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Golpe contro l'Archivio di Stato. Ridateci le carte di Palazzo Chigi
G. Ga.
Corriere della Sera 22/10/2005

— Un archivio nazionale è la memoria di un Paese, il filo attraverso il quale si dipana la sua storia. Uno strumento indispensabile per gli storici, ma anche un simbolo dell'unità di uno Stato. Nel 1952, quando la copia originale della Costituzione degustati Uniti venne trasferita all'Archivio nazionale, il trasloco avvenne con tanto di scorta d'onore delle forze annate, e alla presenza dei governatori dei 50 Stati degli Usa. Ora la si può ammirare in una teca di vetro, con due soldati a farle da guardia d'onore. Secondo la legge americana l'Archivista degli Stati Uniti dipende direttamente dal presidente, e neppure questo può rimuoverlo senza l'assenso del Senato. In Vaticano il titolo di Archivista della Santa sede può essere ricoperto solo da un cardinale, a sottolinearne l'importanza. E in Italia? In Italia il titolo di Archivista dirigente Generale è stato abolito un anno fa, con un decreto legge. Eppure l'Italia è il paese che possiede il più ricco archivio al mondo.
Da qualche mese un'altra leggina — anzi, un paragrafo inserito in una leggina — ha creato un ennesimo strappo: il governo ha deciso che l'archivio storico della presidenza del consiglio non venga più periodicamente inviato all'Archivio di Stato, come era sempre successo e come la legge prevede. Ma che invece tutte le carte che documentano l'attività del governo debbano essere custodite in un archivio separato. Per l'occasione il governo ha anche provveduto ad acquistare un palazzo a piazza San Silvestro, a pochi metri da Palazzo Chigi, dove installare il nuovo archivio. Il 5 agosto scorso Ernesto Galli Della Loggia aveva dato l'allarme sulle pagine del Corriere: «D'ora in avanti, almeno in teoria, sarà lo stesso Berlusconi e domani Prodi o chi per lui, a decidere non solo che cosa dovrà o non dovrà essere conservato degli atti che documentano l'azione del governo, ma anche chi come e quando potrà consultare i documenti in questione».
Ieri storici e archivisti si sono incontrati a Roma per denunciare ancora una volta il piccolo «golpe» compiuto nella disattenzione estiva. Spiegando che nel frattempo le cose sono ulteriormente peggiorate: perché la Finanziaria ha tagliato il 30 per cento delle risorse del già immiserito Archivio nazionale, provocando perfino l'ira del ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione, che ha minacciato le dimissioni. Oggi all'Archivio nazionale mancano anche i soldi per le fotocopie e per le telefonate, hanno ricordato gli intervenuti. Ma il governo ha trovato comunque i soldi per comperare il palazzo di piazza San Silvestre, e per costituirvi un «doppione» di archivio. Che avrà mezzi, dipendenti e danaro. A meno che l'iniziativa di un gruppo trasversale di senatori, che stanno preparando un disegno di legge per abolire il paragrafo incriminato, non riesca a fermare il progetto.



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