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«Vulcano, vendo cratere e fumarole»
Salvo Guglielmino
La Sicilia, 18/10/2005

Singolare iniziativa di Gustavo Conti, patron delle antiche Cantine Stevenson ed erede della famiglia che all'inizio del secolo scorso acquistò gran parte dell'isola, cono eruttivo compreso
«Siamo pronti a valutare le offerte...». «L'obiettivo è proteggere questi luoghi: serve una gestione accurata»


Vulcano. C'è chi va in giro per l'Italia acquistando banche o annunciando la scalata ai giornali. Ma chi comprerebbe il cratere di un vulcano per investire i propri risparmi? Potrebbe sembrare una «patacca» o l'anticamera di una truffa, come quando Totò e Nino Taranto vendevano a quel turista americano la Fontana di Trevi, con tanto di caparra. Eppure, nell'arcipelago delle Eolie, frequentatissime dai vip di tutto il mondo, il «Gran Cratere» semi-attivo della piccola isola di Vulcano attende un compratore, come se si trattasse di un appartamento o di un garage.
«Che c'è di strano? Tra i suoi vari possedimenti nelle Eolie, la mia famiglia annovera da oltre un secolo anche il cratere della Fossa, con tanto di fumarole. Si figuri: ci paghiamo pure le tasse. Siamo liberi di alienarlo a un ipotetico compratore, visto che nessuna legge dello Stato ce lo proibisce. Anzi, se c'è qualche miliardario americano o uno sceicco arabo interessato, si faccia vivo. Noi siamo qui...»: sorride, sornione, Gustavo Conti, arzillo sessantenne, gran «Signore» di Vulcano, patron delle antiche Cantine Stevenson (oggi trasformate in un raffinato bistrot).
Le cantine portano il nome di James Stevenson, il pioniere-scienziato-affarista che nel 1870 aveva comprato tutta l'isola dagli eredi del generale Borbonico Nunziante per estrarvi lo zolfo. Dopo aver tentato di imbrigliare l'energia delle fumarole, questo eclettico gallese aveva finito per dedicarsi all'agricoltura, impiantando i primi vigneti della famosa «malvasia», il vino liquoroso che faceva fermentare nelle sue cantine. «Ha un sapore di zolfo che rimane nel palato fino a sera: è il vino del diavolo», scriverà Guy de Maupassant.
Poi, improvvisamente, proprio il vulcano si era messo di traverso. Era il 3 agosto del 1888. Un'eruzione violentissima si protrasse sino al maggio del 1891, ricoprendo tutta l'isola di sabbia, lapilli e bombe a «croste di pane». Stevenson se ne tornò in Galles sul suo battello a vapore, mentre Vulcano, dopo la sua morte, fu venduta. E qui entra in gioco la laboriosa famiglia Conti. «Mio nonno Riccardo era un collaboratore di Stevenson - racconta oggi il nipote Gustavo Conti -. Fu lui a comprare una larga parte dell'isola, compreso il cono del vulcano, fino al cratere centrale. Tutto regolare, sancito nero su bianco su documenti catastali. Qualche anno fa ci hanno persino espropriato una piccola quota di terreno per costruire, sul bordo del cratere, una pista d'atterraggio per gli elicotteri della Protezione civile». Vulcano è un'isola selvaggia, aspra. Soprattutto, sul piano eruttivo, è la più imprevedibile nel Mediterraneo. Molto più temibile di Stromboli o dell'Etna. Per questo esiste un sofisticato sistema di monitoraggio che funziona senza soluzione di continuità, giorno e notte. Ogni piccola variazione di temperatura della superficie può, essere la spia di un'esplosione violenta. Dalla sommità, a circa seicento metri d'altezza, il panorama offre una vista spettacolare sull'arcipelago delle Eolie: in primo piano la penisola di Vulcanello, di fronte Lipari con a sinistra Salina, dal caratteristico profilo a due monti, e in lontananza Filicudi (nei giorni particolarmente limpidi si intravede anche Alicudi) a destra Panarea, affiancata dai suoi isolotti, e sullo sfondo Stromboli e alle spalle la cima dell'Etna.
Sembra quasi di essere sbarcati su Marte. Più si sale e più l'odore di zolfo si fa intenso. Le guide tirano fuori dai borsoni le maschera antigas e le offrono ai turisti. In cima, la grande voragine del Cratere della Fossa è accarezzata da nuvole di vapori sulfurei bollenti che, con un sibilo che sembra provenire direttamente dal centro della terra, scaturiscono dalla superficie spaccata, colorando la pietra di giallo ocra e di rosso. «Se dovesse saltare il tappo che ricopre il cratere, sarebbe un disastro ecologico per tutto l'arcipelago», confermano gli esperti. E allora, ammesso che la famiglia Conti trovi davvero un acquirente, è difficile pensare che vi si possa impiantare una struttura turistica.
Conti, a scanso di equivoci, tiene a precisare che lui non intende fare alcuna speculazione. «Così come abbiamo fatto con l'area dei fanghi, intendiamo proteggere il cono del vulcano da tutti quei vandali che salgono sul cratere e si mettono a scavare, distruggendo anche le fumarole pur di portare a casa un souvenir. Non basta mettere i vincoli paesaggistici e riscuotere il ticket (come fa il Comune di Lipari, ndr) se poi non c'è nessuno che raccoglie la lattine dei turisti. Se il vulcano lo compra un miliardario, forse, potrà tutelarlo meglio di quanto non avvenga oggi. Varrebbe la pena venderlo solo per questo».
Ma alle Eolie non sono né i turisti né la lava a fare paura: è il cemento il vero nemico che avanza inesorabilmente. Sono pronti da tempo i progetti per nuovi alberghi, residence, centri termali. Qualcuno è pronto a far sparire anche le spiagge, pur di fare soldi. Sui tavoli e negli armadi della Procura della Repubblica di Messina ci sono più di 200 inchieste sull'abusivismo edilizio nell'arcipelago eoliano.
«Perché - come ha dichiarato il sostituto procuratore Olindo Canali - il problema è sempre lo stesso. Le Eolie è come se fossero una repubblica a parte che fa parte di una regione, quella siciliana, che è un'altra repubblica a parte; chi commette gli abusi edilizi è convinto, spesso a ragione, di farla franca, o perché i reati vanno in prescrizione o perché arriverà una sanatoria».
L'amministrazione comunale di Lipari è da tempo nel mirino delle associazioni ambientaliste per aver approvato i progetti di ventuno costruzioni e ristrutturazioni alberghiere in deroga al Piano paesaggistico esistente, cioè all'interno della fascia dei 150 metri dal mare. Il sindaco di Lipari, Mariano Bruno, è un uomo dalle grandi vedute. Per la «sua» Lipari pensa anche di costruire un aeroporto per far atterrare e decollare gli aerei dei Vip. E pazienza, se l'area dove dovrebbe sorgere l'aeroporto è indicata nel Piano vigente come To 1, ossia tutela orientata 1, fra le due cime di vulcani che hanno, di fatto, formato l'isola. E se con i lavori di movimento terra si eliminerà un'intera collina.
Il presidente della Regione, Totò Cuffaro, ha fatto sapere che la cosa si può fare. Chissà come la prenderà l'Unesco, che più volte ha minacciato di depennare le sette sorelle dell'arcipelago delle Eolie dal prestigioso elenco di meraviglie da tutelare per il bene dell'umanità.




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