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Ma lo Stato deve fare cultura?
di Angelo Crespi
Domenicale 15-OTT-2005


In questi giorni, la presentazione della Finanziaria 2006 ha dato corso a un dibattito culturale senza precedenti. E non perché per la prima volta ci si è accorti delle ricadute culturali di una scienza come l'economia. Bensì, più semplicemente, perché sono stati previsti sostanziali tagli ai finanziamenti della cultura (circa 164 milioni di euro in meno, su complessivi 464), soprattutto quelli rubricati sotto la dizione Fus destinati cioè al cinema, al teatro, alla musica, alla danza, al circo. Con toni esasperati e argomentazioni scontate, molta della cultura ufficiale (e di
sinistra) ha criticato la manovra del governo e del ministro Giulio Tremonti. È stato perfino indetto per il giorno 14 ottobre uno sciopero e una manifestazione unitaria dell'Agis (Associazione italiana generale dello spettacolo). Le
dichiarazioni hanno avuto toni apocalittici. Roberto Benigni ha detto: «In Italia l'arte non interessa più»; Bernardo Bertolucci: «Temo che dietro ci sia un disegno per impedire al cinema stesso di parlare del nostro paese».
Tuttavia, anche molti esponenti della cultura e dello spettacolo di centro destra (per esempio il ministro Rocco Buttiglione e Gabriella Caducei, responsabile del dipartimento Spettacolo di
Forza Italia) hanno criticato il provvedimento, cercando una soluzione che possa limitare i danni causati dai mancati finanziamenti pubblici al settore di cui si occupano.
Tutti hanno discusso della quantità dei fondi erogati, pochi
però sono andati al nocciolo della questione: se sia più o meno giusto e opportuno che lo Stato intervenga finanziando la cultura. D'altronde si da per scontato che ciò avvenga, e per certi versi a ragion veduta. Senza scomodare la Costituzione italiana, come hanno fatto alcuni, o ideali fumosi di civiltà e democrazia, è lecito supporre che alcune manifestazioni artistiche non esisterebbero più senza il cospicuo intervento dello Stato: la lirica, per esempio, sarebbe già scomparsa, soppiantata da forme musicali meno nobili come il pop. In nome del valore storico che essa rappresenta, in quanto creazione tipicamente italiana, sembrerebbe dunque giusto preservarla.
Le cifre del Fus
Si potrebbe al massimo obiettare che i fondi erogati alle 13 fondazioni lirico-sinfonicbe (nel 2003 circa 247 milioni di euro di cui una quarantina solo alla Scala di Milano) sono esagerati rispetto al pubblico che ne fruisce, che essi sono macchine burocratizzate e sindacalizzate (vedi ancora il caso della Scala) poco competitive rispetto agli altri enti teatrali europei, che le produzioni non sono sempre all'altezza, che gli addetti ai lavori (a partire dai direttori) guadagnano troppo rispetto al mercato che muovono.
È ovvio che la sola analisi dei costi vale poco: la società occidentale e sazia considera la cultura un bene prioritario, non riesce più a produrre arte degna di tal nome, ma ama fruirne in grande quantità e in modo spesso compulsivo. Qualsiasi forma di welfare europeo perciò non può prescindere da un'attenta valutazio-ne dei benefici che la cultura produce nel singolo in quanto mezzo di realizzazione individuale, e nella collettività in quanto mezzo di controllo sociale.
A maggior ragione, l'Italia considera, almeno stando ai proclami politici, la cultura non solo come l'emanazione di una tradizione millenaria, bensì come un asset fondamentale nello sviluppo del paese: l'idea che l'economia italiana possa fare leva sul patrimonio artistico è una di quelle indicazioni tanto più ripetute sul piano formale quanto meno realizzate su quello sostanziale.
Al di là dei casi specifici (vedi appunto la musica lirica), l'idea
che lo Stato debba finanziare la cultura, e detenere il monopolio dell'istruzione, promana da una precisa ideologia. O, meglio, da una determinata filosofia politica che pensa lo Stato come essere in sé, provvisto di una specifica autorità morale e di una propria volontà superiore a quella dei singoli cittadini che lo compongono, di un proprio fine ulteriore rispetto a quello individuale.
Una filosofia politica che ha radici nell'Illuminismo settecentesco e che poi, nel Novecento, è proseguita dal fascismo al comunismo.
In Italia, la continuità, pur nella diversità, tra l'idea di Stato fascista e quella comunista, nelle quali la libertà individuale è comunque subordinata a valori collettivi, di popolo o dì classe, ha reso pressoché impossibile uscire dalla logica di uno Stato padre e padrone, dispensatore dì servizi, di cultura e istruzione, di giochi, persino di felicità. Quasi che lo Stato, in forza dell'acquisizione di una personalità giuridica, possa in qualche modo e per chissà quale straordinario intervento divino, interpretare meglio del singolo individuo ì bisogni e le aspirazioni umane.
Finanziare Pinocchio
Non c'è infatti alcuna apparente necessità che lo Stato finan-zi la cultura, si interessi di cinema e di circo, paghi perfino ì debiti delle società di calcio se non in una prospettiva illiberale di panem et circenses, cioè nella prospettiva di una élite politica (e non aristocratica nel senso etimologico del termine) che si reputa migliore, che crede di dover
indirizzare la collettività, e vuole mantenere il potere.
Se andiamo ad analizzare il contenuto del dibattito ci accorgiamo poi della insensatezza delle pretese di molti uomini dello spettacolo. Lo Stato, cui si demanda il finanziamento della cultura, adotta strumenti e normative che, pur buoni e neutri, non riescono a prescindere dall'indirizzo politico. Per cui ogni nuovo governo tenterà di colorare e determinare la cultura. Gli intellettuali di sinistra, in questi anni, hanno criticato duramente la presupposta esistenza di un regime di destra, ma poi si stracciano le vesti per difendere prebende e regalie. Di fatto dichiarando la propria sudditanza al potere, quale che
sia, destra e sinistra non conta.
Per questo motivo, e non perché sia un comico, fa sorridere Benigni quando si lamenta dei tagli al cinema. Incapace di stare libero sul mercato (ricordiamo che perfino il kolossal Pinocchio gli fu finanziato con circa 5 miliardi di lire sebbene il regista fosse fresco di
vittoria dell'Oscar), invoca a gran voce la schiavitù del finanziamento. Piega la sua arte, sempre che lo sia davvero, alle decisioni delle commissioni ministeriali.
Il cinema d'altronde è un buon esempio dei mali cui conduce il finanziamento pubblico. Negli ultimi decenni sono stati erogati centinaia di miliardi di lire per finanziare film che spesso ne hanno incassato poche migliaia, cól fine di sostenere amici, sodali, mogli, amanti, figli. La cinematografia italiana sopravvissuta grazie ai sussidi continua imperterrita a sfornare"sceneggiature ombelicali è brutti film non in grado dì suscitare interesse pubblico e di raccogliere consenso. E non si può nemmeno obiettare che il cinema debba essere sostenuto in quanto arte in via di estinzione. Diversamente dalla poesia, il regista e il produttore cinematografico non possono prescindere dal pubblico e dal ritorno economico, mentre è stucchevole che in Italia tutti, grazie a denaro pubblico, possano credersi novelli Buhuel e Bergman.
Diverso appare il finanziamento ai beni pubblici, per la conservazione e il restauro dell'immenso patrimonio artistico italiano (compresi il cinema, i libri, la pittura...) che realmente potrebbe essere una risorsa economica. Lo Stato ha il dovere di attivarsi in questo senso e mantenere alti i finanziamenti anche in un momento di crisi.
Per il resto, lo Stato dovrebbe avocarsi soltanto l'attività di coordinamento e pubblicizzazione del mondo culturale. Intervenendo con finanziamenti diretti solo nei casi davvero utili e di interesse pubblico.
Così facendo, anche l'arte e l'artista, spesso al soldo della politica, dovrebbero cercare risorse private, oppure confrontarsi col mercato. Che non è sempre una iattura. In questo modo terminerebbe anche quella stucchevole vicenda dell'egemonia culturale che si è pasciuta di soldi nostri. •



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