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Rilancio senza pregiudizi
Armando Torno
CORRIERE DELLA SERA cronacaMilano, 19-OTT-2005




Vogliamo salvare la Scala? Se la risposta è «sì», allora è arrivato il momento di mettersi attorno a un tavolo e discutere, senza pregiudizi e senza quei «preamboli* cari all'etica democristiana. E forse è il caso di dimenticare (o fìngere di farlo) quanto è successo sino ad oggi. Diversamente il massimo teatro italiano si trasformerà in un ingranaggio che continuerà ad aver bisogno di capri espiatori. Qualcosa di simile a Moloch, l'antico dio mediterraneo che esigeva vittime umane, meglio se innocenti.
Le varie dichiarazioni che si sono accavallate ieri dimostrano che la situazione non è rosea. Il presidente del Consiglio ha fatto sapere che il teatro si dovrebbe mandare avanti con meno della metà dei suoi attuali dipendenti. La qual cosa, in un periodo di tagli, suona come giustifica più che come battuta. A prescindere dal decreto ministeriale del 1998, che fissava gli organici a 800 persone, va detto che se da una parte si taglia e dall'altra non sì trovano nuovi fondi, non c'è via d'uscita. E chi dovrebbe erogare i quattrini? Il sindaco di Milano, nel frattempo, chiede che del prossimo Cda facciano parte personaggi di minor spicco; insomma uomini meno noti e, supponiamo, più disponibili. Ma dopo le dimissioni di Tronchetti Provera e l'attuale rinuncia di Confalonieri (non farà parte del prossimo Cda) è come se fossero venuti a mancare due pilastri. Cosa si chiede al prossimo Cda? Di essere composto da persone che sborsano denaro e tacciono? Razionalizzare la Scala non significa trovare dei martiri. E poi sarà possibile mandare in quiescenza i ballerini a 65 anni? Certo, nelle barzellette si può, ma nella realtà (in Europa) si va a 42. Insomma, ci sono troppe voci che non si capiscono, che sostengono discorsi opposti. Per questo insistiamo nell'affermare che le varie parti devono incontrarsi e discutere, caso mai fare un passo indietro (come si usa dire in tempi di magra). Diversamente si imbocca un vicolo cieco. E a perdere non saranno soltanto i lavoratori o la musica, ma anche e soprattutto Milano. La Scala non può morire, si ripete, ma non è il caso di ridurla in uno stato in cui l'eutanasia apparirà come il minore dei mali.



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