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Sgarbi a Caravaggio
Bianca Schwarz
il manifesto, 19-OTT-2005




Avremmo voluto ignorare le esternazioni dell'onorevole Sgarbi all'inaugurazione della mostra caravaggesca di Milano. Opporre alla consumata iracondia dell'ex sottosegretario del ministero per i beni e le attività culturali, la punizione di una educata indifferenza. Ma l'onorevole, al di là della villania che non fa notizia, ha spesso anche il vizio di confondere le carte in tavola e, soprattutto, i ruoli istituzionali (e non) in gioco. Come in questa occasione milanese.
Nel corso della presentazione, durante la quale ha tacciato altri di trasformismo, Sgarbi ha violentemente imputato a dirigenti del ministero per i beni culturali, che hanno il compito - come prevede la Costituzione e sanciscono le norme di tutela - di provvedere alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio culturale collettivo, di aver negato prestiti «eccellenti» (due delicati dipinti di Caravaggio) alla sua mostra e si è auto-investito del titolo di integerrimo paladino del pubblico godimento dei beni culturali (lui che da sottosegretario dichiarava che i musei dovrebbero essere vietati ai bambini delle scuole...).
Accuse vibranti (sottrazione del patrimonio, abuso d'ufficio...) che, come sempre, si sgonfiano davanti alle argomentazioni puntuali, motivate, di chi difende davvero il patrimonio di tutti: risposte già note da mesi e che neppure le pressioni politiche più trasversali, naturalmente attivate, sono riuscite a modificare.
La “Cena in Emmaus” di Brera, il primo dei quadri incriminati, già mostrato troppe volte quest'anno, resta al suo posto in Pinacoteca, un quarto d'ora a piedi da Palazzo Reale, come comunicato per tempo dai tecnici della soprintendenza: non nascosto o sottratto da una direttrice capricciosa, quindi, ma ben esposto alla vista del pubblico.
La “Sepoltura di Santa Lucia” di Siracusa, in osservazione all'Istituto centrale del restauro di Roma (dove è stata mostrata, come una «puttana», a quel pubblico di «quattro drogati» che ha festeggiato la Notte bianca di Veltroni), dipinto talmente magro di colore e imprimitura da aver la tela in vista, non è in condizioni di viaggiare ancora, come ha ben spiegato al comitato scientifico della mostra la troppo scrupolosa direttrice dell'Istituto, Caterina Bon Valsassina.
Ma questo non è stato detto. Ha l'abitudine di non dire tutta la verità, lo storico dell'arte Sgarbi, soprattutto quella che non gli fa troppo onore, come nel caso dell'esposizione inaugurata a Palazzo Reale di Milano forzatamente «sotto il segno» di Roberto Longhi che, nel 1951, ha avuto il merito di organizzare, in quello stesso luogo, una mostra di Caravaggio davvero memorabile.
La mostra odierna, invece, non è altrettanto importante. Dopo aver cambiato titolo due o tre volte in un mese, ora si chiama Caravaggio e l'Europa. E' realizzata in tandem con una società privata, anch'essa paladina dell'uso pubblico dei beni culturali (o meglio l'uso privato di beni culturali pubblici) e si apre senza le clamorose opere promesse e senza catalogo, per colpa dei curatori che non hanno compilato i testi (più facilmente, per colpa dell'elenco delle opere costantemente riscritto fino al giorno prima dell'inaugurazione). Tipica mostra/evento, dal percorso piuttosto noioso (tanti artisti quasi tutti mal rappresentati: Artemisia Gentileschi ne esce malissimo ad esempio ma suo padre Orazio non fa figura migliore, e come loro tanti altri artisti italiani e stranieri), che nasce dai finanziamenti ministeriali al comitato per le celebrazioni di Mattia Preti. Il quale fu un importante artista calabrese vissuto nella seconda metà del '600 e indiretto erede della lezione di Michelangelo Merisi da Caravaggio, il grande maestro lombardo che ha rivoluzionato la pittura moderna, come ha ben spiegato Longhi in quella fondamentale mostra del '51 che ha avuto il pregio di chiarire le origini lombarde della pittura di luce e realtà del grande artista fino allora non troppo amato. Caravaggio, che forse nacque a Milano e non nell'omonimo paese vicino a Bergamo da cui era emigrata la sua famiglia, ebbe una breve e travagliata vita, si formò in Lombardia, si affermò a Roma, fuggì a Napoli, poi in Sicilia e a Malta. Tornò a Napoli, cercò di riapprodare a Roma e morì misteriosamente sulla spiaggia della Feniglia. Dipinse capolavori, pochi, ora indiscussi ma, ai suoi tempi, spesso respinti; non ebbe, o quasi, sodali o allievi ma fece scuola, soprattutto a Roma e Napoli dove fu famoso, e, attraverso gli artisti stranieri che nei primi decenni del XVII secolo in quelle città risiedettero, nell'intera Europa.
Da ciò l'ultimo titolo della mostra di Sgarbi, presidente del comitato per Preti (come di quello per Mantegna e di quello per il Parmigianino) da cui arriva parte dei soldi. Che vanno sommati a quelli dello sponsor francese e del ricordato patron, già avvezzo a lavorare con l'onorevole, come dimostrano poco gloriosi precedenti, tra cui il caso del dipinto esposto a tutti i costi e senza autorizzazione a Mantova l'anno scorso. Sempre di Caravaggio si trattava, naturalmente.



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