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TORINO: La Cultura fa il Comune ricco
Stampa Torino 15-OTT-2005



Alfieri: «Questi numeri dimostrano che non sono matto e spendaccione»
Giovanna Favro
Ogni euro speso dal Comune in cultura a gennaio 2004 ne ha fruttati 21, in un anno, al sistema economico cittadino. E' il risultato di una ricerca condotta dalla facoltà di Economia, che ha studiato l'impatto degli investimenti in cultura sul prodotto interno lordo, il pii, di Torino. E' il primo studio del genere in Italia. Dimostra che i 46 milioni spesi nel 2004 dal Comune sono diventati ben 965 in termini di ricadute sul territorio; nel 2003, 53 milioni avevano generato un pii di 975 (18,2 euro su ogni euro speso). Un dato che ha fatto ragionare Chiamparino e l'assessore Alfieri sul futuro: «La cultura - ha detto il sindaco - è un ottimo investimento. E' un indice, 1 a 21, che terremo ben presente nel piano strategico e nel programma elettorale». Una presa di posizione chiara, dopo i giorni del presunto disamoramento di Chiamparino per il settore dell'« effimero». Alfieri gongola: «O si comprende che la cultura è un motore di sviluppo forte, oppure si dirà che il Comune spende troppo per colpa di un assessore matto, da rimuovere». Peveraro è servito.
Il gruppo di ricerca guidato da Piergiorgio Re, con Bernardo Bertoldi ed Elisa Cerniti, ha illustrato ieri i risultati in aula magna. In pratica, hanno misurato il volume d'affari generato dalle imprese legate diret-
tamente o no agli investimenti, i posti di lavoro creati, le ricadute. Nel 2004, i 46 milioni investiti dal Comune hanno prodotto innanzitutto un pii «diretto» (312 milioni), frutto delle spese dei «turisti», i fruitori del prodotto culturale. Prendendo come esempio una mostra, i biglietti si sommano a spese come l'acquisto del catalogo, il pranzo, i trasporti, l'hotel. Per arrivare al pii totale si aggiungono altri volumi d'affari: «acquisti generati dalle imprese» per soddisfare il pii diretto (nell'ipotesi della mostra, ad esempio il catering), quindi «acquisti generati dai dipendenti» (il reddito e la spesa dei lavoratori, ad esempio il cuoco del catering), infine gli «acquisti generati dagli individui» (per le imprese che vivono sulle spese dei dipendenti). Alla fine si arriva al moltiplicatore finale, e i 46 milioni ne generano 965.
Un bel malloppo. Musica per le orecchie di Alfieri: «La ricerca dimostra che le ricadute, anche economi-che, esistono, e arrivano benché Torino non abbia ancora giocato le sue atout più forti: i risultati più grossi, dall'Egizio alle Regge sabaude, devono ancora essere colti». E, sul piano strategico (approdato l'altro ieri in Commissione Cultura): «II piano esprime come principio l'importanza degli investimenti in cultura. Ora bisogna tradurre ciò in obiettivi precisi, tempi e finanzia-
menti». E il sindaco: ((Bisogna spendere in cultura proprio nei momenti difficili. Sia per il moltiplicatore economico, sia per l'effetto psicologico positivo di investimenti in bellezza, in felicità, quanto mai utili se la depressione è in agguato».
La ricerca - pagata da Palazzo civico - ha anche confrontato Torino ad altre città (il pii culturale pró-capite è più basso di Verona, Firenze e Glasgow, ma più alto di Genova e Lione), e ha tradotto in indici e numeri anche i benefici immateriali della cultura. Tra i dati più interessanti, il raffronto tra diversi comparti: a Torino l'«indu-stria cultura» corrisponde al 4,22% del pii della città, contro il 3% dell'Ict, 6,5% dell'Aerospaziale e 65,6% dell'Automotive. L'occupazione è in proporzione alta, essendo un settore basato sull'uomo più che sulle macchine: gli occupati sono 22.000, contro, rispettivamente, 3.320, 9.000 e 75.000. Gli stessi autori hanno ammesso alcuni limiti della ricerca, ripresi da Carlo Callie-ri (Compagnia di San Paolo): «Si dovrebbero valutare in futuro anche gli investimenti di privati e fondazioni bancarie, evitando di applicare alla cultura alcuni criteri validi per le aziende». Andrea Comba, presidente della Fondazione Crt, ha sottolineato (da bontà del calcolo costi-benefici, anche se in questo settore le ricadute sono spesso non quantificabili».



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