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I party a palazzo Barberini. Miserie e nobiltà
Domenico De Masi
Corriere della Sera - cronaca Roma 22/10/2005

Chi passa in largo Argentina e nota i suoi numerosi ruderi antichi, pensa che appartengano tutti allo stesso periodo, senza rendersi conto che tra l'uno e l'altro ci sono almeno dieci secoli. Tutto ciò che appartiene al passato, per il fatto di essere scurito e corroso dal tempo, ci sembra costruito contemporaneamente e anche per questo ci sembra bello. Di qui l'attuale tentazione di bloccare il tempo e di lasciare ogni cosa così com'è, senza nulla aggiungervi, per non intaccare la presunta omogeneità stilistica. Oppure la tentazione, altrettanto bizzarra, di costruire edifici «in stile» che fingono di appartenere ad epoche precedenti: la Fenice, ad esempio, è stata ricostruita «com'era, dov'era». A volte la decontestualizzazione viene accolta come una grande trovata.
La piramide costruita al Louvre piaceva persino ad Antonio Cederna e il preservativo infilato da Oliviero Toscani sull'obelisco della Concorde ha divertito il mondo intero. Altre volte prevale il purismo bigotto: qualche anno fa Italia Nostra bloccò a Venezia la costruzione di tre capolavori progettati da Le Corbusier, da Wright e da Kahn. Così rischiamo che le uniche testimonianze del nostro secolo restano affidate alla speculazione edilizia. Stesso problema sorge a proposito dell'uso che viene fatto degli edifici e delle città antiche. Sarebbe lecita una mostra di videoclip a palazzo Farnese? E un concerto dei Pink Floid a piazza San Marco? Che dire dell'Aida a Caracalla, del cinema nei Fori, di Claudio Baglioni a Pompei?
Il rapporto tra nuovi contenuti e vecchi contenitori va calibrato in base all'effetto complessivo che se ne ricava. E l'effetto dipende da mille variabili. Proiettare un film al San Carlo di Napoli appare ormai meno scandaloso che proiettarlo alla Scala di Milano. Suonare le chitarre a San Pietro per vegliare il papa morto appare meno improprio che suonarle in un camposanto.
L'indulgenza verso usi anomali e persino volgari degli edifici antichi cresce col crescere dell'utile economico che se ne ricava. Sicché la massima tolleranza si raggiunge nel concedere palazzi, chiostri, teatri, anche austeri e paludati, per festeggiarvi matrimoni o per tenervi cene aziendali. Più gli sposi sono parvenu, più le aziende sono sfasciacarrozze, e più sentono il bisogno di riscattarsi con autocelebrazioni in contesti nobili. Più lucro se ne ricava, più i nobili, i parroci, gli amministratori sono disposti a prostituire le proprie opere d'arte. Le quali, costrette alla prostituzione, perdono fascino e valore.



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