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Fondazione Cariverona- ex Magazzini un polo culturale
(m. batt.)
Venerdì 21 Ottobre 2005 L'Arena



Il presidente della Fondazione Cariverona ha tracciato il bilancio degli ultimi cinque anni. E ha parlato dei progetti futuri
Biasi punta 450 milioni su Verona sud
Agli ex Magazzini un polo culturale. Il sogno? Unicredit nel Polo finanziario
«Fondazione Arena: allarme rosso, ma serve un assetto nuovo e un piano vero»
«Verona sede dell’Hermitage? C’è l’impegno con Mantova, non so altro»
«Serenissima: Verona ha perso un’occasione ma lì restiamo. Non si sa mai...»


Trecento milioni di euro per il Polo finanziario, altri 150 milioni di euro per trasformare gli ex Magazzini generali in un polo culturale internazionale con una galleria d’arte di livello europeo. Punta tutto su Verona sud l’ingegner Paolo Biasi, presidente della Fondazione Cariverona fresco di rinnovo che ieri ha tracciato, insieme con il direttore Fausto Sinagra un consuntivo di 5 anni di interventi sul territorio delle province di competenza. Sono stati erogati oltre 540 milioni di euro, vale a dire più di mille miliardi di vecchie lire. Con un occhio di riguardo alla sanità, alla cultura, ai beni ambientali. E da qui partiamo.


Presidente Biasi, lei giustamente è soddisfatto di quanto la Fondazione Cariverona è riuscita a mettere in piedi tra progetti pluriennali e cantieri. È altrettanto soddisfatto di quanto e come le pubbliche amministrazioni riescono a concretizzare i progetti?
«Stiamo verificando che la capacità di realizzazione da parte delle pubbliche amministrazioni è un po’ più lenta rispetto ai privati. Ma sono i tempi della politica. Ed è normale che sia così, perché le valutazioni che devono fare le amministrazioni pubbliche sono più articolate, mentre noi possiamo essere più rapidi, più vispi».
A Verona avete molta carne al fuoco: dalla ristrutturazione dell’ospedale di Borgo Trento al Palazzo della Ragione: qual è il cantiere che più le sta a cuore e al quale dà maggiore attenzione?
«Ai due cantieri che devono ancora partire. E sono quello per gli ex Magazzini Generali dove intendiamo realizzare un centro espositivo culturale con un investimento di 150 milioni di euro (gli architetti saranno a Verona nei prossimi giorni) e il Polo finanziario per il quale prevediamo un investimento di 300 milioni di euro. Sono cifre importanti e progetti complessi che prevedono una serie di problemi sia urbanistici che di viabilità. Proprio la questione della viabilità va risolta prima di ogni altro intervento a Verona sud, perché altrimenti andiamo a farci del male».
Ma voi come monitorate questi progetti?
«Per i progetti di rilevante valore, abbiamo strumenti di controllo e intervento per agevolare la concretizzazione dei grandi cantieri come l’ospedale di Borgo Trento e Borgo Roma. Facendo pressione giorno per giorno abbiamo visto che la realizzazione è più veloce».
L’operazione Polo finanziario prevedeva con il Comune anche uno scambio di contenitori, per cui alla Fondazione dovrebbe essere ceduto Castel San Pietro: a che punto è questa operazione?
«Per quanto riguarda Palazzo Gobetti, Castel San Pietro e Palazzo Pompei siamo in attesa di notizie da parte del Comune. Noi siamo qui. Che cosa ci metteremo a Castel San Pietro? Finora si parla di destinazione museale, in ogni caso sarebbe opportuno un progetto complessivo sui contenitori».
Se Mantova non dovesse diventare sede italiana dell’Hermitage di San Pietroburgo, ci sono speranze per Verona?
«Noi siamo impegnati con Mantova per l’acquisto di una prestigiosa sede. Non abbiamo altri contatti, diretti o indiretti che possano riguardare Verona».
Torniamo al Polo finanziario, dove sono coinvolte anche Banco Popolare e Cattolica Assicurazioni, Qual è l’utilità per la Fondazione?
«Noi abbiamo un sogno e mi spiego. Unicredit ha a Verona la sede nazionale del ramo Corporate, la cui dimensione, con l’operazione di acquisizione di Hvb è destinata a crescere. Inoltre stiamo investendo cento milioni di euro per il il raddoppio del centro informativo di San Michele Extra (rientra tra i Piru-ndr) e alla Bassona sta nascendo il centro gemello previsto per sicurezza perché in caso di emergenza non vadano perduti tutti i dati. Ecco, non è da escludere che nell’ambito di tutti questi interventi, nel Polo finanziario non trovi spazio anche Unicredit corporate».
Nella società autostradale Serenissima avete lo 0,15%: lo terrete anche dopo che non è andata a buon fine l’acquisizione del 20% finito a Gambari?
«Noi avevamo preso lo 0,15 per poter esercitare il diritto di prelazione di fronte alla vendita del 20% da parte di Unicredit. È andata diversamente e ritengo che si sia persa un’opportunità, almeno per il sistema Verona. È vero che noi per avere il 20% di Serenissima a fronte di un investimento pari a 200 milioni avevamo posto alcune condizioni importanti, ma noi abbiamo l’obbligo di farlo: la legge ci impone ritorni certi dai nostri investimenti. Capisco che può essere fastidioso per alcuni se chiediamo di avere un monitoraggio stretto della situazione (la Fondazione aveva chiesto tra l’altro l’amministratore delegato-ndr), però si tratta di una necessità che va compreso. Noi quindi puntavamo ai dividendi per realizzare, poi le infrastrutture, mentre gli altri soci, in prevalenza enti pubblici, non puntano ai dividendi ma danno la precedenza alla realizzazione delle infrastrutture. Questo è il vero punto su cui non ci siamo trovati. E penso che questo problema prima o poi arriverà sul tavolo anche del socio privato che ha rilevato il 20%».
Però intanto lo 0,15 lo tenete: perché il mondo gira e non si sa mai?
«Lì restiamo, il mondo gira».
La vostra filosofia è chiara: a fronte di investimenti importanti, chiedete di avere un monitoraggio stretto della situazione finanziaria: vale allora anche per la Fondazione Arena?
«Lì avevamo un consigliere (Gandolfi-ndr) che ha deciso autonomamente di uscire e il nostro posto è scoperto».
Quando rientrerete?
«Se verrà messo in piedi un piano industriale sul medio e lungo periodo, strutturale, per affrontare il problema Fondazione Arena, sarà opportuno rientrare in consiglio. Bene ha fatto il sindaco Zanotto a lanciare l’allarme rosso, ma per la Fondazione ci vuole un assetto nuovo».
Il presidente della Provincia Elio Mosele per diventare socio chiede l’amministratore delegato, o una figura equivalente. È d’accordo?
«Ritengo che il socio abbia diritto a conoscere il piano industriale e a chiedere i risultati. Dipende poi dal consiglio di amministrazione mettere le persone giuste. Gli azionisti pensano agli obiettivi, non devono mettere becco, perché altrimenti si fa confusione tra i ruoli e si rischia la corresponsabilità che talvolta diventa anche un alibi. Guai al mondo».




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