e tende che lasceranno filtrare più o meno la luce, un sofisticato sistema mobile comandato da un apposito software.
Per tirare su queste pareti si è ricorsi
ad armature, a «casseri» industriali realizzati dalla tedesca Peri, perché, spiega l'ingegnere Odoardi, responsa-bile del cantiere, in Italia non era disponibile una tecnologia adeguata. Dal livello stradale di via Guido Reni s'intuisce assai poco di come sarà l'edificio ma, una volta entrati nel cantiere e saliti alla quota superiore si comincia a capire qualcosa di più. La lunga teoria dei casseri si svolge in linee sinuose che attraversano l'area dello scavo. Il progetto è complesso e la realizzazione difficile anche perché, spiega ancora l'ingegner Odoardi, l'edificio, aereo e leggero nell'immagine, è in realtà pesante nella struttura e nelle armature (fino a 350 kg di ferro per ogni metro cubo, il doppio di una struttura per un edificio di venti piani): eppure il tutto appoggia su pochi e scelti punti. Da qui la complessità delle fondazioni che hanno richiesto centinaia di pali in cemento armato, profondi 40 metri e con diametri fino a 1 metro). Particolare cura va posta poi nella realizzazione delle pareti di cemento, che non prevede la tradizionale divisione in due fasi, tra «grezzo» e «finito».

Non ci sarà dunque nessun intonaco (ma soltanto un rivestimento trasparente e impermeabilizzante) a coprire eventuali magagne, buchi o fessure. Non si potrà neppure scriverci sopra a matita, come abitualmente fanno i muratori e i manovali. per segnare una quota e appuntare una misura.



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