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SICILIA: L'ascensore a Palazzo Reale
Giuseppe Bellafiore*
La Repubblica, Palermo. 14 ottobre 2005



*Presidente di Italia Nostra.



Messo da canto il Piano particolareggiato esecutivo del centro storico (Ppe), l'amministrazione comunale di Palermo s'appresta a dare via libera alla revisione liberistica del Piano stesso. Si prevedono sconvolgenti trasformazioni di interni e di esterni e «protesi» (il vocabolo è di Paolo Portoghesi) varie di ferro e cemento negli immobili cittadini.
Sarà un fiorire, col nuovo piano, di scale sussidiarie e mancine, di altane, ballatoi, gazebo, terrazze, ascensori panoramici e non, tramezzi, soppalchi, chiostrine, ballatoi a parete nei saloni e così via. Il tutto condito e allietato da una festa di colori sgargianti a norma della civiltà cromatica dei piani di colore voluti in Sicilia dall'Assemblea regionale.
Liberi tutti dunque e libera anche l'Ars cui ormai sta stretta la sede del Palazzo Reale; questa va dilatata e resa più comoda. E nato in questi giorni il progetto di un ascensore esterno al Palazzo Reale per scalare comodamente le sue vecchie torri. Sconosciamo il progetto indubbiamente creativo, ma è stato sollecitamente approvato dalla soprintendenza ai Beni culturali che certa-
mente ha preso a modello, per assentire, le «protesi» esterne del Castello di Rivoli in Piemonte.
In un tempo ormai lontano, in età romantica, si sarebbe detto del Palazzo Reale palermitano che era il "Palladio" cittadino, luogo sacro della memoria della città e quindi intoccabile. In esso sono tuttavia presenti, in forma di capolavori, i segni della doppia spiritualità cristiana e musulmana che allora, nel XII secolo, esisteva in Sicilia: quella cristiana espressa nei mosaici della Cappella Palatina e quella musulmana nei mosaici della stanza di Ruggero.
Questi ultimi, letti finora superficialmente nel loro aspetto decorativo, in realtà rappresentano, in forma poetica, il mito del Paradiso coranico, massima espressione religiosa e spirituale dell'Islam.
Questa doppia valenza spirituale dovrebbe essere già sufficiente a imporre l'uso esclusivamente museale del Palazzo Reale. Ma l'inventiva dei nuovi gestori del Palazzo respinge la
Retorica e proclama il nuovo. Si preferisce seguire il trend attuale dell'urbanistica cittadina flessibile e creativa. Ora è più importante risparmiare il faticoso sforzo ascensionale dei nuovi ospiti del palazzo.
Da quando il Palazzo Reale (detto impropriamente dei Normanni sebbene abbia visto nei secoli dominatori di varia estrazione ed etnia) è stato destinato a sede della burocrazia dell'Ars, ha subito varie manomissioni. L'attuale ascensore che buca in altezza la torre Pisana, fu introdotto alcuni anni addietro demolendo i sacri resti di una originaria scala di pietra.
In varie antiche pareti (in particolare nell'ala meridionale del Palazzo detta delle Prigioni) la drastica scalpellatura degli intonaci, anche di quelli originali, ha obbedito al «gusto Soprintendenza» della pietra viva che fa tanto Medioevo. Lo scempio più grave fu quello che sovrappose alcune nuove costruzioni in pesante muratura sul soffitto della stanza dei viceré e sui soffitti vicini.

Quel nuovo corpo di fabbrica incombe tuttora sul cortile della Fontana alterandone l'invaso.
Alcuni anni addietro fu smantellato il pavimento selciato del cortile scoprendo le sottostanti strutture che formavano un labirintico intrigo di vani. Fu uno scavo improvvido non condotto da specialisti né preparato da uno studio sistematico né seguito da una relazione scientifica né accompagnato da rilievi. I resti venuti alla luce potevano fare, se studiati scientificamente, luce sulla reale struttura e distribuzione planimetrica del palazzo ruggeriano. Un solettone in cemento armato ripristinò il piano di calpestio del cortile e occultò il tutto.
L'oscuro desiderio di creare ascensori nei monumenti antichi ha comunque data antica. L'aberrante progetto di porre un ascensore entro il corpo illustre della Zisafu sventato alcuni anni fa dalla serrata opposizione critica di Italia Nostra. Questa, però, non è riuscita a impedire la trasformazione in
ridicola sequenza di arcate contigue, a guisa di casello autostradale, dei «dammusi» che interrompono il cannocchiale prospettico della principale veduta del palazzo.



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